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Guerra dei brevetti, quando l’innovazione non fa bene all’economia

Si chiamano “patent trolls”, veri e propri mostri delle licenze, e rappresentano il lato oscuro delle attività di ricerca e sviluppo. Così evolve il business del commercio delle idee anche in vista dell’adesione italiana alla corte unificata europea

Il soprannome è di quelli che apparentemente non lasciano scampo. I “patent trolls” (mostri dei brevetti, ndr) sono aziende specializzate nella registrazione di brevetti che poi usano per ottenere redditizi accordi di licenza e muovere causa a chi violerebbe la loro proprietà intellettuale. Un commercio di idee all’ingrosso o l’ultimo baluardo in difesa degli inventori? Partiamo dai numeri. L’anno scorso in America sono stati 30 mila i procedimenti legali innescati contro oltre 2 mila aziende Hi Tech, chiamate a difendersi dall’accusa di essersi appropriate indebitamente di idee altrui. Tradotto: oltre 30 miliardi di dollari in spese legali, fra avvocati e tribunali. Ma il danno peggiore sarebbe un altro: i brevetti sotto giudizio restano nel cassetto, la ricerca si blocca e nessun nuovo prodotto va sul mercato. Sarà forse per questo che il presidente Barack Obama ha dichiarato guerra a chi minaccia di tenere le aziende tecnologiche impegnate in lunghi e costosi processi senza reale sostanza. Ma davvero esiste un mercato delle innovazioni fasulle e dannose per l’economia?«Il discorso è molto complesso, essendo difficile distinguere tra brevetti veramente innovativi e brevetti “di carta”. Ciò che è certo», dice a Business People l’avvocato Vittorio Cerulli Irelli, esperto di proprietà intellettuale per lo Studio Trevisan & Cuonzo, «è che i brevetti non sempre sono un bene: è anche per questa ragione che il sistema deve sempre correttamente bilanciare gli interessi delle due parti in causa». E se invece il business dei brevetti non fosse così mostruoso? In molti infatti pensano che abbia un ruolo fondamentale nello sviluppo del progresso tecnologico e della crescita aziendale. In che senso? «Questi detentori di brevetti e il modello di business basato sulla loro valorizzazione economica sono il frutto di un mercato globalizzato e di un nuovo modo di restare competitivi, incoraggiano gli inventori a sviluppare nuove tecnologie per contribuire al progresso», spiega l’ingegner Roberto Dini, fondatore di Sisvel, da 40 anni nel settore della proprietà intellettuale. «Investire nelle attività di ricerca e sviluppo è fondamentale per la sopravvivenza delle aziende occidentali e per evitare, dopo la delocalizzazione produttiva nel Far East, anche la delocalizzazione delle idee. E siccome il loro vantaggio competitivo non si può basare sul basso costo delle materie prime o della forza lavoro, deve concentrarsi sullo sviluppo di nuove idee. Per questo», continua Dini, «le innovazioni derivanti dall’attività di Ricerca e sviluppo devono essere protette con validi diritti di proprietà intellettuale ed è importante mettere a punto modelli di business che li valorizzino economicamente e finanzino, con il ricavato, nuova ricerca». Un esempio? Gatorade. Nonostante il brevetto sia ormai scaduto, l’Università della Florida dichiara di ricevere 9 milioni di dollari l’anno in royalty derivanti dall’utilizzo del marchio della bevanda energetica dalla PepsiCo, e il denaro viene costantemente reinvestito in nuovi programmi di ricerca. E da noi? «Molte aziende italiane non solo non sono più in grado di investire in innovazione», sostiene Dini, «ma tagliano perfino i fondi per la tutela delle proprie invenzioni. In questo modo diventa forte il rischio di restare ai margini della competizione internazionale ed addirittura di trasformarci da Paese copiato in Paese copiatore». E sempre in tema di brevetti, la questione che tiene banco in questi giorni è l’adesione dell’Italia alla Corte unificata europea, organo deputato a dirimere le controversie tra imprese degli Stati membri in materia di innovazione e proprietà intellettuale. Nei prossimi mesi il nostro Parlamento dovrà ratificare la decisione ma nel frattempo è scontro durissimo fra Confindustria, favorevole, e molti autorevoli giuristi contrari alla firma. «È un progetto di cui si discute da ormai quarant’anni», riprende l’avvocato Vittorio Cerulli Irelli, «e la motivazione sempre richiamata è che attraverso la creazione di una corte unificata a livello europeo si eviterà la necessità di instaurare più cause in diversi Paesi sullo stesso brevetto. Sarà sufficiente fare causa davanti una qualsiasi sezione della nuova corte per ottenere tutela in tutta Europa. In realtà il sistema è sbilanciato a favore dei titolari dei brevetti e ciò è un rischio per le nostre imprese. Si tratta di questioni molto tecniche, ma il risultato pratico è che le imprese che si trovano in conflitto con il titolare di un brevetto saranno in balia delle scelte di quest’ultimo, che ad esempio potrà decidere in che Paese fare causa e in che lingua, senza che le controparti possano fare nulla per evitarlo». Ora, le imprese italiane brevettano poco e sono in genere in concorrenza con imprese che brevettano molto di più: si pensi che solo le imprese tedesche, attive nei nostri stessi mercati, depositano oltre 34 mila brevetti l’anno, a fronte dei soli 4 mila brevetti italiani. «Colmare il gap richiede tempo e fatica», chiosa Cerulli Irelli, «ed è quindi altamente probabile che un sistema sbilanciato come quello che si sta proponendo non sia negli interessi di medio periodo della nostra economia».

APPROFONDIMENTI

COS’È IL BREVETTO EUROPEO

COSA NE PENSANO LE AZIENDE