Fondata nel 2001 a Catania da Antonio Rapisarda, Antorà vanta una collezione monoprodotto da 2.600 modelli di fermapolso, che vanno oltre i soliti colori scuri per abbracciare le sgargianti tonalità della Sicilia

Per Antonio Rapisarda, i gemelli sono «un’arte senza tempo da indossare». Ed è proprio questo l’elemento che ha permesso alla sua impresa di imporsi come il brand del momento in materia di fermapolso: l’evocatività concettuale dei propri gioielli. La sua smisurata collezione da 2.600 modelli richiama, infatti, mondi, immaginari e archetipi ridisegnando ogni volta un differente modello di uomo e di eleganza maschile. Con Antorà, i compassati neri e grigi cedono il passo ai colori sgargianti del Sud, sposando una filosofia del lusso più personale e ricercata. «Pur puntando sul monoprodotto, ho voluto mettere in cascina tutto quello che la mia fantasia (o follia…) mi suggeriva, dando vita a collezioni che andavano ben oltre i dieci modelli standard, solitamente proposti dai competitor», spiega Rapisarda. Il risultato è un universo di forme classiche alternate a teschi, coccinelle e stelle marine, che ha letteralmente conquistato il mercato straniero. Basti pensare che ben il 55% del fatturato dell’azienda proviene dall’estero.

Leggi anche 

Perché ha scelto di concentrarsi proprio sui gemelli da uomo?
Sono sempre stati una mia passione: li uso frequentemente, anche abbinati a look casual come i jeans. Inoltre, all’epoca, l’offerta di gemelli era massificata: le grandi firme come Montblanc producevano al massimo una quarantina di modelli, simili tra loro. Esisteva insomma uno spazio ancora non sfruttato nel mercato. Così, ho iniziato a studiare la modellistica di fine ‘800-inizi ‘900 dei lord inglesi, i gemelli regimental, gli abbinamenti dei colori classici come il blu-verde, il blu-rosso e il blu-bianco. Dopodiché ho aggiunto il mio gusto e, nel 2001, ho fondato Antorà a Catania.

Che non è certo Milano… Provenendo dal Sud, è stato difficile accreditarsi agli occhi dei colleghi?
In realtà, all’inizio ho cercato di intercettare il mercato americano, partecipando alla fiera di New York. Erano i primi mesi del 2000 e avevo solo 27 anni. Eppure, ancora oggi, lo ricordo come uno degli eventi più belli e remunerativi della mia carriera. Dall’anno seguente mi sono allargato anche all’Italia perché, in fondo, è quello il vero banco di prova: il nostro è un mercato molto battuto, nonché il più completo dal punto di vista dell’offerta. Ho scelto di partire subito dal Nord, anziché scommettere sulla Sicilia e il Sud Italia, e devo dire che fin dall’inizio sono stato accolto dai fornitori a braccia aperte, tanto che la prima regione per fatturato è stata la Lombardia, a seguire il Triveneto e il Lazio.

In qualche modo Antorà riflette la sua sicilianità?
Certo. Non potrei immaginare un design che non rispecchi la mia terra: i fermapolsi di Antorà non sono mai freddi, “alla tedesca”, ma hanno sempre qualcosa di caldo, che porta il sole. Per questo possono essere indossati anche senza cravatta.

 

Qual è la sua idea di lusso?
A mio avviso il lusso deve rispecchiare l’etimologia latina: lux, luce. Non può quindi essere ridotto a pura massificazione: un marchio di alta gamma non è tale perché fattura tantissimo, ma in quanto brand di nicchia. Per questo non amo i marchi a vista e non ho mai messo sui gemelli i simboli di Antorà.

Alcune vostre collezioni sono decisamente stravaganti. Che tipo di pubblico riescono a intercettare?
Inizialmente io stesso credevo di perdere la clientela classica lanciando queste linee. Invece non è stato assolutamente così. Il target di riferimento delle collezioni più esuberanti è spesso il medesimo delle linee classiche: li comprano avvocati, giudici… Questo perché il gemello esprime un concetto di lusso personale, mai sguaiato, e basta indossarlo sotto la giacca perché si noti poco.

Quale delle due linee riscuote più successo?
Il 65% del nostro budget è generato dal classico, il 35% dalle collezioni più stravaganti. Tra queste ultime, il must è la collezione Zoo, ossia gli animaletti portafortuna come la rana, la tartaruga, la civetta…

Quali materiali usate?
Principalmente oro e argento. Riserviamo l’acciaio solo per la linea Les Montres: questa tipologia di gemelli interpreta in chiave ironica gli ingranaggi degli orologi e l’argento rischierebbe di compromettere i meccanismi interni. L’export è una voce molto importante per il vostro fatturato.

Quali sono i vostri principali Paesi di riferimento?
Stati Uniti, Spagna, Grecia, Benelux, Paesi arabi. Fino all’anno scorso, prima dell’embargo, anche la Russia. Inoltre, a fine settembre, abbiamo chiuso due accordi con un importante cliente del Pakistan e un altro della Polinesia. Da fine novembre, dunque, avremo due vetrine anche in questi Stati.