Beneandati all’estero

Non solo Chrysler by Fiat. Negli ultimi anni diversi gruppi italiani si sono mossi con una serie di fortunate acquisizioni seriali di aziende estere operanti nei settori più disparati, che hanno rappresentato un forte acceleratore dei processi di crescita. Ecco alcune case history…

Se le bollicine Gancia ora frizzano a Mosca, da quest’estate, invece, il gusto degli spumanti tedeschi Kessler, tipici della regione del Baden Württemberg, è stato addolcito dall’aggiunta di note tricolori: infatti, conquistandosi una quota di maggioranza, la cooperativa Cavit ha fatto il suo ingresso nel capitale del produttore tedesco. Una mossa strategica dal duplice obiettivo per il consorzio di Ravina (Tn), nato negli anni ’50 e che rappresenta il 60% della produzione vitivinicola regionale: incrementare il peso della propria presenza in territorio alemanno, ma anche valorizzare ulteriormente la produzione di uve Chardonnay dei propri soci italiani, impiegandole nel nuovo segmento. E forse non tutti sanno che in primavera, più o meno negli stessi giorni in cui vanti del Belpaese come Richard Ginori e Pomellato finivano nell’orbita di Kering, guidata da François-Henri Pinault, la merchant bank milanese di investimenti Tamburi Investments Partners rilevava il 20% di Roche Bobois, gruppo d’Oltralpe di mobili del lusso che vanta 335 negozi in 40 Paesi del mondo, con un giro d’affari di 530 milioni d’euro. Solo un paio di casi all’interno di una lista più lunga e articolata, tutta degna di nota, in controtendenza rispetto alla messa in vendita a gruppi internazionali del made in Italy. Perché, accanto a un’Italia preda di grandi multinazionali, ce n’è un’altra che non solo resiste, rimanendo ben ancorata sul territorio nazionale, ma persegue parallelamente anche una politica di importanti acquisizioni di marchi stranieri. Rafforzando la presenza Oltreconfine, incentivando la produzione, diversificando maggiormente l’offerta e talvolta miglio­rando persino il know how tecnologi­co e manageriale.

CAPITALI CORAGGIOSI Secondo le stime degli analisti di Kpmg, dal 2010 a oggi sono state con­dotte circa 230 acquisizioni italiane che hanno inglobato – parzialmente o completamente – diverse realtà estere, per un controvalore di circa 10,5 mi­liardi di euro. In testa alla classifica si collocano i cosiddetti “acquisitori se­riali”, che anno dopo anno continua­no a espandersi sui mercati stranieri ri­levando rami d’aziende o intere im­prese: ora per consolidarsi in aree dal­le forti potenzialità commerciali, ora per avere una testa di ponte per entra­re in territori ancora vergini. Qualche esempio? Si parte da big sto­rici come Luxottica, apripista di que­ste politiche già nel 1999 con l’acqui­sto del marchio a stelle e strisce Ray Ban e, più recentemente, nel 2006, con quello di Oakley, brand sempre americano, leader mondiale del set­tore per il comparto sportivo. E poi ci sono Eni, che tra il 2011 e il 2012 si è rafforzata nei segmenti gas ed elettricità in Belgio e, nel primo settore, an­che in Australia; Datalogic, leader glo­bale nelle tecnologie di raccolte dati, che nel 2011 ha ampliato la propria presenza in Nord America conquistan­do il 100% di Accu-Sort, produttrice di sistemi di rilevazione automatica; Amplifon, che nel 2010 ha acquistato NHC, attiva nella com­mercializzazione di so­luzioni per l’udito, po­tendo così entrare in In­dia, Nuova Zelanda e Australia. Al vertice del­la top ten 2012 si è col­locata la milanese Cam­pari, che con un’opera­zione da circa 316 mi­lioni di euro si è acca­parrata l’81,4% nella società giamaicana La­scelles deMercado & Co. Dichiara in merito il Ceo del gruppo, Bob Kunze-Concewitz: «In questo modo consolidiamo ulterior­mente la nostra massa critica nei mer­cati nordamericani, acquisiamo un po­sizionamento leader in un’importan­te destinazione turistica nei Caraibi, e creiamo le basi per una futura crescita internazionale sfruttando tutte le prin­cipali occasioni di consumo del rum, categoria in crescita, con particolare riferimento al segmento premium». Si tratta di una delle acquisizioni più ri­levanti nella storia del colosso mon­diale del beverage, fondato nel 1860 a Milano, insieme a quelle avvenute in precedenza delle distillerie statuniten­se Wild Turkey (nel 2009, per oltre 400 milioni di euro) e, prima ancora, di Skyy Vodka, sempre negli Usa (iniziata nel 2001/2002 e finalizzata nel 2006, per oltre 300 milioni di euro comples­sivamente). Da uno sguardo a un primo bilancio dell’anno in chiusura, invece, spicca Fincantieri, che ha acquisito il 50,75% della norvegese Stx Osv Holdings (455 milioni di euro), diventando così il quinto costruttore navale di riferimento su scala mondiale dietro quattro grup­pi coreani. E figura anche Erg, che ha sottoscritto un accordo con la britan­nica International Power Consolidated Holdings Ltd per l’80% di IP Maestra­le Investments Ltd, operatore di ener­gie rinnovabili. Il deal, stimato in 860 milioni circa, consentirebbe alla com­pagnia genovese di diventare il primo operatore nazionale nell’eolico.

