Banco Alimentare: da 30 anni contro gli sprechi

Il desiderio più grande? Che prima o poi non ci sia più bisogno di noi». Giovanni Bruno è diventato presiden­te della Fondazione Banco Alimentare lo scorso giugno, raccoglien­do l’eredità di Andrea Giussani. È entrato in carica in un uno dei momenti più signi­ficativi per la onlus che si occupa di recu­pero delle eccedenze alimentari e redi­stribuzione alle strutture caritative di tutta Italia: nel 2019 ricorrono i 30 anni di attivi­tà. Pochi mesi dopo la nomina, Bruno ha ancora più chiaro l’obiettivo da raggiun­gere: «La parola chiave deve essere con­solidare. Vale per i rapporti con il mondo esterno, ma anche per quelli al nostro in­terno. Vogliamo dare di noi un’immagine di realtà sempre più coesa, al netto delle differenze territoriali che pure esistono».

La Fondazione coordina e guida una rete costituita da 21 Banchi Alimentari pre­senti sul territorio nazionale e organizza l’ormai celebre Giornata Nazionale del­la Colletta Alimentare, che si tiene l’ulti­mo sabato di novembre. È un circolo vir­tuoso che funziona, da 30 anni appunto: cibo ancora buono viene salvato trovan­do una seconda “casa” negli enti carita­tivi che ricevono le eccedenze gratuita­mente per i loro assistiti. «I benefici sono sociali, economici, educativi, ma anche ambientali», premette il presidente. Per fare questo, la Fondazione ha un rap­porto stretto con l’industria alimentare, con la grande distribuzione organizzata e con la ristorazione collettiva, finanzian­dosi con raccolte fondi e grazie a contri­buti di enti pubblici e privati.

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Nel 2018, Banco Alimentare ha distribuito oltre 90 mila tonnellate di alimenti a più di 7.500 strutture caritative, che hanno aiuta­to a loro volta oltre 1,5 milioni di perso­ne, di cui circa 345 mila minori. «Noi non incontriamo i singoli», spiega Bruno, «ma gli enti che assistono i bisognosi. Que­sto ci permette di creare un effetto vola­no e di essere capillari. In fondo, è quello cerchiamo di fare: dare un supporto am­pio ed esteso, il più possibile». Notevoli anche i numeri della Giornata Nazionale della Colletta Alimentare, che la fondazio­ne promuove da 23 anni in circa 13 mila supermercati coinvolgendo milioni di ita­liani. «Le richieste aumentano», osserva il numero uno della Fondazione, «sia per­ché i poveri non stanno diminuendo, sia perché nella società si è creata una cer­ta impostazione culturale. Oggi nessu­no snobba valori legati alla sostenibilità o all’economia circolare. Nel corso degli anni tale sensibilità è cresciuta con una duplice conseguenza: più attenzione da parte del pubblico, un numero maggio­re di programmi anti-povertà a livello na­zionale, regionale e comunale». Ecco una differenza sostanziale rispetto al passato: «Oggi le risposte al problema dello spre­co alimentare e della povertà prolife­rano. La vera sfida», avverte Bruno, «sarà per tutti essere costanti in questa rispo­sta. Si rischia, spinti da una determinata ri­chiesta, di fare programmi con vita breve. È ciò che dobbiamo evitare ed è ciò che noi abbiamo sempre cercato di scongiu­rare». Banco Alimentare ha aperto la stra­da. «Diverse realtà oggi si battono contro lo spreco alimentare, noi siamo stati i pri­mi. Ma non ci interessano le graduatorie, vogliamo solo essere utili. Ci hanno riem­pito di orgoglio le parole di Papa France­sco in un’udienza concessa ai rappresen­tanti dei banchi europei, a maggio: siamo come piante che prendono anidride car­bonica e restituiscono ossigeno. Che per noi vuol dire cibo, ma anche educazione e impegno sociale». 

