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Lavoro

Fatevi coraggio e mettetevi in proprio

Le storie di chi ce l’ha fatta, alla grande, con pochi soldi, poca esperienza ma una buona idea e tanta voglia di fare da soli

Giuseppe Ravello ha lasciato un posto sicuro in banca per inseguire il lavoro dei suoi sogni. Lo ha fatto a 40 anni, nel pieno della crisi economica. E ha trovato 150 mila euro per partire: ce li ha messi dSeed, fondo d’investimento specializzato nelle prime fasi di sviluppo di uno startup, e sono serviti per un test che ha generato 80 mila euro di ricavi. La cosa ha convinto gli investitori, che hanno messo sul piatto altri 100 mila euro e oggi Sounday, una piattaforma web che consente agli aspiranti musicisti, in modalità selfservice, di produrre, distribuire e promuovere i loro brani, è pronta per andare on line. Obiettivo: 10 mila artisti nel 2010. Per fortuna la storia dell’ex manager di Intesa San Paolo non è un caso isolato. Merito dei venture capitalist, che sono tornati a caccia di idee da finanziare. «Nel 2009 gli investimenti in seed e startup hanno fatto segnare un incremento in termini di volumi investiti e di imprese finanziate. E per il 2010 è lecito attendersi un’ulteriore crescita», conferma Roberto Del Giudice del centro studi di Aifi, l’associazione italiana del private equity e del venture capital. Insomma: chi ha buone idee si faccia avanti, è il momento giusto. La liquidità è abbondante, costa poco e i finanziatori di idee si sono messi a cacciare. Qualche spunto per partire? Ecco le storie di chi ce l’ha fatta.

Quanto serve per cominciare

Bastano 50 mila euro se l’intuizione è buona. Servono per la fase di “semina” dell’idea che dovrà poi crescere con le proprie forze. Ce l’ha fatta Uannabe, un sito di cercalavoro dove i canditati possono videorispondere agli annunci delle aziende. Uannabe è nato dall’incubatore H-farm nel 2009. «Siamo già a quasi 10 mila iscritti», racconta il fondatore Filippo Canesso, 43 anni, che prima di buttarsi nell’impresa lavorava per la rete di agenzie del lavoro Adecco, «e sono più di 200 le aziende che si servono di noi». Il business plan? Semplice: pagano le società che vogliono pubblicare annunci, da 600 a 800 euro l’anno, dipende dalle dimensioni. In attesa del primo fatturato, Uannabe ha impostato anche una strategia di comunicazione su Twitter e Facebook. Stesso investimento iniziale, 50 mila euro, per Shicon, una idea di Giulia Massera che ha visto la luce nella primavera del 2009. Giulia crede nella creatività delle persone comuni e ha deciso di premiare i più bravi, che possono aprire un negozio virtuale su Shicon.com e mettere in vetrina i loro lavori di design: loghi, magliette, accessori di moda, prodotti di bellezza e arredamento. Shicon li realizza e ci si divide il guadagno sulle vendite. L’idea ha già raccolto 500 designer in tutto il mondo. Punta invece a diventare un social network di musicisti Thounds, del 26enne Francesco Fraioli, anche lui partito con poche decine di migliaia di euro. Basta un microfono e un computer per mettere in rete la propria musica, ascoltare quella degli altri e collaborare insieme alla creazione di un pezzo.

Il venture in sala operatoria

Uno startup su tre, nell’ambito delle tecnologie, si occupa di applicazioni web», continua Roberto Del Giudice, «ma sono le biotecnologie e il biofarmaceutico i settori che riscuotono più interesse da parte degli investitori». E sui quali si concentrano capitali ingenti. Arriva fino a un milione e mezzo, per esempio, l’investimento di un gruppo di “angeli” soci di Iag, insieme al Fondo ingenium gestito da ZernikeMeta Ventures, in Biogenera, lo start up farmaceutica che ha messo a punto e brevettato una molecola per il trattamento dei principali tipi di cancro pediatrico, prima causa di morte fra i bambini dei paesi industrializzati. L’obiettivo è di curare gli oltre 200 mila malati all’anno, in una età compresa da zero a 15 anni. E per farlo servirà un’ulteriore iniezione di capitali, prevista entro a fine di quest’anno, per realizzare i primi test clinici. Ancora più impegnative, invece, le risorse messe a disposizione da Sofinnova Partners e Quantica Sgr, che insieme hanno investito nel 2009 più di 8 milioni di euro per sostenere Eos, startup nato tre anni prima e impegnata in terapie oncologiche innovative. Eos userà il nuovo capitale per avanzare lo sviluppo di due composti oncologici per il trattamento di tumori a larga incidenza. L’avvio dei primi studi nell’uomo è previsto proprio quest’anno.

