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Gusto

Tra i filari di città

I vigneti stanno riconquistando gli spazi urbani, portandoci un sapore antico mai dimenticato. Tra uve rare vitigni autoctoni. Tutti doc. I casi di Torino, Venezia, Brescia, Pompei, Bolzano e …

Viti e uomo sono sempre stati accanto, intrecciando spesso la loro storia anche tre le vie e i palazzi delle città. Ma se è facile immaginare un orto sui tetti, sui terrazzi o tra i viali più o meno trafficati, è un po’ più difficile immaginarsi un vero e proprio vigneto che fa capolino tra i nostri quartieri rombanti. Invece ce ne sono e anche parecchi. Una tendenza nata nelle grandi capitali verdi d’Europa e che ora sta prendendo piede anche da noi. La campagna e i suoi ritmi, insomma, si intrufolano spesso e volentieri nei tanti spazi lasciati vuoti o dimenticati del nostro contesto urbano. E grazie al vino (e agli uomini che ci credono), molti vigneti rinascono a portare cultura, serenità e una boccata di natura e lentezza in mezzo a tanto cemento e velocità.

VENISSA E VENEZIA: VENDEMMIA IN LAGUNAInteressante il lavoro svolto a Venezia dalla famiglia Bisol con il progetto Venissa (all’interno del più grande progetto di recupero della Laguna Nord) sulla Tenuta Scarpa-Volo. In mezz’ora di vaporetto da Piazza San Marco si arriva sull’isoletta di Mazzorbo, la gemella di Burano cui è collegata da un piccolo ponte: qui non solo è stato costruito un resort “essenziale” ma curatissimo (solo sei le camere) ma anche un ristorante di alto livello (affidato a Paola Budel, appassionata ricercatrice di materie prime d’eccellenza) e una peschiera. Cuore del progetto però (i Bisol nascono come produttori di vino nella vicina Valdobbiadene) è stato il recupero funzionale (aiutati dall’enologo Roberto Cipresso) di un vigneto di due ettari circondati di mura ottocentesche e piantati con il vitigno autoctono Dorona, coltivato fin dal 1.400 in Laguna e chiamato così per il colore dorato. Vendemmiato per la prima volta nel 2010, il vino uscirà sul mercato solo nel 2012 in un numero di bottiglie limitato (circa 5 mila) di cui 4.200 disponibili per la vendita en-primeur partita da poco e 700 come contratto di opzione (tempo fino a dicembre 2011 per acquistare le ultime 280 opzioni). In realtà non si tratta dell’unico vigneto nel complesso delle isole veneziane costellate, fino a pochi anni fa, di piccoli appezzamenti agricoli, di cui la città porta ancora il ricordo con “San Francesco della Vigna” e “Le Vignole”, e molti resti di “vigne murate”. Venissa tuttavia è, ad oggi, il progetto più completo attuato e offre (col suo agriturismo tra i filari) un modo davvero speciale di visitare Venezia.

POMPEI E LA VILLA DEI MISTERIAlmeno una volta nella vita si dovrebbe visitare Pompei e, passando oltre l’Anfiteatro, trovarsi di fronte al cancello del vigneto impiantato da Mastroberardino all’interno degli scavi per godersi lo spettacolo mozzafiato del Vesuvio sullo sfondo, con i pini a metà strada. Un progetto reso possibile dall’impegno della Sovrintendenza agli Scavi che offre un percorso unico: a partire dal vigneto ti porta a incontrare case, cortili, taverne con i banconi, che ti immagini ricolmi di cibo e bicchieri, e infine approdi alla Villa dei Misteri. Immensa e fascinosa, così contadina e così nobile. Dentro trovi le presse per il vino, le anfore sepolte che vanno tanto di moda, e anche una cantina nel cortile: sembra quasi che, percorrendo gli scavi, non si esca mai dal vino e dalla sua magia. Angelo Di Costanzo, sommelier campano, ci racconta che il Villa dei Misteri, vino in tiratura limitatissima e piuttosto costoso (130 euro in enoteca), ha «colore rubino splendido, quasi fermo nel tempo, note dolci di mirtillo in confettura e spezie finissime» ma la qualità del vino in questo contesto ha poca importanza: ne ha molta di più che in questa città con il Vesuvio sullo sfondo e il mare alle spalle c’è più Italia di quante ne possano contenere milioni di cartoline vendute ogni giorno. Compreso quel pizzico di fascino dark che solo i misteri più viscerali possono riservare ai viaggiatori curiosi e appassionati.

TORINO E LE UVE DELLA REGINAPoteva la prima capitale d’Italia nel 150esimo anniversario dell’Unità mancare all’appello di questa rassegna? Di tutti i vigneti urbani questo forse è il più maestoso e regale perché nasce nel giardino all’italiana di Villa della Regina, una delle residenze estive dei Savoia fino al 1864, anno del trasferimento della capitale da Torino a Firenze e poi a Roma, e per questo ceduta all’Istituto nazionale Figlie dei Militari, che ne fece un collegio. Venne abbandonata a metà del Novecento. Il suo recupero è iniziato nel 1994 ed è culminato con il reimpianto del vigneto in collaborazione con i fratelli Franco e Luca Balbiano dell’omonima azienda di Andezeno. Il colpo d’occhio è spettacolare perché dai Vigneti la Mole pare davvero a un passo. Il vino è ottenuto da uve Freisa in prevalenza e poi barbera, bonarda, carry, grisa roussa, neretto duro e balaran (molto rari) in numero molto limitato di bottiglie (in vendita on line a prezzi accessibili, sotto i venti euro). Fabrizio stesso ci racconta che il 2009 (per adesso esce come Freisa di Chieri Superiore doc, sarà Torino dal 2011) è «rosso rubino, intenso, con al naso tanta frutta rossa, il ribes e la marasca e in bocca ha un lieve ricordo di verde, quasi legnoso e tannico». Naturale, dato che il vigneto è molto giovane, ma si farà con il tempo e con la pazienza, come tutte le cose grandi e importanti: speriamo sia da esempio per chi voglia metter mano al recupero dei tanti vigneti presenti nelle ville collinari torinesi.

