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Lavoro

In Italia ho trovato l’America

Da pony express a editore, da ragazza madre a super-imprenditrice, da colf a capo-azienda. Ecco le storie di immigrati di successo. Che sono più preoccupati delle tasse e della burocrazia che del razzismo

Zot! Un colpo di bacchetta magica e spariscono gli immigrati in Italia. Niente kebabari aperti in piena notte, niente donne velate al supermercato, niente musica latina a tutto volume. E adesso? Per cominciare vanno in fumo 2 milioni di posti di lavoro delle imprese con titolari stranieri. Infatti più di 250 mila persone, tra gli immigrati arrivati in Italia negli ultimi 30 anni, sono imprenditori e danno un contributo fondamentale al Paese. Secondo Unioncamere addirittura l’11% del Pil italiano è dovuto al lavoro degli stranieri. L’ultimo studio dell’Ocse sui flussi migratori ha lanciato l’allarme: con la crisi, le partenze verso i paesi ricchi sono rallentate e se non tornano ad accelerare la ripresa diventa più difficile. Appurato che non se ne può fare a meno, andiamo a vedere chi sono, cosa fanno e cosa vogliono dall’Italia gli imprenditori stranieri. Parliamo con i titolari delle aziende meglio avviate e scopriamo con loro che spesso tasse e burocrazia fanno più danni del razzismo nel rendere difficile fare impresa in Italia.

A me non convincono

«No. Io assumo solo italiani, perché questo è il mio paese e il paese dei miei figli, mi ha dato tanto ed è qui che voglio creare ricchezza. È vero che gli immigrati lavorano, ma molti non parlano nemmeno l’italiano e poi evadono le tasse. Per il fisco tante aziende fatte da immigrati proprio non esistono e uno come me che paga tutte le tasse finisce che fa la figura del fesso». Il Brambilla a parlare, titolare dell’agenzia turistica Tourmagazine con quattro sedi e 30 affiliati in tutta Italia, è Salah Ahmed Ibrahim. È nato in Egitto ma lì ormai non ha «nemmeno una bicicletta», vive a Roma dal 1980 dove ha messo al mondo quattro figli. La sua intuizione fortunata è stata capire il boom dell’immigrazione prima degli altri e offrire servizi turistici agli stranieri. Inizialmente si trattava di pellegrinaggi per i musulmani e vacanze nei diversi paesi di origine, «l’ultima cosa su cui un immigrato vuole risparmiare», poi ha allargato l’offerta conquistando sempre più clienti italiani. «Non ho mai avuto problemi di razzismo, piuttosto quello che rende difficile lavorare sono le tasse. Mi piacerebbe assumere più personale, mi piacerebbe crescere ancora, ma come faccio quando pago di stipendio a un impiegato 1.500 euro e altrettanto devo versare al fisco? Questo è un furto! Le risorse umane diventano un costo spaventoso. Il governo dovrebbe abbassare le tasse e aumentare i controlli contro l’evasione perché così la situazione non è sostenibile. Se anche Fiat che è italiana va all’estero, figuriamoci un’azienda straniera!» si sfoga Ibrahim.

