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Golf, Us Open: green card per il mito

È la competizione tradizionalmente più ardua del tour americano per percorso e difficoltà. Il ritorno nello storico Oakmont Country Club promette un’edizione 2016 da brividi, con 200 bunker e buche ai limiti dell’impossibile

Potrebbe apparire come un’inutile ripetizione o, con espressione più forbita, un concetto di evidente profumo lapalissiano. E, in effetti, affermare che l’Us Open, sia l’“Open degli americani” può sembrare superfluo. Ma anche riduttivo. Perché, pur consapevoli che “The Open” per antonomasia sia quello che si gioca tra Scozia e Inghilterra (con una sporadica puntata a Portrush, in Irlanda), i golfisti a stelle e strisce non fanno mistero del significato unico che attribuiscono al loro torneo di casa. E quest’anno le sensazioni si ripeteranno, forse con ancora maggiore intensità, se si pensa che la 116esima edizione si svolgerà in un percorso storico, che ha già ospitato la competizione ben otto volte: più di ogni altro. Senza dubbio l’Oakmont Country Club in Pennsylvania (vicino a Pittsburgh) è uno dei luoghi più riconosciuti in cui è stata scritta la storia del golf Oltreoceano.Ma, prima ancora di pensare all’erba di Oakmont, è fondamentale aggiudicarsi il diritto a partecipare. Perché, se è vero che “Open” indica una competizione aperta a tutti, in realtà nel golf moderno sono soprattutto i pro a riempire la scena. E così, oltre ad alcuni illustri dilettanti – il vincitore e secondo classificato dello Us Amateur 2015, il vincitore dell’Amateur Championship (Uk) e il primo Amateur classificato nel ranking mondiale – i criteri che determinano circa metà del field dei partenti è frutto dei risultati nelle principali competizioni e del ranking mondiale: hanno diritto a partecipare, infatti, gli ultimi cinque vincitori del Masters, dell’Open Championship e del Pga Championship; gli ultimi tre del The Players’ Championship; il vincitore del Pga Championship europeo 2016 e del Senior Us Open 2016.

LE DATEDopo aver lasciato spazio in aprile al Masters, l’Us Open, secondo Major della stagione, si gioca intorno alla metà del mese di giugno trovando la sua collocazione nella terza settimana con una pianificazione che deve far coincidere il quarto giro con il Father’s Day. Quest’anno, in particolare, la competizione si svolgerà dal 16 al 19 giugno.

SEDE DA RECORDDa sempre classificato nella top 10 dei migliori percorsi in Usa, quello di Oakmont è uno dei tracciati ritenuti nello stesso tempo più impegnativi (con circa 200 bunker e un course rating di 77,5) e più idonei per accogliere i migliori giocatori in un evento della portata di un Major. Con tutto ciò che questo genera in America in termini di seguito e coinvolgimento di mezzi e media. Non a caso l’Oakmont Country Club ha già ospitato ben undici Major, come nessun altro club nel Paese: dal primo Pga Championship nel 1922 all’ultimo Us Open del 2007, l’ottavo nella storia (cui si aggiungono tre Pga Championship, cinque Us Amateur, due Us Women Open e anche tre Ncaa Division I Men’s Golf Championship, la competizione golfistica universitaria più importante del Paese, per un totale di 21 grandi eventi. E, ovviamente, con i nomi più illustri della storia nell’albo d’oro che comprende Bobby Jones, Ben Hogan, Sam Snead, Jack Nicklaus, Ernie Els fino all’ultimo trionfatore, Angel Cabrera.Un elemento che sorprenderà gli spettatori che hanno ancora in mente l’edizione 2007 e l’aspetto che il percorso aveva all’epoca, quando a Cabrera servirono addirittura 285 colpi per alzare il trofeo (ben 5 sopra il par), sarà la mancanza di molti alberi che delimitavano alcune buche: sono stati rimossi per accentuare lo stile “links course”. Il percorso, aperto nel 1903, ha avuto da subito un’impronta molto links ma, negli anni, aveva subìto importanti interventi che ne avevano rimodellato lo spirito. Tralasciando lo spostamento di un green negli anni ’40, intervento necessario per fare spazio a una strada, fu soprattutto l’inserimento di alcune migliaia di alberi negli anni ’50 e ’60 a ridefinirne il look. Le idee originarie ripresero il sopravvento a partire dagli anni ’90, quando iniziò il lavoro per riportare il campo al look originario.Grazie al ricostituito look da links course, il vento che si snoderà lungo il disegno del percorso contribuirà a rendere i tee shot uno dei colpi più cruciali per mettere a referto score favorevoli: unito agli interventi sui bunker (resi più raggiungibili e più profondi) e i rough (tagliati proprio per non offrire protezione verso i banchi di sabbia strategicamente posizionati), questo fondamentale inciderà in modo diretto sulla possibilità di attaccare le bandiere. Solo una pallina ben piazzata al centro dei fairway, infatti, consentirà di raggiungere con la necessaria precisione i green, velocissimi e ancor più difficili “da leggere”. Non a caso, sono considerati il tratto distintivo di questo percorso, al punto da indurre non uno qualsiasi, ma Arnold Palmer, a dichiarare che «all’Open a Oakmont si possono anche prendere 72 green in regulation e non avvicinarsi neanche alla vittoria». Il controllo dei colpi e, di conseguenza, le scelte del giusto bastone da utilizzare (anche per i forti dislivelli presenti in più di una buca) sono, più che in altri campi, le componenti del mix ideale per chi ambisca ad aggiudicarsi il torneo.