A BRESCIA LA VIGNA DEL CASTELLOIl vigneto urbano più grande del mondo (quasi 4 ettari) lo troviamo a Brescia. È la Vigna del Castello, in recupero dal 2006, grazie alla volontà del consulente agronomo Giovanni Arcari per il quale rappresenta «la raffigurazione vivente dei resti di una cultura che si è persa, alla quale si sono preferite forme di sviluppo che oggi palesano importanti difetti strutturali». Il vigneto è piantanto con la rara varietà di uva bianca Invernenga, a maturazione molto ritardata (in inverno appunto). Nonostante abbia tutti i requisiti per diventare una sorta di museo a cielo aperto, ha rischiato di essere messo da parte da un parcheggio sotterraneo. Oggi sembra però che l’amministrazione comunale abbia deciso di intervenire e la gestione del vigneto dovrebbe passare in mano pubblica. Se siete curiosi di assaggiarne il vino (prodotto da un’azienda agricola privata), le annate dal 1996 al 2007 le troverete in vendita in una enoteca cittadina.

IL LAGREIN DI BOLZANOSono proprio di lagrein i due i vigneti più squisitamente e spettacolarmente cittadini in questo angolo di paradiso enoico italiano: si tratta di quelli della cantina-convento Muri Gries e quelli di Alois Lageder. Le vigne più importanti di Muri Gries sono proprio quelle che circondano il convento in città (piazza Greis, 21) e sono destinate alla produzione dell’AA Lagrein Riserva “Abtei Muri” doc, il vino di punta dell’azienda. Complesso e versatile, dagli aromi di bacche mature con ciliegia e eucalipto, note speziate di tabacco, cuoio e terreno di bosco autunnale, è un vino che in bocca si presenta intenso e pieno. Alois Lageder è invece il proprietario del vigneto Lindenburg (con vigne dai 20 ai 30 anni di età ma di origine molto più antica) situato in pieno centro città, vicino al fiume Talvera. Il vigneto di 2,4 ettari prende il nome dal castello di proprietà della famiglia Lageder da varie generazioni. Vi sono coltivate uve lagrein, tutte destinate alla produzione del Lindenburg, attualmente sul mercato con l’annata 2007. Il vino fa parte della linea “Tenute Lageder” con uve esclusivamente di produzione propria e ha un aroma tipico con prugne, ciliegie e tante note speziate di cacao e tabacco, ravvivate da note floreali di viola, è corposo e ha un deciso finale di sottobosco.

E ANCORA A FIRENZE, ROMA E… MILANO!A Firenze attualmente l’unica vigna che produca un vino commercializzato è quella di proprietà di Roberto Cavalli. Vi si coltiva alicante (grenache), assemblato dal figlio Tommaso, insieme a del merlot coltivato a Panzano nel Chianti Classico per dare il Redini, un Igt Toscana (che ha esordito con l’annata 2009) dal profumo appena incipriato con resina e legno in primo piano e poi a rifinire liquirizia e ribes rosso, ideale da wine bar. A Roma (dove è bene ricordare che Gianicolo e Villa Pamphili ancora a metà del 1800 erano ricoperte di vigneti), a Trinità dei Monti, vicino a Piazza di Spagna, troviamo un piccolo vigneto ornamentale (ma produttivo), erede del grandissimo vigneto che copriva tutta la collina e che oggi rischia però di scomparire. Venne piantato come simbolo del legame storico tra l’Italia e la Francia dalla città di Narbonne che celebrava la sua origine romana e fino al 2008 vi veniva prodotto il Vino Gallico grazie al lavoro dell’Istituto Agrario Statale Emilio Sereni di Roma. Ma per quest’anno non si è ancora arrivati ad un accordo per capire se potrà essere vendemmiato ancora. Se Milano non ha progetti di doc omonima, almeno ha una denominazione con una certa storia e buona qualità nella sua provincia: è il San Colombano che appunto si fregia del titolo della “Doc di Milano”. Qui storicamente sono sempre state coltivate Croatina, Barbera e Uva Rara.

IRONICA LONDRA

Nella capitale inglese alcuni cittadini, sotto il nome ironico di Chateau Tooting, hanno realizzato e venduto (a 9 pounds la bottiglia) un discreto rosè dai profumi di lampone e fragola a partire da uve provenienti da giardini, orti e anche alcuni balconi della City. Sono più di 100 i soci della Urban Wine Company che si sono appoggiati alla Bookers Vineyard del West Sussex per le operazioni di vinificazione: in tempi dove i vini inglesi prendono quota (ma per ora solo per le bollicine prodotte nelle regioni meridionali) è un fenomeno da tenere d’occhio…