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Lavoro

L’Executive search ai raggi x

Come è strutturato, quanto vale e quali sono i principali player del mercato dell’head hunting a livello internazionale e nazionale. Tra le conseguenze della congiuntura economica negativa e i settori che continuano ad assumere dirigenti

Era attesa da mesi e, alla fine, è arrivata puntuale come un orologio. La crisi economica non ha risparmiato il settore dell’executive search – o dell’head hunting, come viene spesso chiamato con un’espressione gergale che fa riferimento ai cacciatori di teste. A testimoniarlo sono i dati dell’Aesc, l’associazione di categoria che raggruppa le principali società di executive search a livello internazionale e che, periodicamente, fotografa i principali trend del mercato. Le statistiche sul primo trimestre dell’anno lasciano spazio a poche interpretazioni: secondo l’Aesc, infatti, le ricerche di top manager e di personale di alto profilo da collocare nelle imprese hanno registrato una flessione complessiva attorno al 35% tra gennaio e marzo del 2009, rispetto allo stesso periodo del 2008. «Nessun settore e nessuna area geografica si sono salvati» ha detto senza reticenze il presidente dell’associazione, Peter Felix. Del resto, non servivano di certo le statistiche ufficiali per capire che ormai il clima è cambiato: «oggi le aziende sono impegnate soprattutto nel proteggere le proprie posizioni sul mercato e nel ridurre i costi, piuttosto che nel mettere a punto dei piani di sviluppo futuri, attraverso il reclutamento di nuove risorse», ha detto ancora Felix nel commentare i dati. E così, dopo cinque anni di crescita consecutiva e dopo aver raggiunto il record dei profitti nel 2008, il comparto dell’executive search subirà quest’anno un significativo ridimensionamento. È ancora presto per prevedere di quanto scenderà su base annua il giro d’affari del settore (che prima della crisi, a livello mondiale, era nell’ordine di 11 miliardi di dollari annui). Per avere le idee più chiare bisognerà attendere la fine del 2009 e, soprattutto, analizzare meglio le dinamiche, ancora incerte, dell’attuale congiuntura macroeconomica. Nel primo trimestre dell’anno, i ricavi delle maggiori società di executive search hanno comunque seguito lo stesso trend delle ricerche del personale, con una contrazione del 38% rispetto allo stesso periodo del 2008. Sperare che avvenga una consistente ripresa nel breve termine è dunque inutile. In tutti i comparti industriali, infatti, la selezione dei top manager ha registrato una sorta di “Caporetto”. Il mondo della finanza, com’era facilmente prevedibile, è stato tra i più colpiti, con un calo delle assunzioni di oltre il 41%. Soltanto il non profit ha fatto peggio, con un ribasso del 49%. Ci si consola poco guardando le dinamiche di altri settori, dalla tecnologia (-39,4%) al largo consumo (-35%), dall’industria (-27,4%) ai servizi professionali (-37%). Soltanto tra le aziende del comparto farmaceutico e della salute, il numero delle ricerche di top manager ha registrato una flessione limitata (attorno al 21% nell’arco di 12 mesi). In tutti e cinque i continenti, dall’Atlantico al Pacifico, il mercato ha seguito più o meno gli stessi trend, con poche eccezioni. In Nord America, cioè nell’epicentro della crisi economica, il numero di ricerche di dirigenti d’azienda si è ridotto del 37%, in Asia del 36,5% e nell’intera Europa del 33%. Anche l’America Latina non si è salvata, con un calo complessivo del 27,4%.

L’onda d’urto E l’ Italia? L’Aesc, purtroppo, non pubblica dati specifici sul nostro Paese, giacché si tratta di un mercato ancora secondario in rapporto a quello della Gran Bretagna e dei big continentali come la Francia e la Germania. Ma, secondo gli addetti ai lavori, la Penisola non rappresenta di certo un’eccezione virtuosa nel contesto internazionale. Ne dà conferma Alberto Amaglio, vice presidente per l’Europa dell’Aesc e amministratore delegato della società di executive search Korn/Ferry International, oltre che membro del board mondiale dell’associazione: «il mercato italiano risente in egual misura, rispetto alle altre nazioni occidentali, della difficile congiuntura economica», dice Amaglio. Tuttavia, secondo il n.1 di Korn/Ferry International, la realtà del nostro Paese presenta anche alcune note positive e offre spunti di analisi interessati. Esistono infatti delle aree di business dove le attività di executive search stanno reggendo bene all’onda d’urto della crisi. Nel comparto delle energie alternative, per esempio, la selezione dei manager è molto elevata, in virtù degli investimenti che parecchie aziende stanno effettuando per trovare fonti non inquinanti, sostitutive del petrolio e dei combustibili fossili. Il settore manifatturiero, invece, sta attraversando un periodo di grave difficoltà. Ma, anche in quest’ambito, non mancano le eccezioni: esistono infatti alcune attività del made in Italy in cui sono in corso delle operazioni di ristrutturazione, che richiedono l’apporto di nuove professionalità. Stesso discorso per la finanza, dove il mercato italiano presenta delle peculiarità positive: nel nostro Paese, infatti, è assai significativa la presenza delle banche commerciali, che hanno un forte radicamento sul territorio e che risultano meno esposte alla difficile congiuntura dei mercati borsistici e creditizi internazionali. Tra le figure professionali ancora ricercate, nel mondo della finanza, ci sono soprattutto quelle legate al controllo e alla gestione del rischio, in particolare nell’area dell’internal audit e della compliance, cioè nelle attività di verifica sulla conformità del business aziendale alle norme di legge o ai principi contabili vigenti. Infine, alcune note positive arrivano anche dal comparto farmaceutico e, più in generale, da quello della salute (l’healthcare). In questo settore, l’Italia non brilla per numero di imprese competitive a livello internazionale ma, anche nella Penisola come nel resto del mondo, la selezione dei top manager farmaceutici sta risentendo in misura limitata della crisi. Per quali ragioni? Sostanzialmente per due motivi: in primis, l’healthcare è un comparto difensivo, che sta beneficiando di un trend di crescita di lungo periodo, legato all’invecchiamento progressivo della popolazione. In secondo luogo, i big farmaceutici hanno messo da tempo in atto un lungo processo di ristrutturazione, contrassegnato da operazioni straordinarie come fusioni o alleanze, e per questo hanno ancora bisogno di reperire nuove professionalità tra i dirigenti.