IL CLUB: Oakmont Country Club, Pennsylvania, fondato nel 1903 oakmont-countryclub.org

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IL PERCORSO: par 70 (par 71 per i soci), 12 par 4, 4 par 3, 2 par 5: course rating 77,5, slope 147, lunghezza 7.530 yard (6.882 metri, oltre 700 metri in più dalla prima edizione a Oakmont nel 1922)

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IL RECORD: Johnny Miller con 63 (- 8) nel quarto giro dello Us Open 1973 da lui vinto

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MONTEPREMI: 10 milioni di dollari, 1,8 milioni per il vincitore

SFIDA AL TOPSe c’è un concetto che nel golf professionistico risulta ormai evidente è che il Tour americano esprime il massimo livello, sia dal punto di vista tecnico che della spettacolarità degli eventi. La conseguenza è, da un lato, un seguito di pubblico e un valore economico di ogni torneo che solo in pochissime eccezioni il Tour europeo riesce ad avvicinare; dall’altro, che i migliori giocatori di ogni continente convergono verso gli Stati Uniti puntando a guadagnarsi la “carta” che dà accesso al ristretto novero dei fortunati partecipanti allo Us Pga Tour. Si assiste così all’avvicendarsi di performance a volte realmente eccezionali, con giri sotto par, record di birdie, eagle e di “lowest round” (giri record per colpi tirati sui diversi percorsi) e, in generale, un livello tecnico fantastico. Questo accade praticamente tutte le settimane tranne una: quella dell’Us Open. Questo torneo, infatti, fa storia completamente a sé. Organizzato e gestito dall’Usga, fa della difficoltà del percorso scelto e del suo “set up”, ovvero il modo con cui viene espressamente preparato a partire da molti mesi prima dell’evento, il suo più peculiare elemento di riconoscimento. E come Oakmont, anche tutti i campi delle precedenti edizioni hanno confermato come non ci siano driver di ultima generazione, shaft al limite della rigidità dell’arco di Ulisse o palline costruite con le più innovative soluzioni aerodinamiche, che bastino a proteggere i campioni dal rischio di giocare sopra il par.Se le diverse componenti di un campo da golf (in particolare larghezza e consistenza dei fairway, altezza e intensità dei rough) sono opportunamente predisposte e combinate, anche i più esperti e potenti tra i campioni si trovano ad incontrare vere e, per loro, inattese difficoltà. Per arrivare poi a quello che, mai come in questa gara, rappresenta il vero giustiziere di quasi tutte le ambizioni: il putting. Se vi è, infatti, un’area in cui le attenzioni degli organizzatori si concentrano più delle altre sono proprio i green, a partire dalla scelta del percorso che deve proporne di naturalmente difficili, per passare alla loro vera e propria preparazione con stimpmeter a velocità incredibili e posizionamento delle bandiere quasi sempre diabolico. Il risultato? Nelle 115 edizioni giocate dell’Us Open, solo 46 volte si è vinto sotto par (di cui 8 con -1 e 7 con -2).Inoltre capita che i giorni di gara non sappiano decretare il vincitore. È accaduto ben 33 volte che due o più giocatori dopo le 72 buche si trovassero con il medesimo score. In questo caso, unico tra i Major, l’Us Open richiede allora uno sforzo ulteriore il giorno successivo al quarto giro, con almeno altre 18 buche da affrontare. Solo nell’evenienza di un persistente pareggio, si procederà con il metodo della cosiddetta sudden death (“morte improvvisa”), secondo il quale il primo giocatore ad aggiudicarsi una buca è il vincitore del torneo. L’ultimo golfista con i nervi d’acciaio a battere la concorrenza in un simile duello? Manco a dirlo, Tiger Woods nel 2008.

Credits Images:

La nona buca del percorso di Oakmont, che ha ospitato 21 tra i maggiori tornei golfistici degli Stati Uniti © Getty Images