Ma quale crisi?

Grandi vitigni nelle mani di abili vignaioli hanno reso il panorama dei rossi italiani più raffinato che mai

Il vino rosso sarà pure in crisi, ma percorrendo l’Italia non se ne sono mai incontrati di spessore così raffinato. Grandi vitigni ed eroici vigneti nelle mani sensibili di abili vignaioli disegnano oggi un panorama in grado di smentire il fatto che con il riscaldamento climatico il vino rosso sia destinato a non essere più consumato dagli appassionati.

In Piemonte nettari come il Barolo Fossati di Borgogno sanno guardare al futuro senza tradire il passato, rilanciando da un lato il classicismo austero e verticale delle Langhe, dall’altro mostrando come il nebbiolo sappia ancora emozionare con eleganza e profondità dolce. Il progetto Mura Mura di Guido Martinetti (founder di Grom) nel Monferrato ha contribuito poi alla rinascita del grignolino, sfidando il dogma del rosso potente, in nome della bevibilità e dell’identità.

In Veneto, tutta la Valpolicella è in fermento perché se da un lato l’Amarone ha un mercato maturo di fedeli appassionati, dall’altro lato i Valpolicella Rossi acquisiscono carattere di territorio anche senza la componente di appassimento dei Ripasso. In questo senso, i nuovi vini di Bertani sono un segnale importante e anche La Grola di Allegrini, che ritorna alle sue radici con un blend puramente autoctono di corvina, corvinone e rondinella, con un restyling totale che abbraccia la sostenibilità ma soprattutto un profilo sensoriale.

In Toscana c’è la rinascita potente del Gallo Nero, ma al suo interno si assiste a una nuova definizione dei supertuscan, come fa ad esempio San Felice con il suo Pugnitello dal vitigno omonimo, che torna a dire la sua con struttura e fragranza insieme. Nella stessa categoria, lo storico Cepparello di Isole e Olena è un sangiovese in purezza, dove modernità e classicismo convivono in equilibrio. Sempre in Toscana, la novità di Tenuta Fratini (ex proprietari di Argentiera) è Hortense, un Bolgheri appena nato che sorprende per eleganza e maturità espressiva.

Scendendo al Sud, in Irpinia i vini hanno una tessitura importante, con struttura aspra, fredda e rigida con un carattere acido e fresco che aiuta a berli, dandogli uno slancio insospettato. Aromaticamente presentano frutto più austero e scuro, ma soprattutto pepe e speziatura scura, note ematiche, terrose, di sottobosco che hanno portato il Taurasi a essere definito “Barolo del Sud”, etichetta che l’ha reso un po’ prigioniero: per liberarlo da paragoni scomodi provate il Taurasi di Pietracupa, il Taurasi di Contrade di Taurasi, tra i pochi vini del territorio a mostrarsi accomodanti al palato di chiunque.

In Salento, Mauro di Maggio con la sua Campi Deantera cerca di dire qualcosa di nuovo sul primitivo con il Campo Minimo Mesola delle Volpi, nato dalla collaborazione con il Master of Wine Christophe Heynen per creare un vino focalizzato su freschezza e bevibilità piuttosto che sugli eccessi di colore, alcol e surmaturazione. Infine, sull’Etna incontriamo Paolo Caciorgna e il suo N’Anticchia, un viaggio nel carattere schietto del nerello mascalese, lavorato con rispetto e visione, così come quello di Salvo e Fabio Neri a Linguaglossa, che imbottigliano un rosso di vulcanica profondità e fascino inaspettato.

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