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La Conferenza Onu sul clima (Cop21), svoltasi a Parigi dal 30 novembre al 12 dicembre 2015, si è conclusa con uno accordo storico: i delegati di 195 Paesi hanno siglato la prima intesa, giuridicamente vincolante, per combattere il surriscaldamento globale. Il presidente François Hollande l’ha definito «un accordo che vale per un secolo» e subito è seguita la gara di dichiarazioni per assicurarsene il merito. Il presidente Usa Barack Obama ha parlato di risultato «enorme» frutto della «leadership americana», mentre il ministro dell'Ambiente Gian Luca Galletti ha sottolineato: «Siamo nella storia e a questa storia ha contribuito anche l'Italia che, sin dall'inizio, con tutta l'Europa ha creduto all'obiettivo ambiziosissimo di 1,5 gradi».

UN TESTO DIPLOMATICO. Rispetto alla bozza iniziale, il testo approvato dai Cop 21 presenta più di una modifica e si muove in equilibrio tra urgenze ambientali e necessità diplomatiche. A lasciare perplessi è la decisione ricorrente di non fornire delle scadenze temporali e non prevedere penalità o sanzioni per quei Paesi che violano gli obiettivi di emissione. Vige solo l’obbligo di trasparenza, che consisterebbe nell’impegno, assunto da ogni Paese, di riferire le proprie emissioni e gli sforzi di riduzione. «Rispetto a quello che avrebbe potuto essere, (l’accordo, ndr ) è un miracolo. Rispetto a quello che avrebbe dovuto essere, è un disastro», commenta l’inglese The Guardian .

EMISSIONI. L’obiettivo dell’intesa è portare il surriscaldamento globale «ben al di sotto della soglia dei 2 gradi Celsius» e prevede un impegno a «fare sforzi per limitarne l’aumento a 1,5». Tradotto: entro il 2050 bisogna ridurre le emissioni tra il 40% e il 70% in meno rispetto al 2010. Più di 180 Paesi hanno già presentato gli obiettivi per il primo ciclo a partire dal 2020. Per quanto riguarda i Paesi produttori di idrocarburi, la conferenza Onu ha deciso di non chiedere la «neutralità carbonica». Il testo invita a un «equilibrio fra emissioni da attività umane e rimozioni di gas serra». Non si fornisce una timeline precisa: semplicemente, si chiede di «raggiungere il picco il più presto possibile» accelerando «nella seconda metà di questo secolo».

FINANZIAMENTI. Per permettere la transizione all’energia pulita nei Paesi in via di sviluppo, l’Onu ha stabilito l’obbligo per i Paesi avanzati di «fornire risorse» con tanto di «roadmap precisa». L’ambizione è di arrivare a stanziare 100 miliardi di dollari l'anno da qui al 2020. Il testo tuttavia non qualifica le risorse da stanziare: nella bozza si parlava di risorse «adeguate», «accessibili», «nuove» e «incrementali». Il testo finale, inoltre, non prevede la suddivisione dei fondi tra mitigazione e adattamento.

LOSS AND DEMAGES. In seguito a un lungo dibattito, che vedeva gli Usa contrari, i Cop21 hanno deciso di inserire un capitolo espressamente finalizzato al riconoscimento di «perdite e danni» associati alle catastrofi legate al clima. I destinatari sono soprattutto quelle piccole realtà insulari minacciate dall’innalzamento del mare. Si è così previsto un sistema di fondi, salvo poi specificare che questo capitolo «non implica né contiene basi per alcuna responsabilità giuridica o compensazione».