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Industria 4.0: evoluzione della specie

Posti di lavoro spariti, mestieri in estinzione: sono tanti i rischi annunciati a più riprese sugli effetti prodotti dall’Industry 4.0, che vedrà l’inserimento massiccio di macchine intelligenti nei processi produttivi. Ma, come per le altre rivoluzioni della storia, il segreto per non rimanere schiacciati è saper anticipare il cambiamento

Sensori, telecamere, tre computer installati e uno scanner tridimensionale. Dentro il “corpo” di R1, il primo robot-maggiordomo progettato dall’Istituto italiano di tecnologia di Genova, c’è davvero tutto quello che serve per fare felici milioni di casalinghe stufe di dover pensare ai lavori domestici. Presentato nei mesi scorsi alla stampa, questo umanoide completamente made in Italy è capace persino di portare il caffè a letto e potrà essere in futuro un valido aiuto per sbrigare le faccende di casa. Ma il maggiordomo-robot R1 è anche qualcosa in più: è un simbolo della rivoluzione ormai in atto da anni nel mondo dell’industria globale, dove la robotica e le tecnologie digitali stanno sostituendo progressivamente il lavoro dell’uomo.È la rivoluzione che gli addetti ai lavori classificano come Industry 4.0, secondo l’espressione utilizzata per la prima volta nel 2010 dalla Vdma, l’associazione degli ingegneri tedeschi che ha voluto così identificare i cambiamenti in atto nei processi produttivi. Nell’1800 ci fu la prima rivoluzione industriale con l’invenzione della macchina a vapore, agli inizi del ‘900 ne arrivò un’altra con l’utilizzo su larga scala dell’energia elettrica, mentre negli anni ’70 del secolo scorso ci fu l’avvento dell’informatica. Ora, dopo tutte quelle innovazioni di portata storica, si sta aprendo una quarta fase, caratterizzata appunto dalla sostituzione del lavoro umano con quello di macchine dotate di intelligenza artificiale. A dire il vero, l’Industry 4.0 è fenomeno ancor più complesso della semplice applicazione della robotica nelle fabbriche, che è già iniziata da almeno 30 anni.

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INTELLIGENZA ARTIFICIALEL’Industry 4.0 o Quarta rivoluzione industriale (come l’ha definita qualcuno) si caratterizza anche per lo sviluppo dell’Internet of Things (l’internet delle cose), cioè la capacità di connettere alla rete e di far dialogare tra loro molti oggetti reali, compresi quelli più sofisticati come i macchinari dell’industria. E così, gli impianti delle fabbriche non si limitano più soltanto a lavorare i prodotti in automatico con i robot, svolgendo funzioni già programmate. I macchinari industriali diventano intelligenti, ricevono, immagazzinano, rielaborano e trasmettono ai vari reparti dell’azienda una gran mole di dati e informazioni. Per questo, oltre all’Internet of Things, nella quarta rivoluzione industriale si assiste all’utilizzo su larga scala anche di altre tecnologie come il cloud computing, cioè la “nuvola informatica” che permette di archiviare e accedere alle informazioni ovunque, utilizzando software e risorse disponibili in rete, senza immagazzinarle in dispositivi “fisici” come gli hard disk. Un altro tipo di tecnologia utilizzata è quella dei cosiddetti big data, che consentono la raccolta e l’analisi con procedure informatiche avanzate di una mole immensa di dati. «Oggi, interagendo quotidianamente con i loro clienti, le aziende hanno a disposizione una quantità gigantesca di informazioni che possono utilizzare in tempo reale per migliorare i propri processi decisionali e produttivi», spiega Luca Scagliarini, Chief Marketing Officer di Expert System, azienda specializzata nello sviluppo di software per la gestione strategica dei big data, premiata di recente dalla società di ricerca Forrester come una delle dieci autorevoli imprese nel suo settore a livello mondiale. Big data, cloud computing, robotica e Internet of Things: messe tutte assieme, insomma, queste tecnologie possono creare un mix esplosivo, capace di cambiare i connotati all’industria.«A ben guardare, non tutti i settori sono oggi interessati in egual misura da questa ondata di innovazioni», dice Samuele Mazzini, amministratore delegato di S.M.R.E. Engineering, azienda con sede in Umbria, specializzata nello sviluppo e nella costruzione di macchine industriali ad alto contenuto tecnologico, vendute in ben 35 Paesi diversi. Secondo Mazzini, per esempio, un settore particolarmente interessato dalle innovazioni dell’Industria 4.0 sarà quello dell’automotive. L’avvento di tecnologie come il car sharing, che permette la condivisione dei veicoli, o lo sviluppo delle vetture automatiche che si guidano da sole senza conducente, rivoluzionerà indubbiamente le abitudini di molte fasce di consumatori, per i quali diventerà sempre meno importante il possesso di un’automobile propria e sarà invece sempre più significativa la qualità dei servizi di mobilità offerti sul mercato. Tutto bello, se non fosse per un particolare affatto trascurabile: in queste fabbriche intelligenti che vanno da sole, nelle aziende che cercano di digitalizzare tutto ciò che è possibile digitalizzare, c’è il rischio concreto (o la certezza) di veder svanire milioni di posti di lavoro.