Pianificare pianificare pianificare

Avere solido business plan è fondamentale per convincere gli investitori a scommettere su una nuova idea. I venture capital, infatti, guardano al profitto e vogliono capire subito di quanto si stia parlando. La regola è semplice: dimostrare il proprio valore. Economico, s’intende. Filippo Chiariglione, per esempio, è convinto che la sua idea, che oggi vale 215 mila euro, arriverà a quasi 20 milioni nel giro di tre anni. Il progetto di chiama SmartRM ed è un sistema per proteggere i propri documenti su Internet, decidere chi può guardare un video o ascoltare una canzone, e per quanto tempo. Un gestore di privacy personale, integrato nel browser Firefox, che consente di distribuire i propri contenuti e controllarne i diritti. «Nel nostro business plan», racconta Chiariglione, 35 anni, che ha fondato l’azienda di software assieme al padre Leonardo e all’amico Giacomo Cosenza con un seed di 210 mila euro iniziali, «prevediamo di chiudere l’anno a quota 215 mila euro di revenue, destinati a diventare 3 milioni l’anno prossimo, a fronte di costi che passeranno da 141 mila euro a 1 milione e 271 mila». Cifre con la virgola, che hanno convinto il gestore di fondi dPixel a entrare in affari.

Farsi conoscere dagli Angeli

I primi soldi arrivano sempre da amici e parenti, ma per fare sul serio servono investitori professionisti». Lo racconta l’americana Tara Kelly, a Roma da ormai 13 anni, che ha fondato Passpack.com, startup italiano di gestione delle password on line. Tara ha trovato i suoi angeli in Italian Angels for Growth, che hanno fatto la prima iniezione di capitali, 175 mila euro su 350 mila in totale, trasformando in pochi mesi un’impresa casalinga con due soci fondatori in una azienda con dieci dipendenti e sedi a Roma, Bologna e San Francisco. Altro nome importante è Iban, Italian business angels network, l’associazione che riunisce gli investitori informali in capitali di rischio. Gli stessi secondo i quali quest’anno le nuove idee di business avranno molte opportunità di partire rispetto agli anni precedenti grazie anche ai 465 milioni di euro cofinanziati dal ministero dell’Innovazione per svolgere attività di venture capital tecnologico nel meridione del Paese e destinati ai progetti altamente innovativi.

Il bergamasco che ricarica i cellulari africani

Il suo sogno è ricaricare 50 milioni di telefoni cellulari africani. E forse ci riuscirà. Giambenedetto Colombo, 65 enne imprenditore bergamasco, ha inventato un sistema a pannelli solari per dare la carica a telefoni e computer portatili, arrivando là dove non c’è corrente elettrica, come nella maggior parte delle regioni africane, e dove i telefonini aumentano ogni anno con un tasso di crescita a due cifre. Colombo è uno degli otto finalisti del Global social venture competition, concorso internazionale che premia le nuove idee di impresa e i progetti imprenditoriali sostenibili. Ora volerà a Londra per le semifinali. Obiettivo: staccare un biglietto per Berkeley e puntare ai 25 mila dollari in palio per cominciare a realizzare il suo business. Al primo posto del round italiano, organizzato dall’Alta scuola impresa e società (Altis) della Cattolica di Milano, si è invece classificato il business plan di uno studente originario del Ghana, che ha ideato per il suo paese un programma volontario di riforestazione in grado di innescare un processo virtuoso di lavoro e generare ritorni finanziari in breve tempo. In gara c’erano in tutto 40 progetti d’impresa, 20 inpiù della scorsa edizione. La competizione è stata ideata nel 1999 dall’università di Berkeley e negli anni ha raccolto l’adesione di alcune tra le più prestigiose scuole di tutto il mondo, tra cui la London business school.