Armamenti e finanza etica

Armamenti e finanza eticaIl cancelliere tedesco Olaf Scholz all’inaugurazione di una nuova fabbrica di munizioni dell'appaltatore Rheinmetal© Getty Images

Investire nelle armi ma in modo etico? Bruxelles sembra essere chiamata a compiere un salto triplo carpiato. Da una parte, continua infatti a spingere la finanza sostenibile, attenta all’ambiente, alla società e alle buone pratiche di governo. Dall’altra, è strattonata dai ministri della Difesa dei Paesi dell’Unione che, a seguito dell’invasione russa dell’Ucraina e alla possibilità che il conflitto si estenda, chiedono maggiori finanziamenti per le fabbriche di armamenti. Soldi che dovrebbero arrivare dal settore pubblico, ma anche dai privati.

Negli ultimi anni, però, l’accesso a nuovi finanziamenti per l’industria militare si è fatto sempre più stretto. Colpa, dicono i ministri, della diffusione della finanza sostenibile, che seleziona i titoli non solo sulla base dei rendimenti attesi ma anche sulla base dei comportamenti delle imprese e del management sul piano ambientale, sociale e della governance. Ovvia per l’industria bellica la quasi automatica esclusione, soprattutto dai ricchi fondi pensione del Nord Europa: è tra le prime industrie a essere scartate, accanto al tabacco, all’alcol e al gioco d’azzardo. Gli Stati membri hanno chiesto così a Bruxelles di includere la produzione di armi tra i settori considerati sostenibili dalla Ue, modificando i criteri di prestito legati alla difesa della Banca europea degli investimenti e i requisiti di sostenibilità della Ue (Esg). Ed è probabile che alla fine ci riescano, vuoi per le pressioni dei governi, vuoi per la necessità per i Paesi dell’Unione, soprattutto quelli più a Est, di aggiornare e rafforzare i propri sistemi di difesa. Non ci sarebbe poi da scandalizzarsi. Ormai, grazie a un trucco linguistico, ossia la sostituzione dell’aggettivo “etico” con “sostenibile”, nel box degli investimenti Esg rischia di finirci di tutto. La finanza etica era per sua natura esclusiva.

Seguiva una regola, semplice: non dare denaro a chi non mette al primo posto le persone, l’ambiente e la società. Accanto all’analisi finanziaria poneva anche un filtro morale, per valutare gli investimenti secondo criteri etici. Col tempo si è trasformata in “sostenibile”: i criteri si sono via via allargati, così come le soglie di tolleranza, per includere imprese attive in settori prima esclusi, come i colossi energetici. E non è detto che a forza di allentare, dalla cruna di un ago ci passi, dopo un cammello, anche un carrarmato. Ma forse hanno ragione quelli che considerano i dibattiti etici, tanto in voga in Occidente, un nobile lusso decadente di fronte ai pericoli cui stanno andando incontro le democrazie liberali.

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