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Flowe: fare impresa oltre il profitto

Questa realtà eco-fintech punta a educare le nuove generazioni ai temi della Humanovability e a promuovere nelle persone lo sviluppo di una maggiore consapevolezza del proprio impatto individuale sul benessere sociale ed economico. «Oggi per fare impresa bisogna essere socialmente responsabili» sottolinea il presidente, Oscar di Montigny

Per rendere il nostro pianeta più sostenibile non servono necessariamente gesti eclatanti e leader rivoluzionari, basta partire dalle piccole azioni quotidiane. In altre parole, servono persone migliori per creare un mondo migliore. È questo il credo di Flowe, piattaforma di open banking lanciata da Banca Mediolanum nel giugno 2020, che non guarda esclusivamente al business dei servizi finanziari, ma si è fatta carico di un impegno concreto verso la collettività, rispondendo a una crescente esigenza di sostenibilità economica, sociale e ambientale tra gli individui. Costituitasi fin dagli albori come Società Benefit e dallo scorso febbraio certificata B Corp dall’ente non profit statunitense B Lab, Flowe unisce la natura di conto bancario innovativo a una dimensione educativa, che va ben oltre la formazione finanziaria degli utenti. Partendo dagli obiettivi di sviluppo sostenibile indicati nell’Agenda 2030 dell’Onu, questa realtà eco-fintech punta a educare le nuove generazioni ai temi della Humanovability – ovvero quelle innovazioni utili alla sostenibilità e all’essere umano – e a promuovere nelle persone una maggiore consapevolezza del proprio benessere sociale ed economico. Un impegno che si declina sia con eventi digitali e in presenza che coinvolgono la propria community, sia con corsi di formazione online sulle professioni digitali offerti dall’academy interna Self Made Club. I flome – gli utenti Flowe – non hanno solo la certezza di veder compensate le emissioni di CO2 prodotte dalle loro operazioni finanziarie, ma entrano a far parte di un ecosistema di servizi e una community che punta quotidianamente e concretamente al miglioramento dell’ecosistema circostante. «Che Flowe dovesse essere una società che, seppur tendente al profitto, adempisse a compiti con un alto valore sociale è stata una precondizione che ho voluto fin dall’inizio, ancora prima di definire il suo modello di business», afferma Oscar di Montigny, presidente di Flowe nonché Chief Innovation, Sustainability & Value Strategy Officer di Banca Mediolanum. «Sapevamo quale dovesse essere l’anima che avrebbe dovuto muovere i nostri passi, dopodiché ci siamo impegnati a capire in che direzione».

Com’è stata accolta in Flowe la valutazione di B Lab, che vi ha permesso di ottenere il rilascio dell’attestato di B Corp? Flowe nasce all’interno di un gruppo che non è certificato B Corp, ma nel quale io, così come i miei collaboratori, ci siamo sempre attivati per promuovere iniziative di questo tipo. Il processo di certificazione non ci ha colti di sorpresa: ne conoscevamo bene le modalità e gli indicatori, perché lo avevamo profondamente studiato, anche per questo abbiamo centrato subito tutti i prerequisiti. Certo, misurarci con la certificazione di B Lab è stata una dimostrazione di quanto abbiamo già raggiunto e uno stimolo a fare di più. Perché l’ideale è fare sempre meglio: nessuno finora ha mai raggiunto il massimo dei 200 punti della certificazione, non dico che saremo noi a farlo, ma possiamo sicuramente puntare a migliorarci.

The B Factor – Imprese a fin di bene

Prima della certificazione B Corp, vi siete fin da subito costituiti come Società Benefit, forma giuridica specificatamente italiana. Che valore attribuite a questi traguardi? Intanto, c’è una differenza a costituirsi come Società Benefit e certificarsi B Corp. Come ha ben detto, la prima è una peculiarità del nostro Paese ed esprime una volontà specifica: recepire nei documenti statutari dell’azienda l’impegno a perseguire un obiettivo di profitto nel rispetto di un sistema sociale allargato, che può arrivare a comprendere anche l’ambiente. Con il passaggio a Società Benefit, invece, questa volontà diventa un vero e proprio obbligo statuale per l’azienda. La certificazione B Corp è qualcosa di affine, ma assolutamente non identica. Ha sicuramente un peso dal punto di vista della comunicazione, ma per noi rappresenta prima di tutto una questione etica: siamo tra le aziende capofila di un nuovo modello sociale ed economico, che vuole impattare positivamente sul mondo.

Ritiene che sempre più aziende dovrebbero seguire il vostro esempio e costituirsi Società Benefit o certificarsi B Corp? Non necessariamente. Fosse solo che nel momento in cui tutte diventassero B Corp si perderebbe il senso della certificazione. Ritengo anche che non tutte le aziende debbano essere Società Benefit, e le spiego perché. Personalmente non sono un grande sostenitore della Corporate Sociale Responsibility (Csr), non perché non ci creda, anzi. Il problema è che la necessità di istituire dipartimenti Csr in azienda si è reso necessario perché troppe volte si è perseguito il profitto a svantaggio del benessere della società e dell’ambiente, dei clienti stessi e dei lavoratori. Oggi ci troviamo in un periodo di transizione dalla Csr alla sostenibilità; è quindi importante che un’impresa sia socialmente responsabile nella sua assolutezza senza però avere più la necessità di garantire questo attraverso una funzione organizzativa centrale, perché questo orientamento deve essere perseguito spontaneamente da tutte le direzioni aziendali. È invece diventata necessaria una direzione sostenibilità che orienti l’azienda grazie alla rispondenza sia ai criteri Esg che ai 17 obiettivi di sviluppo sostenibile (SDGs). In un mondo ideale mi auguro che nessuno debba più certificarsi, vorrebbe dire che tutti nasciamo già perfettamente orientati ai dettami delle B Corp, e che nessuno debba costituirsi come Società Benefit, perché basterebbe essere dei sani imprenditori affinché la propria azienda operi in maniera profittevole senza ledere i diritti di nessuno. In questo periodo di transizione trovo sia importante che ci siano realtà come la nostra a proporre un modello anche per gli altri. L’obiettivo è che tutti operino da B Corp senza necessariamente essere certificati, perché si può essere brave persone e onesti lavoratori, senza che nessuno ti dia una medaglia per questo.

Flowe ha appena compiuto due anni. Siete in linea con i target che vi eravate posti al lancio? In meno di due anni, abbiamo toccato circa 700 mila utenti, è un risultato obiettivamente importantissimo. Vuol dire che quasi 700 mila persone hanno dichiarato di voler essere parte di questo ecosistema. Poi, come tutte le start up, ancora di più in un settore dinamico come quello del fintech, Flowe è una nave che si costruirà in navigazione. Ci vorrà ancora del tempo perché la sua forma definitiva venga ultimata e si possa dire che tipo di nave essa sia o che mari solcheremo. Le rotte vengono tracciate per essere poi costantemente riadattate alle condizioni esterne, ma ciò non distoglierà mai Flowe dallo scopo della propria navigazione.