Fermare l’AI Act: l’appello delle startup italiane ed europee

Trentotto aziende italiane e decine di realtà europee chiedono una sospensione dell’AI Act: “Norme troppo rigide, a rischio competitività e innovazione”

Fermare l’AI Act: l’appello delle startup italiane ed europee© Shuttershock

L’intelligenza artificiale non può aspettare, ma l’Europa forse sì. È questo, in sintesi, il messaggio lanciato da un gruppo di 38 realtà italiane – tra aziende, investitori e centri di ricerca – che hanno firmato un appello formale per chiedere alle istituzioni europee una sospensione temporanea dell’AI Act, la nuova legge dell’UE sull’intelligenza artificiale.

Secondo i promotori, la normativa rischia di soffocare la competitività delle imprese, in particolare delle startup, rallentando lo sviluppo del settore più strategico del futuro. Il documento, intitolato L’IA è futuro, non burocrazia, è nato da un confronto svoltosi alla Camera dei deputati italiana e punta il dito contro l’eccessiva complessità del regolamento. Le principali criticità? Costi elevati, tempistiche troppo lunghe e una definizione di “alto rischio” considerata arbitraria.

Perché si chiede di fermare l’AI Act

“L’adeguamento agli standard richiesti – si legge nel documento presentato a Roma – potrebbe costare fino a 300 mila euro l’anno e richiedere oltre 12 mesi di lavoro”, cifre insostenibili per molte startup. Tra i firmatari italiani figurano, tra gli altri, l’associazione dei giovani innovatori Angi, Aifti (imprenditori e fondatori tecnologici), Ai Salon, oltre a società come Aptus.AI, Empatica e la piattaforma Datapizza.

Ma l’appello, come riportato dal quotidiano la Repubblica, non si limita ai confini nazionali: un fronte simile si sta organizzando in tutta Europa, con adesioni da parte di realtà come Kry, Voi, Synthesia, NordVPN e fondi d’investimento come Accel ed EQT Ventures.

I pro e contro dell’AI Act

Le imprese chiedono una pausa “calibrata” nell’entrata in vigore dell’AI Act per rivedere i meccanismi attuativi, chiarire gli obblighi e garantire una normativa più proporzionata, senza soffocare l’innovazione. La classificazione automatica come “ad alto rischio” per alcuni modelli, basata sulla sola potenza computazionale, viene definita “non supportata scientificamente” e potenzialmente penalizzante per progetti open source e accademici.

In parallelo, si propone di introdurre strumenti più flessibili come le sandbox regolatorie e di agevolare l’accesso ai dati pubblici per l’addestramento dei modelli. Il documento cita anche esempi virtuosi di altri ambiti normativi europei, come l’Omnibus I Sustainability Package, dove sospensioni temporanee hanno permesso un riassetto più efficace delle regole.

Dietro l’appello, la preoccupazione che l’Europa diventi un terreno ostile per l’innovazione AI, mentre Stati Uniti, Regno Unito e Giappone si muovono con regolamentazioni più snelle e favorevoli agli investimenti. “Non chiediamo privilegi, chiediamo di poter competere”, scrivono i promotori, sottolineando come l’Italia abbia ancora l’opportunità di giocare un ruolo da protagonista.

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