Medici Senza Frontiere: da 50 anni contro il silenzio

Nel 2014 Msf ha messo in piedi il più grande intervento per arginare l’epidemia di Ebola in sei Paesi in Africa occidentale. Nella foto un membro dell’équipe si prepara ad entrare in un’area d’isolamento © Tommy Trenchard

Cinquant’anni di umanità. Non si potrebbe sintetizzare meglio la storia di Medici Senza Frontiere, organizzazione medico-umanitaria che nel 2021 ha festeggiato questo importante anniversario. Umanità, la stessa che muove ogni giorno oltre 65 mila operatori Msf impegnati a portare cure mediche e aiuto incondizionato in oltre 80 Paesi. Fondata a Parigi il 22 dicembre 1971 da medici e giornalisti reduci da brucianti esperienze umanitarie in Biafra e Bangladesh, Msf ha inaugurato un nuovo stile dell’intervento d’emergenza, che unisce l’azione medica indipendente all’impegno della testimonianza. Diventata un’organizzazione internazionale negli anni 80, è intervenuta nelle grandi emergenze di mezzo secolo: il genocidio in Ruanda, lo tsunami in Indonesia, il terremoto ad Haiti, ma anche le guerre in Afghanistan, Siria e Yemen, l’epidemia di Ebola, le rotte globali della migrazione, fino all’attuale occupazione dell’Ucraina, le tante crisi permanenti dove migliaia di persone non hanno accesso alle cure. I principi che muovono Medici Senza Frontiere sono gli stessi fin dalla fondazione: «Imparzialità, neutralità e indipendenza», spiega Claudia Lodesani, infettivologa e presidente di Msf Italia. «Su queste direttrici si sviluppa la nostra azione e identità: siamo persone che aiutano persone, indipendentemente da chi loro siano e dove si trovino».

Nella storia dell’organizzazione rimarrà per sempre una data chiave: il 1999. È l’anno in cui le viene assegnato il Premio Nobel per la pace, «in riconoscimento del lavoro umanitario pionieristico realizzato in vari continenti». Nel ritirare il premio, l’allora presidente internazionale James Orbinski, si espresse con queste parole: «Il silenzio è stato a lungo confuso con la neutralità, ed è stato presentato come una condizione necessaria per l’azione umanitaria.
Dalle sue origini, Msf è stata creata per opporsi a questa tesi. Non siamo sicuri che le parole possano salvare delle vite, ma sappiamo con certezza che il silenzio uccide». Non è un caso che la parola “testimonianza” faccia parte del Dna dell’organizzazione, proprio come curare e salvare vite. A fianco degli aiuti umanitari, uno degli obiettivi è accendere i riflettori sui bisogni e sulle sofferenze inaccettabili delle persone, evidenziare se l’accesso alle cure viene ostacolato, se le strutture mediche sono a rischio, se le crisi sono dimenticate o gli aiuti umanitari sono inadeguati o sovradimensionati. A tal proposito, tra gli interventi più importanti eseguiti da Msf, si ricorda quello del 1985 in Etiopia, dove l’organizzazione umanitaria denunciò pubblicamente lo sfollamento forzato di centinaia di migliaia di persone da parte del governo locale. Oppure la richiesta, nel 1994, di un intervento militare internazionale per porre fine al genocidio in Ruanda. L’anno successivo fu portato all’attenzione pubblica il massacro di 8 mila bosniaci a Srebrenica così come il bombardamento russo della capitale cecena Grozny. Nel 2004 venne svelata la crisi del Darfur e nel 2008 fu denunciato all’opinione pubblica mondiale il crescente numero di vittime civili nella Repubblica Democratica del Congo, nella Repubblica Centrafricana, in Ciad e in Somalia. E questo elenco potrebbe continuare ancora a lungo.

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Il 12 gennaio 2010, terremoto Haiti. MSF, già presente nel paese da 19 anni, perdeva dodici membri dello staff e due delle tre strutture mediche supportate venivano seriamente danneggiate. In risposta ai bisogni enormi e urgenti della popolazione, MSF ha avviato uno dei suoi più grandi interventi di emergenza mai realizzati prima. Copyright: Julie Remy

A seguito del Premio Nobel, Medici Senza Frontiere ha anche lanciato la campagna per l’accesso ai farmaci essenziali che, attraverso battaglie legali e mobilitazioni della società civile, ha contribuito a rendere disponibili le cure per malattie come Hiv/Aids, Epatite C, Tubercolosi farmaco-resistente. «Cinquant’anni sono un traguardo importante che, come organizzazione indipendente, abbiamo potuto raggiungere grazie a tutte le persone che sostengono la nostra azione », sottolinea Lodesani. «Al centro del nostro lavoro c’è l’energia dei nostri pazienti, la gioia di ogni guarigione. Abbiamo dedicato il nostro anniversario alle crisi ancora in corso e alle popolazioni dimenticate, lontane dai riflettori e spesso difficili da raggiungere, a cui con l’aiuto di tutti, oltre gli ostacoli e l’indifferenza, continueremo a portare le nostre cure».

