La carica dei filantropi 2.0

Parte dalla Silicon Valley, dai padri dell’informatica e dei social network. Ma, tra le fila, ci sono anche magnati hi tech tedeschi, svedesi e russi. Tutti finanziatori di studi che puntano alla scoperta del terzo millennio

C’è il progetto genetico volto a trovare un miracoloso elisir di giovinezza, quello che cerca una terapia innovativa contro il cancro al seno e quello che promuove sperimentazioni contro il Parkinson o l’Alzheimer. Non manca neppure un’invenzione come il telescopio più grande del mondo. Almeno sulla carta rappresenterebbero tutti tentativi per far progredire la scienza, con nuove conquiste per migliorare la vita della popolazione globale. Ma c’è qualcos’altro che accomuna questi studi e scoperte?A unirli è lo stesso cuore pulsante dei finanziamenti, che perlopiù proviene dalla Silicon Valley: dalle tasche dei grandi capitani delle primarie industrie software e hardware (Bill Gates piuttosto che Paul Allen), così come da quelle della più giovane generazione 2.0 capeggiata da Mark Zuckerberg. I destinatari? Prestigiosi atenei americani e non, centri di ricerca sparsi per il mondo, organizzazioni internazionali quando non si tratta di fondazioni create dagli stessi magnati e dai loro familiari. O di inaspettate cordate benefiche: nel 2010 la Bill and Melinda Gates Foundation, nata per volere del guru di Microsoft e di sua moglie, insieme a un altro tycoon del calibro di Warren Buffet, ha lanciato il Giving Pledge (“Impegno a dare”). Un atto rivolto alle persone più benestanti della Terra, invitandole a donare almeno metà del loro patrimonio a favore di cause sociali, tra cui nuovi brevetti e rimedi scientifici. Tra i sottoscrittori figurano anche il già citato Zuckerberg, Daniel Moskovitz, cofondatore di Facebook, Pierre Omidyar, padre di eBay e l’indiano Azim Premji, Chairman di Wipro, compagnia mondiale di It, consulting e outsourcing. Altro che la proverbiale avarizia di Paperon de’ Paperoni. Oggi i moderni Uncle Scrooge hi tech aprono le porte dei loro depositi non solo a investimenti in ambito educativo, sociale e culturale, ma anche, sempre di più, a progetti internazionali volti a far progredire le scienze. E rappresentano una nuova generazione di benefattori dagli stipendi e dalle rendite “plurizeri”. Tra fine ‘800 e primi del ‘900, infatti, businessman come il banchiere David Rockefeller o il re dell’acciaio Andrew Carnegie – che affermava: “A man who dies rich, dies disgraced”, “Un uomo che muore ricco, muore disonorato”) – avevano sì incarnato per primi il modello di “imprenditori filantropi”, ma le loro azioni erano dirette al bene della comunità di appartenenza (tramite la costruzione di scuole, biblioteche e ospedali). Oggi che, tra l’altro, scricchiola in modo preoccupante il sistema del welfare state, i magnati ad alto tasso tecnologico espandono il raggio benefico. Così i coniugi Gates finanziano anche studi per migliorare agricoltura e alimentazione in molte zone di Africa e Asia, e il tedesco Hasso Plattner, uno dei creatori di Sap, ha molto a cuore la lotta scientifica contro Hiv e Aids in Sudafrica.

LA LUNGA STRADA VERSO MOUNTAIN VIEW

Certo, se ha ragione chi pensa che dietro ogni gesto altruistico spesso si nasconda un riflesso egoistico, questi atti di magnanimità comportano anche un bel tornaconto personale. Negli Stati Uniti la politica fiscale consente vantaggiose detrazioni a chi è impegnato in opere di charity (anche se, su questo fronte, l’amministrazione Obama ha previsto di recente alcuni giri di vite). Senza contare che simili iniziative abbelliscono l’immagine di un imprenditore o di un’azienda. Non dimentichiamo poi che gli aiuti economici a esperimenti genetici e sanitari, specie in Paesi in via di sviluppo, potrebbero migliorare le condizioni della popolazione locale e quindi aumentare il numero dei potenziali consumatori. In estate Sergej Brin, una delle menti che hanno ideato e guidano Google, è stato tra gli investitori di un progetto di laboratorio da cui è uscito il primo hamburger sintetico. Oltre che per lodevoli fini ambientali e animalisti, l’iniziativa potrebbe trasformarsi in un affare, visto che la popolazione umana si avvierebbe a raggiungere quota 9,5 miliardi entro il 2060 e che la domanda di carne da Paesi come Cina e India è prevista raddoppiare entro la metà del secolo in corso. Insomma, con questa nuova era della “filantropia 2.0” la ricerca progredisce, le speranze di benessere collettivo aumentano, l’animo dei benefattori ne esce rinfrancato. E c’è chi, intanto, può pure sfregarsi le mani…

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