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Giovanni Bruno, presidente di Fondazione Banco Alimentare Onlus

I 30 anni, si diceva. Una storia lunga, co­minciata quando un gruppo di amici, sull’esempio del Banco dos Alimentos di Barcellona, decise di replicare l’idea di una banca del cibo anche in Italia. Così, il 30 marzo 1989, la nascita della Fonda­zione Banco Alimentare venne ufficializ­zata dall’incontro di personaggi del cali­bro del cavalier Danilo Fossati, presidente della Star, e monsignor Luigi Giussani, pa­dre di Comunione e Liberazione. Era un altro mondo. Diviso in due dal muro di Berlino, mentre in Italia di lì a poco Achil­le Occhetto avrebbe annunciato la cele­bre svolta della Bolognina e la fine del Pci. «Abbiamo accompagnato la storia del no­stro Paese, ne abbiamo vissuto le trasfor­mazioni», ammette Bruno. In realtà la sto­ria dei banchi alimentari ha radici ancora più lontane. John Van Hengel, un uomo d’affari americano in pensione, sviluppò il concetto di food banking  alla fine degli anni ‘60, quando iniziò a fare volontariato in una mensa e incontrò una madre che rovistava nei bidoni della spazzatura fuo­ri dai supermercati: lì la donna trovava re­golarmente cibo ancora in perfetto stato per nutrire i suoi figli e fu lei a suggerirgli che ci sarebbe stato bisogno di un luogo in cui immagazzinare gli scarti, come fan­no le banche con il denaro. Nacque così il modello di food bank : la prima fu la St. Mary’s a Phoenix, in Arizona, fondata dal­lo stesso Van Hengel. Oggi, nel mondo, ci sono circa 1.400 banchi alimentari raggruppati sotto tre reti (The Global Food Banking Network, Feeding America e Feba European Food Banks Federation, di cui fa parte la fondazione italiana). Sono attivi in 57 Paesi, assistono 62,5 milioni di persone e hanno impedito ogni anno la perdita di circa 2,68 milioni di tonnella­te di eccedenze alimentari commestibili, che non sono diventate rifiuto, consen­tendo anche un abbattimento delle emis­sioni di anidride carbonica. «La povertà è in costante aumento», sentenzia Bruno. I dati Istat lo confermano: nel 2018, in Italia, si stimano oltre 1,8 milioni di famiglie in povertà assoluta per un totale di 5 milio­ni di individui. Nel 1989, anno di nascita, Banco Alimentare ha distribuito 200 ton­nellate di cibo a 20 strutture caritative, per un totale di 2 mila persone assistite. Cifra che ha continuato a crescere fino a rag­giungere le 90 mila tonnellate del 2018. Si stima che in trent’anni siano stati distribu­ite 1,3 milioni di tonnellate di cibo. 

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«I numeri ci dicono che stiamo attraver­sando uno dei momenti più difficili del­la nostra storia. Non ci resta che rimboc­carci le maniche e continuare a lavorare». Anche perché le sfide non mancano. «Un certo tipo di innovazione», continua il presidente della onlus, «non contra­sta con la parola consolidare, ma diven­ta strumento per raggiungere l’obietti­vo: poter evitare troppi giri di carte con l’industria alimentare e con la grande di­stribuzione sarebbe fondamentale, così avremmo più tempo e risorse da dedica­re ad altro». Perché la burocrazia può es­sere un problema anche quando si par­la di solidarietà. Ma, in tal senso, un aiuto lo ha dato la legge Gadda: entrata in vigo­re nel 2016, la legge 166 ha semplificato le procedure per il recupero e la donazio­ne delle eccedenze alimentari. La Fonda­zione Banco Alimentare è stata in prima linea per ottenere una norma che rego­lamentasse gli sprechi. «La logica non è sanzionatoria come in altri Paesi, ma incentivante: se fosse stato introdotto l’ob­bligo di donazione, le strutture caritative a valle non sarebbero state in grado per la maggior parte di gestire gli alimenti, in particolare il cibo fresco. La legge», ragio­na Bruno, «ha reso possibili progetti co­muni tra il mondo del profit, il non pro­fit e le PA. Resta ancora una grossa fetta di spreco familiare, che vale tra il 45 e il 48% del totale. Ecco perché diventa fon­damentale l’aspetto educativo». Intanto, con una lunga storia alle spalle, la fonda­zione guarda al futuro. «Spero davvero che non ci sia più bisogno di noi, un gior­no. Ma la realtà», osserva Bruno, «ci dice che serviamo sempre di più. Allora augu­riamoci di essere così uniti per almeno altri 30 anni».

Articolo pubblicato su Business People, dicembre 2019