Il team di Msf è numeroso e variegato. Negli anni è stata costruita un’imponente macchina logistica e un pool di oltre 65 mila operatori, di cui l’80% è staff nazionale reclutato e formato nei diversi Paesi. Ci sono chirurghi, anestesisti, infettivologi, infermieri, ostetrici, psicologi, ma anche logisti, ingegneri, esperti di acqua e igiene, amministrativi, e tutto ciò che serve per garantire l’azione medica. Alla base della capacità di azione c’è l’indipendenza economica, che consente a Msf di agire esclusivamente in base ai bisogni medici, senza considerare alcuna altra agenda. «La nostra azione è in continua evoluzione: team d’urgenza per rispondere alle epidemie, ospedali gonfiabili o sotterranei sulle linee del fronte, cliniche mobili nei villaggi remoti, ma anche telemedicina, innovazione scientifica, salute ambientale», spiega ancora Lodesani. Ma come fa a sostenersi una struttura così grande? «La trasparenza per noi è tutto: chi ci sostiene saprà sempre come investiamo i fondi raccolti», affermano da Medici Senza Frontiere. «Il bilancio 2020 ha visto un incremento dei proventi che sono arrivati a quota 70,8 milioni di euro. Frutto di 300 mila donatori circa e la raccolta del 5x1000. Per ogni euro raccolto l’82% viene utilizzato per i progetti o per le campagne di sensibilizzazione».

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A sinistra: Scarico e distribuzione di beni di prima necessità in Mozambico (Copyright: Giuseppe La Rosa/MSF). A destra: Claudia Lodesani, infettivologa e presidente di Msf Italia

Dalla fine degli anni 90 Msf è attiva anche in Italia, in particolare per fornire assistenza medica e psicologica alla popolazione migrante sul territorio, lavorando agli sbarchi, in centri di accoglienza e insediamenti informali, in collaborazione con le autorità sanitarie della Pensiola. Da marzo 2020 ha supportato inoltre la risposta italiana alla pandemia di Covid-19 negli ospedali lombardi, tra i medici di base sul territorio, in comunità vulnerabili come strutture per anziani, carceri, centri di accoglienza e insediamenti informali. È proprio il Covid la grande sfida di questi tempi. In tutto il mondo gli infettivologi, epidemiologi, anestesisti, infermieri e logisti di Msf sono entrati in azione per supportare la risposta alla pandemia. L’intervento si è esteso in oltre 70 Paesi tra Europa, Africa, Medio Oriente, Asia, Oceania e America. «Guardando all’Italia, dall’inizio dell’epidemia ci siamo messi a disposizione delle autorità sanitarie tricolori e durante la prima ondata abbiamo supportato le strutture ospedaliere di Lodi, Codogno e Sant’Angelo Lodigiano», fa sapere l’organizzazione, «con interventi e formazioni in ospedale e sul territorio. Abbiamo portato il nostro contributo in oltre 40 strutture per anziani nelle Marche, numerose carceri in Lombardia, Piemonte e Liguria, insediamenti informali a Roma e diverse realtà sociali attraverso specifiche formazioni sulle misure di controllo dell’epidemia. Oggi siamo attivi in particolare a Palermo dove, in collaborazione con le autorità sanitarie locali, abbiamo promosso la creazione di comitati d’igiene e sorveglianza sanitaria all’interno di insediamenti informali e centri di accoglienza. Continuiamo le sessioni di consulenza e formazione e restiamo a disposizione delle autorità sanitarie per condividere la nostra esperienza nella gestione delle epidemie».
Infine, Msf è in questi giorni fortemente impegnata nella cura di feriti di guerra e altri pazienti in Ucraina, oltre che nel rispondere ai primi bisogni medici e umanitari di coloro che, per sfuggire al conflitto, sono dovuti fuggire.