La quarta generazione

La storia di Sa.Va, impresa che produce e commercializza spezie, inizia un secolo fa in Madagascar e finisce in Italia con la bisnipote del fondatore, Edith Elise Jaomazava. «Sono arrivata a Torino per cercare lavoro, ma straniera e con tre figli piccoli ricevevo un rifiuto dietro l’altro» racconta Edith, che ha vinto il premio imprenditore immigrato dell’anno e il premio per l’innovazione ai MoneyGram Awards 2010. Piuttosto che dichiararsi sconfitta e tornare a casa, decide di mettersi in proprio, una scelta comune a tanti immigrati che aprono la partita Iva. L’idea che la porta al successo è importare spezie di alta qualità in aereo, direttamente dal produttore al consumatore, garantendo una freschezza incomparabile con quelle stipate per mesi nei container. Le ricerche di mercato le confermano che può funzionare, ma all’inizio è durissima. La situazione si assesta con un piccolo gruppo di clienti abituali, poi, due anni fa, arriva la crisi e rischia di distruggere tutto il lavoro fatto: è il momento di stringere i denti. Edith, che ha avuto da poco più di un anno il quarto figlio, Timoteo, inizia a girare le fiere di tutta Italia. Il piccolo la rimprovera «Mamma sei ancora in giro a vendere pepe selvatico!» ma il giro d’affari cresce del 62,8%, fino a mantenere 300 persone tra Italia e Paesi stranieri. Resta una traccia di tutta la fatica e le umiliazioni: «La cosa più bella è quando i clienti vengono a cercarmi anche la sera tardi o di domenica. Sentire di essere diventata importante per loro. Di servire a qualcosa» confida Edith.

Una ex colf milionaria

«Mi sun chì per laurà» era il milanesissimo claim di una campagna governativa sull’integrazione degli immigrati. Sembra la parola d’ordine di Luz Adriana Poveda: lavora come domestica da quando è arrivata dalla Colombia, nel ‘91, e non ha posato la ramazza neanche oggi che l’azienda di servizi di pulizia civili ed industriali da lei fondata a Milano, Adriana, fattura un milione di euro. Ha vinto il premio MoneyGram Award per la maggiore crescita del profitto tra gli imprenditori immigrati grazie a un aumento del fatturato del 10% negli ultimi due anni. «Dell’Italia amo l’opportunità che mi ha dato, l’ordine e l’organizzazione, ma mi manca il calore del mio Paese. I valori affettivi lì sono più importanti», racconta Adriana. Lei, come immigrata e datore di lavoro di tanti stranieri, trova che l’aspetto più complesso dell’integrazione sia la comunicazione: tante volte i problemi sembrano più grandi di quello che sono perché non ci si capisce tra diverse culture e anche per questo organizza corsi di italiano per i suoi dipendenti. Ha sentito di essere “arrivata” quando finalmente ha acquisito la fiducia delle banche «All’inizio era impossibile avere un prestito, poi hanno imparato a conoscermi, anche se i tassi di interesse sono sempre troppo alti» racconta Adriana.

Ero ponyexpress, ora ho una Tv

Si svolge quasi sempre lontano dalle banche anche l’avventura imprenditoriale di Josè Gonzalez Cruz, peruviano, che è in Italia dal 2002. Due anni dopo, con i risparmi accumulati lavorando come idraulico e pony express, ha fondato un gruppo editoriale dedicato alla comunità latinoamericana. Il prodotto di punta è Guia Latina, le Pagine Gialle con tutte le attività gestite da sudamericani. All’elenco telefonico è seguita la rivista Comunidad Latina e la free press Extra Latino. L’ultima nata del gruppo, a giugno, è la web Tv www.guialatinatv.com. In Italia, Cruz ha trovato l’ordine e la sicurezza che mancano al suo paese, ma ancora non riesce a sopportare la burocrazia, spiega. «Ci vuole troppo tempo per avere il più semplice documento anche in posta, in banca o alla Camera di Commercio. Il permesso di soggiorno, poi, è un vero incubo».

La spinta verso l’impresa

La domanda in fondo è: ma che senso ha affrontare tutti la fatica e i rischi di mettersi in proprio, con la difficoltà aggiuntiva di essere lontani dal proprio paese. «La molla non è mai quella economica» confida Aida Ben Amara Ep Ben Jannet, titolare tunisina di un autoricambi d’epoca a Roma «Per me è stata decisiva la promessa fatta al mio ex datore di lavoro, che mi aveva aiutato mentre ero in difficoltà. Sarei rimasta con lui fino alla fine. Quando la sua società era a un passo dal fallimento – ormai erano anni che non prendevo lo stipendio – gli ho proposto di rilevarla in cambio delle mensilità arretrate. Avrei preso sulle mie spalle tutti i debiti, 120 milioni di lire che allora sembravano tantissime. Oggi lui è fiero di me». Riorganizzando il magazzino e allargando la clientela anche all’estero sono riuscita a ripartire e oggi l’azienda va bene. «È stato merito della cultura delle riparazioni e del riutilizzo che in Tunisia non si è mai persa e che con la crisi si è diffusa anche in Italia» racconta Aida, prima di rabbuiarsi. «Però non riesco a stare tranquilla, mi sembra che qui le leggi cambiano di continuo e quelle nuove sono sempre più complesse. Per lavorare meglio ci vorrebbe un po’ di semplicità».

