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Lavoro

Speriamo nei quindicenni

Nunzia Penelope, giornalista del Foglio, è un’esperta di gerontocrazia: l’anno scorso ha scritto un libro sull’argomento Vecchi e potenti. Politica, istituzioni, banche, imprese: perché l’Italia è in mano ai settantenni (Badini Castoldi Dalai editore). Il successo che ha ottenuto il volume in libreria, finalista al premio Estense, dimostra che il tema è sentito. «Ma certo che è sentito» dice Penelope «perché basta guardarsi intorno per vedere che tutti i posti che contano sono occupati da signori nati negli anni ’30. I giovani si lamentano, dicono che i vecchi fanno da tappo e non lasciano spazi». E forse non è vero? «Sì, è vero», continua, «ma i vecchi rispondono che loro quelle posizioni se le sono conquistate: perché dovrebbero lasciarle? Franco Marini, agli inizi della sua carriera, venne cacciato dall’allora segretario della Cisl Bruno Storti che non voleva cedere la sua poltrona. Marini fece una sua lotta politica e quella poltrona se la conquistò. Ed è così che deve essere: c’è bisogno del conflitto, dello scontro, perché è l’unico modo per far emergere i migliori».Invece i giovani stanno fermi, aspettano che qualcuno li chiami, gli dica «prego, accomodatevi», in fondo sono dei bamboccioni. Pensano di aver diritto a occupare posti importanti solo perché sono giovani e non perché ne hanno le qualità. È così? «È proprio così. Un altro grande vecchio, Enrico Salza di IntesaSanpaolo, ha detto che lui non vede ragioni per lasciare il suo posto a un giovane cretino. E le prospettive non sono incoraggianti. I cinquantenni-sessantenni di oggi stanno lì in panchina e sperano che si apra finalmente qualche varco; i quarantenni sono inconsistenti; i trentenni sono la generazione dei co.co.co e non sanno far altro che lamentarsi». E allora? «Non ci resta che aspettare che crescano i quindicenni».