Le eccezioniNon tutto il mercato dell’head hunting, a ben guardare, si muove dunque nella stessa direzione. Benché il calo delle ricerche di personale sia generalizzato, insomma, non mancano gli esempi virtuosi, cioè le aziende che investono e assumono manager. Per i professionisti dell’executive search la sfida è quindi aperta e occorre saper cogliere la palla al balzo per cavalcare in anticipo qualsiasi speranza di ripresa che arriva dal mercato. Non a caso, il presidente dell’Aesc, nel commentare i dati congiunturali, pur ammettendo le difficoltà del momento, ha invitato i suoi colleghi a essere comunque ottimisti: «dalle piazze finanziarie arrivano già i primi segnali di un superamento della crisi», ha detto Felix, «che ci spinge a una visione meno pessimistica del futuro». Secondo Felix, un eventuale cambiamento in positivo delle prospettive dell’economia, spingerà soprattutto i manager di talento verso una minore avversione al rischio, li convincerà ad affrontare nuove sfide professionali, favorendo la loro mobilità sul mercato. Anche in Italia, secondo gli addetti ai lavori, si può guardare al futuro con una ragionevole dose di speranza. Certo, è innegabile che nel nostro Paese il comparto l’executive search abbia ancora dimensioni ridotte e molta strada da percorrere . «Il fatturato annuo complessivo delle prime 10 aziende del settore», spiega Amaglio, «è nell’ordine di appena 80-90 milioni di euro e gran parte del mercato ruota attorno a 1.000-1.500 ricerche top manager ogni 12 mesi ». Tuttavia, secondo il n˚1 di Korn/Ferry International, negli ultimi 20 anni le attività di head hunting hanno senza dubbio compiuto passi da gigante anche nella Penisola. «Tra le aziende, anche quelle di piccole e medie dimensioni dove la proprietà è saldamente nelle mani della famiglia fondatrice, c’è una crescente consapevolezza dell’importanza e dell’utilità dei servizi di head hunting, nel processo di selezione dei manager più capaci» dice ancora Amaglio. L’Italia, insomma, è ormai diventata una realtà abbastanza evoluta, in linea con altri paesi del Vecchio Continente come la Spagna e senza dubbio più avanzata rispetto ad altre realtà come la Grecia o la Turchia o come l’Europa dell’Est. Ben distanti sono invece Francia, Germania e soprattutto Gran Bretagna che, da sole, hanno una quota superiore al 50% nel mercato dell’head hunting europeo. In particolare, nel Regno Unito si concentrano ogni anno oltre il 28% delle ricerche effettuate dalle società di executive search in tutto il Vecchio Continente. Un po’ meno grandi, ma comunque significative, sono le dimensioni del mercato tedesco (con una quota superiore al 14%) e di quello francese (11%). A livello globale, tuttavia, è il Nordamerica a fare la parte del leone, nonostante gli effetti dell’ultima crisi economica. Nel primo trimestre del 2009, quasi il 40% del giro d’affari del settore dell’head hunting si è infatti concentrato aldilà dell’Atlantico, contro il 37% dell’Europa e il 15% dell’Asia. Tra i vari settori, invece, a livello mondiale l’industria mantiene la leadership (raccogliendo il 26% di tutte le ricerche) seguita a ruota dalla finanza (20%) e dal comparto dei beni di consumo (18%). Più distanziati sono invece il settore della salute e quello tecnologico (entrambi con il 14%), il non profit (4,5%) e i servizi professionali (3%).

Credits Images:

Peter Felix e Alberto Amaglio