Tutte rose e fiori?

Al di là di burocrazia, tasse e sicurezza non è sempre facile la convivenza tra imprese di immigrati e imprese italiane, come dimostra l’esperienza del distretto del tessile a Prato dove alla crisi del made in Italy si è accompagnata la proliferazione di aziende con titolari stranieri, di solito cinesi, che operano spesso al confine della legalità tra lavoro nero ed evasione fiscale. In questo contesto difficile, Xu Qiu Lin, titolare di Giupel, è riuscito a creare un caso di successo italo-cinese con la sua azienda (circa 15 milioni di fatturato) orgogliosamente bilingue, prima e unica tra le imprese di immigrati ad aderire a Confindustria, nel 2005. «Perché Prato possa avere un grande futuro è necessario che le imprese italiane e cinesi imparino a convivere. Io credo che presto altri cinesi aderiranno a Confindustria, che è un passo importante perché significa accettare tante regole comuni, diventare imprese italiane a tutti gli effetti. Già adesso assumono sempre più italiani» racconta Xu Qiu Lin. I problemi di convivenza sono dovuti secondo lui all’assenza di un progetto di sviluppo comune, un errore politico da cui ora si sta uscendo con le iniziative per agevolare le esportazioni delle aziende degli italiane in Cina e fare rete anche con i nuovi arrivati. Che la strada da percorrere sia lunga e difficile lo dimostrano le aggressioni che Xu Qiu Lin, o Giulini, come è noto in città, ha subito negli anni: la sua azienda è stata bruciata nel 2007 e lui stesso è stato vittima di un sequestro lampo con i suoi quattro figli (di quattro, cinque, sette e 19 anni). Difficile però spegnere il suo ottimismo: «Non ho ancora trovato qualcosa dell’Italia che non mi piaccia» confida Giulini.

L’ESTERO CHE CI CREDE

Le imprese degli immigrati in Italia secondo Unioncamere

251.562

attività con titolari extracomunitari nel 2009

2 milioni

di dipendenti delle aziende di immigrati nel 2009

+4,5%

rispetto al 2008

37.645

nuove aperture nel 2009

45%

imprese che operano nel commercio

27,7%

nelle costruzioni

10%

nella manifattura

6,4%

nei servizi alle imprese

4,2%

nell’alloggio e ristorazione

48.059

imprenditori marocchini (la comunità più attiva), seguiti da cinesi (34.595) e albanesi (27.178)

LE FORMICHE DELLA GLOBALIZZAZIONE

Per definire gli imprenditori immigrati, Maurizio Ambrosini, professore di Sociologia dei flussi migratori all’Università di Milano e direttore della rivista Mondi migranti parla di “formiche della globalizzazione”: «La dimostrazione di come si possano sviluppare iniziative economiche, propensioni imprenditoriali e attitudine a fare business anche da posizioni marginali. È una lunga storia quella dello straniero che, portando esperienze e competenze diverse, sviluppa attività di impresa e relazioni transnazionali, che contraddistingueva già nel Medioevo i fondachi, insediamenti commerciali in tutto il Mediterraneo tra cui spiccavano quelli genovesi e veneziani, collegati regolarmente con le rispettive capitali, nei limiti consentiti dai mezzi di allora» spiega Ambrosini a Business People.