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Alda Merini: simbolo di lotta contro ogni tabù e luogo comune

A dieci anni dalla scomparsa, la sua voce continua a farsi sentire, forte, vera, impetuosa. E la figura della poetessa milanese assurge a simbolo della lotta contro ogni tabù e luogo comune

Dieci anni a novembre. Due lustri dalla scomparsa di Alda Me­rini, sconfitta da un tumore alle ossa. È il 1° novembre 2009, la data dell’unica battaglia che la grande poetessa milanese non riuscì a dominare, un nemico contro cui nemmeno quell’a­cume penetrante e l’attaccamento viscerale alla vita, quell’ar­matura cioè che l’aveva in qualche modo difesa e protetta du­rante le tumultuose circostanze della sua vita, poterono nulla .L’addestramento alla lotta per lei cominciò molto presto, quando, appena dodicenne, dovette fuggire dai bombardamenti insieme alla sorella maggiore e alla madre, che avrebbe dato alla luce suo fratello di lì a poche ore. Inizia così una peregrinazione che da fi­sica si fa esistenziale, con la permanenza a Vercelli fino alla fine della guerra e il ritorno a Milano «a piedi», racconta la sua biogra­fia, «solo con un fagotto, poveri in canna». La famiglia Merini va ad abitare in una stanza, tutti e cinque condividevano il medesimo, angusto spazio, e Alda appena può approfitta e si sposa, per po­tersene andare da lì. Suo marito era un brav’uomo, forse troppo semplice per apprezzare la genialità di questa donna, inconsueta e incomprensibile, che non rientrava completamente in nessuno dei canoni accettabili per la società dell’epoca.

Alda Merini: all’origine delle sue poesie

Non l’aveva voluta poetessa nemmeno suo padre, che la man­dò a lavorare a 15 anni, spianandole inconsapevolmente la stra­da verso la scrittura. Fu proprio durante gli anni dell’apprendistato che alcuni suoi ver­si arrivarono a Giacinto Spagnoletti, poeta e romanziere che può considerarsi lo scopri­tore della Merini poetessa. Alda inizia a fre­quentare la casa di Spagnoletti, dove cono­sce personalità importanti della cultura, tra cui Giorgio Manganelli, di qualche anno più grande di lei ma già sposato e con una figlia. Questo non impedì la nascita di una storia che per Alda, appena sedicenne, fu travol­gente. Di lì a poco avrà la sua prima espe­rienza di ricovero in clinica psichiatrica: «le ombre» come le chiamava lei, avevano co­minciato a manifestarsi. Un mese dopo tor­na a casa e la vita continua in relativa tranquillità.

Nel 1950 esce a stampa per la prima volta nell’antologia curata da Spagnoletti Poesia italiana contemporanea, cui segue quella nella raccolta Poetesse del Novecento, curata dall’edito­re Scheiwiller. Un esordio foriero di buone speranze che, però, non hanno trovato compimento negli anni che seguono. In parti­colare, l’esperienza del manicomio, che pure tanto ha inciso pro­prio nelle matrici dell’ispirazione di Alda Merini, è stata una za­vorra da cui la poetessa è riuscita a liberarsi solo molto più in là. «Contrariamente a quanto si legge in giro», racconta Emanuela Carniti, la primogenita della poetessa, «mia madre non ha mai trascorso anni e anni in ospedale, ma entrava e usciva appe­na stava meglio. Per lei era diventato una sorta di rifugio, quan­do la depressione era troppo grande da gestire. Ma per gli altri è uno stigma, e lo era soprattutto in quegli anni, quando il disturbo mentale era visto come qualcosa di vergognoso, da nascondere e allontanare». Eppure Alda Merini non ha mai smesso di scrivere. «In quasi tutti i ricordi che ho mia madre è intenta a scrivere. Lei scriveva sempre, ma le potevano venire poesie in ogni circostan­za, anche al telefono. Le dettava, se non poteva scriverle».

Dopo le antologie, l’opera prima, il volume La Presenza di Or­feo uscirà nel 1953, nel 1955 Paura di Dio, e Tu sei Pietro, nel 1962, dedicata al medico pediatra Pietro De Pascale, e poi un lungo silenzio, fino al 1979 per la precisione. Sono gli anni in cui è l’esperienza dell’ospedale psichiatrico a occupare la mente e lo spirito di Alda Merini, la «croce senza giustizia» come l’ha definita lei stessa, la testimonianza forzata del proprio e dell’al­trui dolore, della debolezza e al contempo della grandezza del­la vita che prendono forma in modi che poi scaturiscono nel­la sua produzione successiva, così carica di carnalità e insieme di misticismo. Ma perché si potesse manifestare quell’ironia, quell’abbagliante lucidità sull’essere umano, sulle convenzio­ni, sulla vita sgombra da sovrastrutture, doveva accadere anco­ra qualcosa: la legge Basaglia. La legge 180/1978 che prevede­va il superamento della logica manicomiale sancì, in pratica, il suo ritorno alla vita e alla poesia. «I manicomi di allora», spie­ga la Carniti, «erano dei lager, non molto diversi dalle prigio­ni dove tutti stanno isolati e sottochiave. Ma in qualche misu­ra erano anche una forma di delega delle responsabilità sulla propria vita da parte degli stessi malati. Io stessa accompagna­vo mia madre alle visite di controllo e, a volte, mi capitava di tor­nare a casa da sola, perché lei decideva di farsi ricoverare». Una volta chiusi, Alda Merini ha dovuto fare i conti con la propria re­altà, che includeva uno stato di fragilità psichica ed emotiva. Ep­pure quegli anni hanno prodotto pagine di grande intensità, e proprio su un argomento che era sempre stato un tabù: non se ne parlava e non se ne voleva sapere niente. Invece Alda Merini pubblica nel 1980 la raccolta di versi dal significativo titolo De­stinati a morire, e poi Terra Santa, probabilmente il suo capo­lavoro, che viene dato alle stampe nel 1984, tutto intriso dell’e­sperienza in parte sublimata del manicomio:

Fummo lavati e sepolti,odoravamo di incenso.E dopo, quando amavamo,ci facevano gli elettrochocperché, dicevano, un pazzonon può amare nessuno

scrive nella lirica che dà il nome all’opera, Ter­ra Santa, in cui l’ospedale diventa Gerico, la biblica città circon­data da altissime mura che, però, aspettano chi può abbatterle, l’inviato di Dio in un caso, la poesia e l’arte nell’altro.

Ma non è semplice né immediato. Con Terra Santa Alda Merini vincerà il prestigiosissimo premio Librex Montale, che le darà an­che un qualche sollievo economico, ma dovrà aspettare il 1993: nel frattempo la poetessa, vedova dal 1983, vive in un bilocale sui Navigli, cercando di trovare dei lavori nel settore editoriale che è abbastanza sordo ai suoi appelli, con l’eccezione di pochi amici. Sono anni difficili, in cui però conosce anche quello che divente­rà il suo secondo marito, il poeta tarantino Michele Pierri. Durerà poco, solo fino al 1986 per la morte di quest’ultimo, e si riaffaccerà anche lo spettro della malattia mentale. Dello stesso anno è la sua prima opera in prosa, L’altra verità. Diario di una diversa, edito sempre dal suo amico Vanni Scheiwiller, sorta di scritto autobiografico incentrato sull’esperienza in ospedale psichiatrico. «Fu un’opera che ebbe un grande impatto», spiega la figlia Emanuela, «proprio perché portava all’attenzione di tutti una realtà che in generale veniva taciuta. Un po’ come successe con Primo Levi quando pubblicò Se questo è un uomo sull’orrore dei campi di sterminio. Orrore e violenza erano all’ordine del giorno». Il premio Montale è l’alba di un nuovo periodo nella vita di Alda Merini, che dal 1995 usufruirà anche del vitalizio previsto dalla legge Bacchelli a favore dei cittadini illustri in stato di difficoltà. Si apre un periodo di grande fecondità creativa, aiutato dalle mutate convinzioni sociali, e nel ventennio circa che precede la scomparsa videro la luce, oltre a grandi raccolte come La vita facile (premio Viareggio 1996 e premio Elsa Morante 1997), Aforismi e magie, con le moltissime produzioni aforistiche della Merini finora sparse in volumetti a tiratura limitatissima, le pro duzioni a carattere mistico che caratterizzano quest’ultima fase come Anima innamorata (2000) o Magnificat. Incontro con Maria (2002), quest’ultima figura molto importante nella poetica meriniana. La piccola che genera l’immenso, l’accoglienza infinita e indifesa, l’umiltà che ha un piede nell’infinito: lei che dà voce all’umanità schiacciata e ammutolita dai più forti è l’interlocutore delle preghiere e delle domande della poetessa:

Maria è il respiro dell’anima,è l’ultimo soffio dell’uomo.Maria discende in noi,è come l’acqua che si diffondein tutte le membra e le anima,e da carne inerte che siamo noidiventiamo viva potenza

Di questi anni sono anche le opere in musica, raccolte nel cofanetto Accarezzami musica – Il Canzoniere di Alda Merini, realizzate con la collaborazione con Giovanni Nuti, e la partecipazione di artisti come Roberto Vecchioni, Milva, Renzo Arbore, Sergio Cammariere, Eugenio Finardi (solo per citarne alcuni), e portate con grande successo ne i teatri di tutta Italia. Non smette di scrivere, comporre, pensare e regalare i suoi abbaglianti sprazzi di luce nemmeno quando la malattia la costringe in un letto d’ospedale. Lei, che era

Nata il ventuno a primaverama non sapevo che nascere folle,aprire le zollepotesse scatenar tempesta

di tempeste ne ha scatenate parecchie, scardinando molti luoghi comuni sull’amore, sugli uomini e sulla vita. Non stupisce quindi che proprio il 21 marzo, in cui Alda Merini vide i natali, si celebri la giornata nazionale della poesia.

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