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Lavoro

Carovita e inflazione: il 60% dei lavoratori si sente abbandonato dalle aziende

L’aumento dei costi ha spinto il 70% dei lavoratori italiani a nuove abitudini di lavoro. Lo smart working, sempre più ridotto dalle aziende, non è sempre la soluzione. I dati di Randstad

cashless Credits: iStockPhoto

L’inflazione e l’aumento del costo della vita hanno spinto molti italiani a modificare le proprie abitudini, anche nella sfera professionale. È quanto emerge dal WorkMonitor di Randstad, indagine sulle trasformazioni del mercato del lavoro realizzata in oltre 30 Paesi.

In Italia, in particolare, due lavoratori su tre hanno adottato un comportamento proattivo per far fronte all’inflazione e all’impennata dei prezzi. Ai primi posti gli appartenenti alla Generazione Z (89%) e i Millennial (84%), seguiti da Gen-X e Boomers (73% e 61%). Il 24% degli intervistati ha preso in considerazione l’aumento delle ore di lavoro, anche in questo caso con prevalenza dei più giovani.

Tra le soluzioni valutate dagli italiani c’è anche quella di intraprendere un secondo lavoro (18%), o di posticipare il pensionamento (14%). La possibilità di licenziarsi per trovare una posizione più remunerativa è considerata dal 13% dei lavoratori, in particolar modo dalla Gen-Z (26%) e dai Millennial (22%), mentre l’11% preferisce rimandare eventuali cambiamenti a un momento più stabile.

Nello scenario attuale, diversi intervistati manifestano preoccupazione per l’avanzamento della propria carriera: il 22% teme di non riuscire a crescere professionalmente e il 19% è preoccupato per la sicurezza del posto di lavoro.

Inflazione e carovita: aziende bocciate dai dipendenti italiani

I lavoratori italiani ritengono insufficienti le azioni intraprese dalle aziende per aiutarli a fronteggiare il carovita. Solo il 38%, infatti, dichiara un supporto in tal senso da parte del proprio datore di lavoro, una media inferiore rispetto a quella globale (-13%) e a quella europea (-7%).

Negli ultimi sei mesi, solo il 33% degli intervistati ha percepito un aumento del pacchetto retributivo, che è rimasto invariato per poco meno del 60% e diminuito per l’8%. Anche le risorse per il sostegno alle famiglie non hanno subito modifiche, secondo circa il 70% degli intervistati. Solo il 23% ha beneficiato di un incremento. Tuttavia, in questo contesto l’Italia si dimostra al di sopra della media europea (+5%), mentre rimane al di sotto nel caso di quella globale (-2%). Il 28% degli italiani ha visto un aumento dei benefit, come assegnazione di ferie annuali e prestazioni sanitarie.

Smart working e flessibilità

In un contesto caratterizzato dal generale aumento dei prezzi, anche lo smart working è stato oggetto di valutazione da parte degli italiani. Il 14% degli intervistati sfrutta maggiormente il lavoro da casa per evitare il costo degli spostamenti. Ma lavorare nella propria abitazione può significare farsi carico di un altro costo, quello dell’energia. Proprio per evitare questa spesa, il 10% degli italiani preferisce invece recarsi in ufficio.

Se molti lavoratori possono scegliere di praticare o meno il lavoro agile, altri devono quasi completamente rinunciarci. Infatti, molte società hanno cambiato atteggiamento verso lo smart working: il 38% degli intervistati afferma che la propria azienda non offra sufficiente flessibilità per il lavoro da casa, il 34% che i datori di lavoro richiedono con più severità la presenza in ufficio. In un terzo dei casi, il 29%, le aziende si aspettano che i dipendenti lavorino in sede con frequenza maggiore rispetto a sei mesi fa.

Rispetto al 2022 cala la flessibilità in termini di orario di lavoro, dichiarata dal 26% degli intervistati (-1%) e in termini di ubicazione (23%, in diminuzione del 2%). In generale, per gli italiani la flessibilità rimane un fattore fondamentale: lavorare prevalentemente in ufficio è la soluzione preferita, ma non 5 giorni su 5. Idealmente, lo farebbe solo il 29% degli intervistati, mentre il 41% opterebbe per un’equa alternanza tra lavoro da remoto e in presenza. Lavora prevalentemente da casa il 20% degli italiani, anche se il 31% la riterrebbe la soluzione migliore.