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A proposito di riformismo

L’azione politica di Pier Luigi Bersani viene collocata dai politologi nell’ambito del riformismo. Un termine oggi molto in voga, ma a volte usato in maniera impropria. Dal punto di vista etimologico, riformismo è la “tendenza a modificare gradualmente e con mezzi pacifici l’ordinamento della società e dello Stato, ripudiando i sistemi rivoluzionari” (Dizionario Garzanti).Nella sua accezione storico-politica questa definizione nacque in Italia tra fine Ottocento e inizio Novecento con il socialismo, distinguendosi dal “massimalismo” di coloro che auspicavano con la rivoluzione l’avvento della società socialista. La contrapposizione “riformisti-massimalisti” si concluse sempre più spesso con il prevalere dell’ala massimalista e provocò scissioni nel primo e nel secondo dopoguerra. Le tendenze riformiste nel Psi ripresero quota dopo le denunce dei crimini di Stalin da parte di Kruscev e la repressione violenta della rivolta in Ungheria nel 1956. Nenni imboccò la strada dell’autonomismo e prese le distanze dal Partito Comunista e dai regimi totalitari. Fu Craxi a rilanciare con forza il “riformismo socialista”, coniugando Turati, Rosselli, Saragat e Nenni, su una linea sensibile alle esigenze delle classi subalterne, ma diretta alla modernizzazione del Paese.Ecco tre definizioni di riformismo date da altrettanti esponenti delle anime italiane del movimento: quella socialista (Giuliano Amato), quella comunista, oggi diessina (Piero Fassino) e quella cattolica (Roberto Formigoni).

GIULIANO AMATOIl termine riformismo, pur mantenendo un proprio significato originario, è stato fatto proprio nel tempo da tradizioni diverse della cultura e dell’azione politica. Nel linguaggio corrente della politica sentiamo infatti parlare di riformismo socialista, di riformismo cattolico-popolare, di riformismo liberal-democratico, fino ad arrivare a coloro che parlano di riformismo thatcheriano. In termini generali, quindi, il termine riformismo finisce per includere l’orientamento di chiunque voglia riformare l’esistente, in qualunque senso e in qualunque direzione.A ben guardare questa definizione ha un suo senso, e questo sta nel fatto che la distinzione conservatori/progressisti non significa semplicemente che i primi vogliono lasciare immutato lo stato esistente delle cose, mentre solo i secondi lo vogliono cambiare. Può esservi chi vuole modificare gli aspetti esistenti, per rimuovere garanzie e difese sociali, che ritiene di ostacolo alla dinamica del mercato. Esattamente in questa direzione agì il governo del primo ministro inglese Margareth Thatcher, che pose in essere una politica riformista per i fini e con il sostegno di chi era politicamente conservatore. In Italia il genus è inteso in senso più ristretto e tende a includere quelle culture politiche che si ripropongono un’innovazione volta a realizzare una maggiore eguaglianza sociale, favorendo le possibilità di inclusione di coloro che sono esclusi o che possono ricadere fra gli esclusi. In questo senso si assimilano diverse culture che fanno capo al centro-sinistra, ciascuna delle quali ritiene di portare il proprio contributo riformista; la triade che esse formano (riformismo socialista, cattolico-popolare e liberal-democratico, con l’ambientalismo che li arricchisce tutti) possono essere declinate come le culture dell’Ulivo.

PIERO FASSINORiformismo non è una parola neutra. Riformismo è una politica capace di affermare nella concretezza del vivere quotidiano valori di libertà, di solidarietà, di giustizia, di rispetto della dignità umana, di pari opportunità. Riformismo è la promozione del merito, del talento, della capacità, della competenza, mettendole al servizio non solo di un legittimo successo personale, ma anche dell’interesse generale. Riformismo è pensare all’Italia e al suo destino in un orizzonte ampio che guardi al mondo e all’Europa, con la consapevolezza delle responsabilità che si impongono a un grande paese. Riformismo è un’idea sostenibile dello sviluppo capace di rispettare la natura, la specie, i generi e di offrire alla vita delle persone più libertà e opportunità. Riformismo è la consapevolezza che lo Stato, le istituzioni, la politica traggono la loro legittimazione dal consenso dei cittadini e il cittadino – non solo nella sua appartenenza di ceto o di classe, ma nella sua individualità di persona – deve essere al centro di ogni azione pubblica. Questa è la risposta che serve all’Italia ed è questa la scelta che sta di fronte a noi. Ed è una sfida che per essere vinta richiede una politica riformista e un soggetto politico che il riformismo rappresenti e interpreti.

ROBERTO FORMIGONIPossiamo intendere il riformismo in due modi molto diversi tra loro. Storicamente il riformismo è stato essenzialmente espressione del movimento socialista e una componente minoritaria nella sinistra italiana. In questo senso, il riformismo esprime una certa collocazione, che possiamo rintracciare oggi per esempio nel laburismo inglese.Da questo punto di vista sono altri a potersi fregiare della patente di riformista, non certamente io, che pure non mi considero lontano da una certa sensibilità culturale e politica. Se invece scegliamo l’altra accezione, se parliamo del fare le riforme, allora io credo di essere un riformista, perché le mie credenziali sono le riforme che ho fatto. Se l’accezione di riformismo è questa allora guardiamo a chi oggi sta percorrendo una via di riforme concrete, che aprono nuove prospettive e nuove opportunità rimettendo in moto le migliori forze della società. L’esperienza di Blair è una delle più forti e delle più riconoscibili, un’esperienza non di schieramento, ma di riforme coraggiose.Io mi ritrovo in questa prospettiva, che promuove un cambiamento reale, volto ad aumentare il tasso di libertà, di sussidiarietà, di responsabilità, di solidarietà. Per me il riformismo non è una patente che deriva da una collocazione politica, non porta con sé un massimalismo ideologico. Il riformismo di cui parlo è un movimento in cui ci si può ritrovare, partendo anche da posizioni diverse, sul contenuto di una costruzione positiva del bene comune. Riformista è chi sa riconoscere e promuovere le forze sociali che portano con sé il nuovo, che si muovono e costruiscono. Cioè chi fa le riforme.Il riformismo è dunque del tutto estraneo allo schema moderno destra-sinistra, o se vogliamo conservazione-rivoluzione. Sono schemi superati, partoriti da una società classista e dominata dal capitale-lavoro. Questa società chiusa e classista è soltanto un ricordo. Oggi siamo nella società aperta descritta da Popper, flessibile, mobile, continuamente percorsa da processi di innovazione e di cambiamento.