Guardatevi attorno: il fenomeno, nelle grandi città, sta mettendo radici (quasi) ovunque. E tanto più intricata, caotica, moderna e urbanizzata è una metropoli, tanto più nei suoi interstizi si annidano i semi di quella che a dire il vero si fa un po’ fatica a chiamare rivoluzione, tanto è, nella maggior parte dei casi, pacata e – nel vero senso della parola – naturale. E nessuno pensi a eserciti di pensionati col pollice verde. A coltivare o semplicemente a vivere giorno dopo giorno fazzoletti di terreno, spesso affittati per poche centinaia di euro l’anno, ci sono appassionati di lungo corso, così come neofiti, di ogni età e di ogni estrazione sociale. Secondo i dati elaborati da Doxa e presentati da Assobirra in occasione della scorsa edizione della mostra-mercato milanese Orticola, sono infatti otto italiani su dieci a praticare attività di giardinaggio. Circa 23 milioni si dedicano più che altro a basilico, rosmarino & co, mentre il 24% arriva a coltivare piante da frutto. Che si tratti di un piccolo orto, di un balcone o di un semplice vaso dunque non fa differenza: anche se ormai, spinta pure dalla crescente attenzione dei media che descrivono le abitudini green delle celebrities, questa passione è diventata negli ultimi anni un vero e proprio fenomeno di costume. O forse qualcosa di più.

A OGNUNO LA SUA PIANTA:
Il punto di vista di Marilena Baggio, architetto e paesaggista, specializzata in “healing garden

La città italiana dove la tendenza è più vistosa? Probabilmente Milano che, avendo capito in quale direzione si stava muovendo lo spirito del tempo, si era candidata all’Expo 2015 con la promessa di diventare un gigantesco orto metropolitano, anzi planetario. Oggi le ambizioni, complici la crisi economica e le critiche del Bureau international des exposition, sono state drasticamente ridimensionate, e ne è un segno tangibile il ritardo che sta interessando uno dei monumenti di questa ipotetica città verde, il Bosco Verticale. Il complesso dei due grattacieli di 120 e 80 metri disegnato dallo studio di Stefano Boeri è in effetti una delle poche opere architettoniche che mancano all’appello tra quelle che hanno riqualificato l’area compresa tra Porta Garibaldi e il quartiere Isola. È successo che l’impresa costruttrice altoatesina Zh General Construction ha dovuto rinunciare all’incarico (una commessa da 84 milioni di euro) per affrontare i problemi finanziari insorti con il crollo del mercato edile tricolore e ora la palla sembra essere passata alla Colombo Costruzioni. Che però, per avviare di nuovo i lavori, deve aspettare il pronunciamento del tribunale di Bolzano sul caso Zh. Risultato? I due palazzi svettano nello skyline quasi completo della nuova Milano offrendo al vento lo scheletro della struttura portante e qualche chioma verde. L’opera una volta completa dovrebbe ospitare nel 2015 circa 900 alberi e migliaia di piante per una superficie boschiva di circa 10 mila mq. Non a caso si parla di forestazione metropolitana e i 110 appartamenti (il 60% è già stato acquistato alla modica cifra di 9 mila euro al mq) saranno immersi nel microclima generato dalla vertiginosa vegetazione. Di sicuro non mancheranno le occasioni di avere un po’ di terra propria da coltivare anche al 15esimo piano, ma per coloro che considerano il verde ancora una faccenda orizzontale, e soprattutto un’attività per cui c’è davvero bisogno di sporcarsi le mani, è sempre Milano la metropoli di riferimento. Risale infatti a maggio l’ultimo bando per l’assegnazione di lotti di terra da coltivare in due aree in via Rubicone e una in via Cascina dei Prati, entrambi nella periferia Nord della città. Gli spazi non sono più assegnati solo ai senior, come succedeva in passato, ma anche a giovani e a cittadini extracomunitari che costituiscano una associazione e presentino un progetto di razionalizzazione del terreno sulla base dei criteri stabiliti dal Comune per l’iniziativa, che porta il nome di Coltiva MI. E là dove non è arrivato il pubblico, ci ha pensato il privato.

 

Claudio Cristofani è un architetto urbanista che ha messo a disposizione di chi sente il richiamo della natura un appezzamento di terreno di sua proprietà situato in via Chiodi, zona Barona, a Sud. Un’area su cui sorgono 130 piccoli orti, ognuno di circa 70 mq di estensione. Affittare uno di questi fazzoletti di terra (www.angoliditerra.org) costa 375 euro all’anno, che comprendono l’accesso alla falda freatica e l’utilizzo di un capanno per sistemare gli attrezzi. E se chi li affitta ci guadagna in relax, l’affare si è rivelato proficuo anche per Cristofani, che a conti fatti, come lui stesso ha dichiarato, riesce a ricavare 20 mila euro l’anno per ettaro. Appena fuori dalla periferia Sud-est di Milano c’è anche l’iniziativa Adotta un orto dell’associazione Terra e acqua (www.terraeacqua.it), che a San Giuliano Milanese ha trasformato l’antica cascina di Santa Brera Grande, risalente al XI secolo, in un laboratorio a cielo aperto per l’agricoltura biologica. Cinquanta piccoli orti sono riservati agli iscritti, che per 400 euro l’anno hanno la possibilità di coltivarli raccogliendo i frutti del proprio lavoro, il tutto a dieci minuti di macchina dalla frenesia della metropoli. Milano rappresenta forse il caso più eclatante – ed efficiente – di questo fenomeno, mentre la vera antesignana dell’orto in città è Bologna, che ha avviato le prime esperienze a partire dal 1980. Anche in questo caso i terreni destinati alla coltivazione sono prevalentemente di proprietà comunale, ma non mancano le iniziative private, come quella di Cesare Tosi, che a San Giorgio di Piano ha creato Piccoli Campi verdi (www.piccolicampiverdi.it), attraverso cui affitta orti urbani da 80 mq per un canone annuale che va dai 350 ai 500 euro. Nel complesso, nella città felsinea le aree ortive sono circa 20 per un totale di più di 2.700 orti.

