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Svegliati Europa!

Cina e Usa brindano alla crescita record degli ultimi mesi e guardano con fiducia al futuro, mentre il Vecchio Continente arranca. A frenarlo è soprattutto la mancanza di una politica industriale unitaria e dovrà muoversi in fretta se non vuole rimanere al palo

Se fosse un thriller, la scena iniziale potrebbe essere questa: tre auto entrano in un tunnel ma ne escono solo due. Dov’è finita la terza e, soprattutto, cosa le è accaduto? È questa la domanda sulla quale si arrovellano osservatori e opinionisti euroentusiasti: cosa sta succedendo all’Unione europea? Sì, perché la crisi pandemica è stata globale ma, se negli Usa e in Cina il rombo dei motori dell’economia che si riaccende si è sentito forte e chiaro, dal Vecchio Continente arriva qualche flebile colpo di tosse.

Secondo una stima del Fondo monetario internazionale dello scorso aprile, l’economia mondiale crescerà di un 6% quest’anno. Risultato notevole ma dovuto principalmente alla ripartenza alla grande degli Stati Uniti e del colosso asiatico. Nell’ultimo Economic Outlook, l’Fmi prevede per il 2021 un’espansione dell’8,4% dell’economia cinese e del 6,4% di quella americana. E l’Europa? Meglio non contare su di lei, almeno per il momento. Nei primi tre mesi dell’anno, la Cina ha registrato una crescita del 18,3%. Nello stesso periodo, a Washington si festeggiava per un incoraggiante +1,6%. A Bruxelles, invece, si doveva prendere atto di una contrazione del Pil dello 0,6%. Europe’s Recession Contrasts Economic Fortunes of U.S. Expansion, titolava lo scorso aprile il New York Times, in un pezzo che metteva a confronto la ripartenza americana con la stagnazione europea: «La recessione dei 19 Paesi che condividono l’euro come moneta riflette uno stimolo di gran lunga meno aggressivo e un piano abborracciato di approvvigionamento dei vaccini che ha lasciato molte delle maggiori economie nella posizione di continuare ad adottare restrizioni sulla vita quotidiana». Tutto vero, purtroppo. Quando ad Anaheim, California, riapriva Disneyland, Eurodisney era ancora un hub vaccinale.

Certo, un ruolo enorme lo gioca la natura istituzionalmente ibrida dell’Ue. Non è uno Stato, non ne ha la legittimazione e nemmeno i tempi rapidi di reazione. E così, mentre Usa e Cina iniettavano enormi risorse nelle loro economie, e altrettanto faceva Londra, qui si negoziava il Next Generation EU, uno strumento straordinario da un punto di vista simbolico ma poco efficace. Il pacchetto di aiuti e stimoli – a quasi un anno e mezzo dall’inizio della pandemia – non è ancora entrato in funzione*. Senza poi contare i dubbi sulla sua portata, oggi condivisi anche dagli analisti del Center for European Reform, secondo i quali i 750 miliardi di euro del piano non bastano. Ci vorrebbe un piano à la Trump o à la Biden. Eppure tanto Bruxelles quanto i governi nazionali hanno fatto il possibile per spegnere l’incendio della crisi. Nel 2020, annus horribilis, le dichiarazioni di bancarotta sono diminuite del 40% in Francia e del 25%, in media, nel resto del continente. Il dato può sembrare incoraggiante ma letto nel contesto – è sempre il New York Times a mettere il dito nella piaga – questo significa che l’Eurozona uscirà dalla crisi con un numero spropositato di aziende zombie. Detto altrimenti, il blocco europeo rischia di perdere ulteriore terreno in termini di competitività.

Quello delle imprese è un altro nervo scoperto. Ai primi di giugno, ci pensava l’Economist a ricordarlo, scrivendo senza mezzi termini che «le imprese cinesi e americane hanno lasciato le loro controparti europee nella polvere». Giudizio impietoso accompagnato da numeri ancora più duri: solo 20 anni fa, 41 delle 100 maggiori società per capitalizzazione avevano il quartier generale in Europa (inclusa Gran Bretagna, Russia e Turchia), oggi sono solo 15. Nel 2000, un terzo delle mille imprese più grandi del mondo era europeo, come un quarto dei profitti. In due decenni, aziende e guadagni si sono dimezzati. La sola Apple vale quanto le prime 30 blue chip quotate al Dax di Francoforte e le 40 più ricche del Cac di Parigi. «L’Europa ormai è solo un luogo in cui Amazon e Tik Tok possono trovare clienti, ma non una base da cui un’impresa possa partire per conquistare il mondo», scriveva il settimanale britannico. Come se non bastasse, il tessuto industriale europeo è costituito quasi esclusivamente di pmi (99%).

L’Ue non ha colossi di caratura mondiale in grado di giocare alla pari con quelli statunitensi e asiatici e così sta perdendo la competizione tecnologica. Inoltre, le aziende piccole sono più vulnerabili in tempo di crisi. E infatti c’è chi pensa di approfittarne. Bloomberg, in un articolo pubblicato il 7 aprile, suonava la sveglia: «Le società cinesi si preparano a fare acquisti in Europa». Alla questione dimensionale delle imprese, divenuta ancora più scottante dopo il veto posto dalla Commissione all’acquisizione di Alstom da parte di Siemens, l’Ispi, nel maggio 2019, aveva dedicato un report. La vulgata comune vuole che non siano nati giganti autoctoni perché una insensatamente rigida applicazione delle norme sulla concorrenza ne ha impedito la genesi. I numeri sembrano dire altro: delle 7.381 operazioni di M&A notificate alla Commissione dal 1990 al 2019, solo 30 sono state bocciate e altre 444 sono passate dopo alcune modifiche contrattuali. Va detto, però, che il mondo dell’industria è dominato da pochi grandi player: magari qualcuno di quei 30 colossi non nati avrebbe fatto comodo.

A Bruxelles da anni si lavora per dare all’Europa una nuova politica industriale (vedi intervista). Spazio di manovra ce n’è. Per iniziare, però, basterebbe non perseverare nell’attuazione di politiche miopi o dementi che in passato hanno fatto enormi danni. Come dimenticare il presidente della Bce Jean-Claude Trichet quando, in piena crisi da morbo subprime, alzava orgoglioso i tassi mentre nel resto del mondo si faceva il contrario? Anche oggi, la svolta semi-Keynesiana dell’Ue non piace ai falchi del Nord, che faranno di tutto perché il Next Generation EU sia molto meno di ciò che potrebbe essere. Ed è questo forse il punto cruciale, assai più della dimensione delle imprese e delle norme anti-posizione dominante: i membri dell’Ue hanno identità e interessi divergenti. Sono compagni di cordata, ma anche rivali. La retorica del fronte comune contro Usa e Cina è buona per un comizio. Nella realtà, l’Ue è un non-Stato che deve vedersela con Stati nazione fatti e finiti, con classi dirigenti esperte e navigate, prassi consolidate, visioni strategiche delineate e abbastanza condivise nonché una vera legittimazione popolare. Magari diventerà un super-Stato ma nel frattempo non potrà che farsi male. Cosa in cui è già bravissima da sola.

* Articolo pubblicato su Business People, luglio-agosto 2021

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