LA VIA ITALIANA

ADDIO CONTATTO UMANO

PERICOLI IN VISTAUno studio realizzato nei 15 maggiori Paesi industrializzati e presentato nel gennaio scorso all’ultima edizione del World Economic Forum, per esempio, ha stimato in 5 milioni di unità il numero di occupati che potrebbero perdere il posto già prima del 2020, proprio a causa dell’avvento dell’Industry 4.0 e delle innovazioni tecnologiche che la caratterizzano. La cosa ancor più allarmante è che, a essere colpiti da questa emorragia occupazionale, non saranno solo e non tanto le professioni tradizionalmente considerate mestieri di fatica, per esempio la colf o l’uomo delle pulizie, sostituiti da robot-maggiordomi come R1, o gli autisti e i camionisti, rimpiazzati dai veicoli automatici. La perdita maggiore di posti di lavoro potrebbe verificarsi tra mestieri di livello medio o medio-alto, che si basano su una buona dose di lavoro intellettuale. Lo studio prevede un saldo occupazionale negativo del 5% (sempre da qui al 2020) per i lavori d’ufficio, legati a funzioni amministrative delle aziende. Una contrazione dell’1,6% circa ci sarà nel settore manifatturiero e dell’1% nel mondo dei media e dell’intrattenimento. Operatori dei call center, impiegati di banca, contabili, ragionieri, receptionist o addetti al controllo di qualità e al controllo di gestione: ecco alcuni mestieri che rischiano di sparire o comunque un forte ridimensionamento, per via della rivoluzione tecnologica in atto oggi nei maggiori Paesi industrializzati. Persino i private banker o i consulenti finanziari, che gestiscono i soldi dei risparmiatori e hanno un forte legame personale con la propria clientela, potrebbero essere rimpiazzati dai cosiddetti robo-advisor, cioè da software che già oggi sono in grado di costruire in automatico dei portafogli di investimento, attraverso algoritmi matematici. Per contro, secondo i dati del World Economic Forum, un aumento di occupati tra il 2,5 e il 3% si registrerà invece (com’è ovvio che sia) nelle aree dell’informatica, dell’ingegneria e della progettazione. Con l’avvento dell’Industry 4.0, insomma, ci saranno come al solito vincitori e vinti.

PRODUTTIVITÀ IN AUMENTOMa quale sarà l’effetto complessivo sull’economia? Le società dei Paesi avanti diventeranno più ricche, come è avvenuto con le precedenti rivoluzioni industriali, o si impoveriranno? Nel lungo periodo, sostengono gli economisti, gli effetti saranno sostanzialmente positivi. Secondo uno studio realizzato dalla società di consulenza Roland Berger, con la quarta rivoluzione industriale si possono creare entro il 2035 circa 6,7 milioni di nuovi posti di lavoro in tutta Europa e generare investimenti e profitti per 420 miliardi di euro. Se parecchi mestieri scompariranno, insomma, ne nasceranno molti altri pronti a rimpiazzarli. L’importante è che l’Europa e soprattutto l’Italia siano pronte ad affrontare questa sfida che oggi si gioca su scala globale, dalla Cina al Giappone, passando per gli Stati Uniti. «Credo sia bene evitare qualsiasi visione catastrofista riguardo agli effetti occupazionali dell’Industry 4.0», dice Scagliarini, «e sforzarci piuttosto per riuscire ad affrontare in tempo le sfide che abbiamo davanti». Fermare le innovazioni, infatti, per Scagliarini è impossibile. Meglio prepararsi piuttosto in anticipo, ben sapendo che il mercato del lavoro ha bisogno di nuove figure e deve spostare più in alto l’asticella delle competenze degli occupati.Dello stesso parere è anche Mazzini di S.M.R.E. Engineering che invita però a non farsi ingannare dalle mode. «Oggi il termine Industry 4.0 viene utilizzato con troppa disinvoltura, per mettere un’etichetta su qualsiasi innovazione, vera o presunta», dice Mazzini, «magari spesso allo scopo di intercettare qualche agevolazione o finanziamento che dovrebbe invece indirizzarsi altrove, verso investimenti più proficui». Dal rischio che l’Industry 4.0 si trasformi in una moda mette in guardia pure Franco Terragni, proprietario assieme alla famiglia dell’omonimo gruppo produttore di cucine e arredi, che controlla anche noti marchi come Salvarani e Feg. «La nostra azienda utilizza soluzione avanzate per la configurazione dei prodotti sin dagli anni ’90 del secolo scorso», dice Terragni, «con linee di fabbricazioni altamente automatizzate, che permettono di realizzare contemporaneamente diverse commesse che arrivano dai clienti». In aziende come la Terragni, insomma, la quarta rivoluzione industriale ha radici profonde ed è iniziata molto prima che l’associazione degli ingegneri tedeschi coniasse il termine Industry 4.0, oggi così in gran voga.

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