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Pmi a rischio: la mancanza di competenze fa prendere scelte sbagliate

Il 71% delle imprese è a rischio insostenibilità del debito se l’attuale crisi dovesse acuirsi e non per mancanza di aiuti di governo

Il 71% delle imprese è a rischio insostenibilità del debito se l’attuale crisi dovesse acuirsi. È quanto emerge dallo studio rilasciato dal centro di ricerca I-AER, Institute of Applied Economic Research, in collaborazione con Aida Partners, e condotto su 1.012 pmi italiane a conduzione familiare operanti nel comparto produttivo, dei servizi e del commercio. I dati evidenziano che non c’è aiuto di stato che tenga se le imprese continueranno a scegliere (più o meno volontariamente) di essere dipendenti dal sistema bancario. Oltre il 74% del campione analizzato dichiara di non avere certezza sull’esattezza dei prezzi formulati al cliente finale, con impatti disastrosi sui margini. Come se non bastasse, ben 8 pmi su 10 non sono autonome nel generare piani di sviluppo strategico almeno triennali (sempre più richiesti dagli istituti di credito), con ricadute sostanziali sullo sviluppo organizzativo delle aziende.Questo fenomeno è di portata nazionale, con una forte disomogeneità territoriale: infatti, solo cinque aziende su dieci al Centro-Nord dichiarano di essere “più attente” rispetto alla crisi del 2008/2009 nella gestione aziendale. Il dato scende a tre aziende su dieci al centro. E a solo due su dieci al Sud e nelle isole.

Per Fabio Papa, fondatore di I-AER, docente di economia e start-up design: “Troppo spesso, le imprese criticano le azioni dei governanti, dimenticandosi che, da almeno 20 anni, le loro scelte imprenditoriali sono insostenibili, il che le ha portate ad essere fortemente vulnerabili davanti alle crisi di oggi, di ieri e di domani. Questa situazione non avviene di certo perché le materie prime sono schizzate alle stelle o perché il costo dell’energia è fuori controllo. Ciò è il risultato della non conoscenza dei meccanismi di gestione professionale del sistema-azienda, elemento ormai diventato strutturale”.

Lo scarso livello di competenze (di base) ravvisato da I-AER purtroppo non si limita ai soli vertici aziendali. Ma si estende ad una moltitudine di lavoratori dipendenti (e non) che continuano a vivere in una “zona di comfort” che porterà le imprese in cui lavorano ad estinguersi in modo progressivo. A riprova di ciò, secondo lo studio, nell’80% delle pmi mancano competenze di base quali l’uso (consapevole) di fogli elettronici, la conoscenza di almeno una lingua straniera e l’utilizzo autonomo di software per realizzare presentazioni aziendali.“Un quadro”, osserva Papa, “che stride con i fondi per il re-skilling su cui il Governo Draghi ha puntato per rilanciare il sistema produttivo. Infatti, più che di re-skilling dovremmo parlare di basic skilling, vale a dire l’introduzione di pratiche di base (diffuse in modo uniforme in tutte le imprese) che portino l’organico a contribuire attivamente alla reale produzione di valore”.

Mancano le competenze necessarie

I risultati di I-AER degli studi sull’economia reale mostrano che le aziende vivono da più di un decennio in condizioni di difficoltà strutturale perché le competenze che servono per comprendere quali scelte è opportuno effettuare o non ci sono o sono poco diffuse. Inoltre, solo il 4% delle imprese coinvolte nello studio ha in programma dei piani di successione generazionale ben codificati e condivisi, il che lascia intendere una scarsa volontà di rinnovare la governance aziendale con potenziali impatti sulla continuità delle stesse aziende.

Per emergere le imprese dovrebbero strutturare un intervento in due tempi. Nel brevissimo termine è necessaria l’introduzione di un corso accelerato, standardizzato su base nazionale, per aiutare gli imprenditori italiani a comprendere quali siano le scelte da effettuare per rendere realmente sostenibile un’azienda, anche in tempi di crisi. All’iniziativa, secondo lo studio, parteciperebbero però solo sei imprese su dieci. In seconda battuta è necessaria una riforma scolastica che preveda, a partire dalle scuole elementari, l’apprendimento certificato delle competenze di base utili al sistema produttivo – a partire dall’uso consapevole di strumentazione informatica, delle lingue straniere e della matematica di base. Tali strumenti, seppur già attivi, vanno potenziati in un’ottica di maggiore concretezza, introducendo quella praticità che manca alla scuola italiana. E che tanto le imprese reclamano. Ma siamo davvero pronti alla sfida?

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