Molto più che Made in Italy

Cresciuto a “pane e cuoio”, Rocco Pistolesi crede a tal punto nell’artigianalità del suo territorio che sulle scarpe che produce incolla l’etichetta “Made in Torre San Patrizio”. Perché si può avere successo anche senza de localizzare. L’intervista al direttore creativo del marchio Rocco P.

Conoscenze, tecniche e passioni tramandate di generazione in generazione, con un legame profondo al territorio. È la storia che ci racconta Rocco Pistolesi, che con il fratello Eusebio è alla guida del brand di calzature Rocco P.. Ma Pistolesi è ancora più radicale, al punto da mettere su ogni sua creazione l’etichetta “made in Torre San Patrizio”. Nella sede storica dell’azienda, nei pressi di Fermo, prendono forma, volutamente, per mantenere alta la qualità del prodotto, non più di 200 paia di calzature al giorno. Ogni pezzo è unico, e ogni piccola variazione è legata al tipo di lavorazione manuale, che richiede fino a 40 passaggi. Sono selezionati solo pellami grezzi provenienti da concerie attente alla scelta della materia prima e da allevamenti biologici. Tra artigianato e design, Rocco Pistolesi con il fratello Eusebio punta a realizzare pezzi unici dalle forme moderne e inedite, ma che comunque profumano di storia.

La sua famiglia è sempre stata alla guida del marchio sin dalla sua creazione, 50 anni fa. Come si è evoluto nel tempo il vostro brand?

Mio padre e mio zio iniziarono questo lungo percorso nel 1961, ma le loro prime sperimentazioni nel mondo delle calzature risalgono già ad alcuni anni prima. Noi fratelli siamo cresciuti a “pane e cuoio”. All’inizio la nostra capacità produttiva era di circa 10-12 paia al giorno, prodotte a mano in un laboratorio di circa 20 metri quadrati utilizzando le antiche tecniche di calzoleria e realizzate personalmente da mio padre e mio zio. L’esponenziale crescita economica di quegli anni fece fare passi da gigante all’azienda. Le antiche tecniche lentamente venivano integrate a nuovi macchinari sempre più sofisticati, che permisero di aumentare notevolmente le produttività. Negli anni a seguire moltissime aziende iniziarono a delocalizzare alcune fasi di lavorazione per abbattere i costi. Noi invece abbiamo sempre preso le nostre scelte con processo inverso: producevamo nel nostro opificio per non perdere il controllo della qualità, aumentando le unità lavorative ma riducendo la capacità produttiva. Sono sempre stato convinto che delocalizzare portasse all’impoverimento del nostro prodotto, e non mi sono sbagliato. Nel corso di 20 anni siamo passati da una produzione di circa 250 paia giornaliere e 15 persone nell’organico, ad una produzione di 120-140 paia con un team di circa 40 artigiani.

Tutte le vostre creazioni portano sull’etichetta la dicitura “Made in Torre San Patrizio” che suona quasi come una provocazione…

L’etichetta è una provocazione voluta, che riteniamo necessaria per contraddistinguere le nostre creazioni e prendere le distanze dai molti falsi “Made in Italy” che ormai sono fortemente presenti sul mercato. Pertanto siamo orgogliosi di ribadire a gran voce che i nostri prodotti sono interamente “Made in Torre San Patrizio”.

Le Marche rappresentano ancora oggi il cuore pulsante dell’artigianalità italiana. Perché secondo lei?

Già dal periodo post-bellico, che vide il fiorire ovunque di attività di ogni tipo, le Marche avevano già una lunga e consolidata tradizione manifatturiera nel settore delle calzature. Proprio in quegli anni si verificò un fenomeno oggi potenzialmente irripetibile: una famiglia su cinque costituiva un’azienda, forte di valori imprenditoriali genuini e capaci di fare sistema creando una filiera produttiva completa e molto legata al territorio.

In un momento congiunturale di grandi incertezze per i mercati internazionali, quali sfide il settore calzaturiero dovrà fronteggiare nel breve e nel lungo periodo?

La crescente offerta seguita alla delocalizzazione e all’abbassamento della qualità dei prodotti realizzati all’estero hanno creato squilibri nei mercati, caratterizzati da un’offerta troppo alta rispetto alla domanda. Nell’analisi di questi eccessi produttivi, in cui il maggior responsabile è il Far East, ci sono: lavoro minorile, utilizzo di prodotti dannosi per la salute, inquinamento, sfruttamento della manodopera a basso costo, etc… La vera sfida per la nostra realtà è quella di sempre; creare e produrre sul lungo periodo un prodotto di alta qualità che rispecchi i valori in cui crediamo: artigianalità e passione per il nostro territorio.

Quali sono oggi i vostri mercati strategici?

Siamo cresciuti in Nord Europa, in particolar modo in Germania, soprattutto dopo l’apertura del nostro primo negozio monomarca a Monaco di Baviera. Stiamo aumentando la nostra presenza in Giappone e Nord America, mercati colpiti da difficoltà importanti ma estremamente ricettivi nei confronti del nostro prodotto. Daremo particolare attenzione alla fidelizzazione dei clienti. Un progetto iniziato già nel nostro punto vendita di Monaco con grande successo, fornendo servizi che soltanto aziende attente e strutturate come la nostra sono in grado di offrire.

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