Destinazioni delle acquisizioni tricolori

ALLA CONQUISTA DI EUROPA OCCIDENTALE, USA E BRICSL’Europa occidentale resta la principa­le destinazione delle acquisizioni tri­colori, con 36 accordi e un contro­valore complessivo di 1,3 miliardi di euro nel 2012; Germania (9 acquisizioni), Regno Unito (8) e – a pari me­rito con tre deal ciascuno – Francia, Spagna, Svezia e Paesi Bassi, sono sta­ti, nell’ordine, i Paesi del Vecchio Con­tinente che hanno maggiormente at­tirato investimenti italiani. Anche gli Stati Uniti si confermano un’altra del­le mete strategiche privilegiate per gli investimenti trico­lori; con 12 transa­zioni nel 2012 ri­spetto alle otto dell’anno precedente. Lo sa bene Inter­pump, produttore mondiale di pom­pe a pistoni pro­fessionali ad alta pressione e uno dei principali player operanti sui mer­cati internazionali nel settore dell’oleodinamica. Il gruppo, fondato nel 1977 a S. Ilario d’Enza (Re) da Fulvio Montipò, tuttora presidente e ammini­stratore delegato, con oltre 527 milio­ni di euro di fatturato, nel 2011 ha ac­quisito American Mobile Power per il prezzo di 6,8 milioni di dollari, an­dando così a rafforzare la propria po­sizione sul mercato statunitense e ad ampliare, diversificandola, la propria offerta commerciale.In questo quadro, calano lievemen­te le operazioni nell’area Brics (sei a fronte delle nove rilevate nel 2011). Tuttavia Cina, Brasile e Russia resta­no tra le priorità del prossimo biennio di Sorin Group, multinazionale leader a livello mondiale di dispositivi me­dicali per il trattamento delle patolo­gie cardiovascolari fortemente radi­cata nel nostro Paese, con sede e sta­bilimento a Miran­dola (Mo) e fabbri­che anche a Salug­gio (Vc). Interpella­ta da Business People, l’azienda di­chiara che è su quei mercati che vi sono le maggio­ri opportunità di crescita, anche in considerazione degli indicatori ma­cro-economici e demografici, dell’incremento della spesa sanitaria e de­gli investimenti in infrastrutture, ol­tre che per l’aumento dell’incidenza delle patologie cardiovascolari. Nel­la propria politica di espansione tra­mite acquisizioni estere, nel corso del 2012 il gruppo ha investito nell’ame­ricana Cardiosolutions e nelle france­si HighLife e Caisson nell’ambito del­le procedure percutanee per la ripara­zione e sostituzione della valvola mi­trale, mentre in quello della neuro­stimolazione per il trattamento dello scompenso cardiaco, sono stati realiz­zati investimenti nell’israeliana Eno­pace Biomedical e nella belga Neu­rotech. Negli anni, infine, si è distinta per numerose operazioni dirette ver­so l’estero anche Guala Closures, fon­data nel 1954 ad Alessandria, diven­tata nel tempo leader mondiale nella produzione di chiusure di superalco­lici, vino, alimenti, bevande e prodot­ti farmaceutici. Tra i colpi più recenti messi a segno figura la divisione Metal Closures di Mcg Industries in Sud Afri­ca. L’ingegner Paolo Ferrari, responsabile M&A del gruppo, così commenta: «Questa è stata l’ultima tappa, in or­dine di tempo, di un percorso ben più lungo, iniziato anni fa con la nostra presenza prima in America Latina e in Asia (anni ‘90-primi del 2000), poi, a partire dal 2008-2009, in Australia e Nuova Zelanda, e successivamen­te nell’Est Europa. Iniziative che sono servite a presidiare direttamente quei mercati». Non senza alcune (piacevo­li) sorprese: «Ricordo lo scetticismo, qui in Italia, quando abbiamo avviato produzioni in Paesi come la Colombia o, anni dopo, in Polonia e in Ucraina. Dubbi infondati: si è trattato, invece, di alcune delle strategie più profittevo­li per il gruppo, avendo trovato in tali casi un management locale preparato e pronto a collaborare, tanto da per­metterci una sostanziale crescita nelle dimensioni e nei ritorni economici di tali progetti».

Si scrive backshoring, si legge rilocalizzazione

«Servono più managerialità e risorse»

Intervista a Max Fiani, Kpmg Corporate Finance

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