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Anche le pmi italiane aprono ai manager

Scegliere un leader non familiare è legato ad aspetti positivi come la crescita dimensionale dell’azienda e la capacità di esportare. Gli ultimi dati dell’Osservatorio Aub a cura dell’Università Bocconi

Il processo di apertura delle imprese familiari a manager esterni comincia a interessare anche le imprese più piccole, secondo i dati della nona edizione dell’Osservatorio Aub sulle aziende familiari italiane, a cura dell’Università Bocconi.

Negli ultimi due anni, su 253 casi di successione in un’impresa familiare italiana con un fatturato compreso tra i 20 e i 50 milioni di euro, in ben 59 casi (il 23,3%) si è passati da un leader familiare a un leader non familiare. “Si tratta di numeri già significativi”, ha spiegato il coordinatore della ricerca, Guido Corbetta, “e di un fenomeno che segue di qualche anno il processo già avviato dalle imprese più grandi e che ha dimostrato di pagare in termini economici e finanziari”.

Le imprese con manager crescono di più e creano occupazione

L’apertura ai non familiari risulta, infatti, correlata ad aspetti positivi come la crescita dimensionale e la capacità di esportare. Anche il vecchio adagio secondo cui ‘la prima generazione costruisce, la seconda consolida e la terza distrugge’ può essere mitigato dalla presenza di consiglieri non familiari. Se, infatti, resta vero che le imprese familiari di terza generazione soffrono in termini di redditività, questa relazione è più debole quando le imprese sono di dimensioni maggiori e quando si registra, appunto, la presenza di consiglieri esterni.
Le rilevazioni dell’Osservatorio Aub confermano che le aziende familiari creano occupazione (+20,1% negli ultimi sei anni, seguito dal +14,4% delle cooperative e consorzi, il +5,7% delle filiali di imprese estere, il +1,4% delle coalizioni, il -8,7% delle imprese controllate da fondi e il -12,3% delle imprese ed enti statali), crescono più delle altre (+47,2% negli ultimi 10 anni, contro il 37,8% delle altre imprese), registrano una redditività più alta (Roi del 2016 al 9,1% contro il 7,9% delle altre) e hanno un rapporto di indebitamento più basso.

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© Paul Bence