DALLA SVEZIA A HONG KONG,IL CIELO È SEMPRE PIÙ… VERDE
L’idea non è dissimile da quella che ha dato origine al Bosco Verticale di Milano, ma qui lo scopo è dichiarato: aumentare la produzione agricola sfruttando i grattacieli. A Linköping, in Svezia, il Plantagon, struttura di 54 metri e 25 piani che dovrebbe vedere la luce entro il 2014, sarà una vera e propria serra verticale le cui piantagioni prospereranno grazie al sistema idroponico, senza cioè l’utilizzo della terra. Lo sfruttamento verticale dello spazio e le soluzioni hi tech adottate permetteranno al Plantagon di abbattere il consumo energetico, massimizzando la produzione (si stimano 300 chili di raccolto per metro quadro, ovvero il fabbisogno di 350 mila persone) senza l’utilizzo di pesticidi. Più pittoresco, ma sempre in questa scia, il fenomeno che sta interessando i tetti dei grattacieli di Hong Kong, dove per l’equivalente di 30 euro al mese è possibile affittare una porzione di terreno in “alta quota” da coltivare per il proprio fabbisogno alimentare.

Ma le altre metropoli non stanno a guardare: se secondo l’Istat nel 2011 erano 44 le amministrazioni locali che avevano previsto una regolamentazione per gli orti urbani, è solo nel 2013 che bandi di gara simili a quello di Coltiva MI sono stati indetti da molti altri grandi comuni italiani, dopo decenni di vera vacanza regolamentare in questo ambito. A Napoli, per esempio, la Giunta ha approvato il 30 gennaio la delibera di proposta al Consiglio Comunale del regolamento per la realizzazione e gestione degli orti urbani in città. A Genova il 2013 ha segnato un boom di richieste per i 256 orti urbani comunali, dislocati nei territori dei Municipi Centro Est, Centro Ovest, Bassa Valbisagno, Media Valbisagno, Valpolcevera e Medio Ponente. Come si legge sul sito ufficiale, i terreni «hanno lo scopo di promuovere iniziative di educazione ambientale, sviluppare progetti di recupero delle tradizioni locali e delle “cultivar” antiche integrandole con nuove metodologie», e vengono assegnati preferibilmente ad associazioni o gruppi di persone che una volta presentato il progetto e avviata la coltivazione possono poi tenere la produzione di fiori, frutta e ortaggi per sé. Anche a Torino si sta muovendo qualcosa, e se i primi bandi saranno attivati a partire dall’autunno, i criteri per la distribuzione dei lotti sono già stati comunicati: gli appezzamenti avranno per lo più destinazione sociale (ovvero contribuenti con redditi fino a 15 mila euro), e una quota del 20% sarà riservata a fini pedagogici o terapeutici. I metodi di coltivazione dovranno escludere concimi chimici e prodotti inquinanti e il canone annuo varierà da 50 a 200 euro. A Roma la situazione sembra più frammentata, con dimensioni del fenomeno importanti, ma per lo più frutto di iniziative spesso autogestite dai cittadini. La prima è stata inaugurata nel 2010 a Garbatella. C’è poi il Giardino degli orti urbani, che sorge nel VII Municipio, 33 appezzamenti da 40 mq con un canone mensile di 10 euro e un’assegnazione della durata di tre anni, mentre è in attesa di partire il progetto legato a Tor Carbone, nel Municipio XI. I cittadini della zona hanno creato la società orti sociali Tor carbone onlus, che affiderà a 40 famiglie gli appezzamenti ricavati da porzioni di terreno inutilizzato. Ancora non ci sono novità rispetto all’intesa annunciata nel 2011 tra Regione Lazio, Arsial, Roma Natura, Legambiente e Acqua-Sole-Terra per la concessione di 200 orti biologici in comodato d’uso gratuito, mentre rispetto all’iniziativa privata c’è da segnalare l’Orto dei desideri (www.ortodeidesideri.it), che ad Ardea affitta lotti da 200 mq dislocati su un terreno di 30 mila mq a un costo di 300 euro l’anno. Ora resta solo da capire qual è la fermata della metropolitana più vicina all’orto che vi piacerebbe coltivare.