Attenzione alla pandemia della sfiducia

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Mentre il mondo è alle prese con un vaccino per il virus più insidioso di questo secolo, c’è un’altra infezione che minaccia la salute sociale, ed è una sorta di miopia esistenziale per cui si perde la prospettiva e il senso della propria vita, una sfiducia che avvolge la percezione di sé e del proprio ambiente, nella sfera personale, familiare e lavorativa, e che conta già centinaia di migliaia di vittime.

Le avvisaglie arrivano dagli Stati Uniti, in cui le dimensioni del fenomeno hanno attirato l’attenzione della professoressa Anne Case e del Nobel per l’economia Angus Deaton, che hanno recentemente pubblicato i risultati di uno studio durato cinque anni con il titolo Deaths of Despair and the Future of Capitalism  (Princeton University press, 2020). Rispetto ai 65 mila del 1995, negli Stati Uniti il 2018 ha contato 158 mila “morti per disperazione”, termine che comprende suicidi, ma anche decessi connessi ad abusi di sostanze quali alcol e droghe, cioè in vari modi auto-inflitti. Sono morti che vengono normalmente rubricate come casualties  delle crisi economiche, lasciando intendere che siano fenomeni legati a particolari momenti storici. Invece questo mal du vivre  ha radici più profonde, che raggiungono le basi stesse su cui le società occidentali hanno impostato la costruzione dei relativi sistemi, il capitalismo e l’economia di mercato. Non si tratta di demonizzare né l’uno né l’altro, ma di capirne alcuni sviluppi che, invece di portare il benessere diffuso, hanno generato sacche di esclusione i cui margini vanno ampliandosi. Questo è particolarmente vero per gli Stati Uniti, che nell’ultimo triennio hanno visto l’aspettativa di vita media della popolazione diminuire, in controtendenza con gli altri Paesi occidentali. Ma nemmeno l’Europa deve ritenersi del tutto immune, potendosi individuare alcuni elementi comuni su cui riflettere.

Le spie che vengono da Ovest Alcuni dati emergono con chiarezza dalla ricerca di Case e Deaton; intanto che la fascia di popolazione a rischio è piuttosto ampia e coincide con individui in piena età lavorativa, dai 25 ai 64 anni; poi che colpisce in particolare chi ha un livello d’istruzione medio-basso, coincidente con il diploma di scuola media e superiore. Particolarmente significativo che il fenomeno riguardi soprattutto i bianchi statunitensi, mentre la popolazione di razza ispanica e afroamericana sembrerebbe poco o affatto coinvolta. Come a dire che il problema nasce non tanto da una condizione di bisogno oggettivo, quanto dalla percezione del peggioramento senza speranza del proprio status sociale ed economico, e della perdita di sicurezze che si ritenevano acquisite. Non sembra limitato a particolari aree geografiche, ma coinvolge ugualmente zone rurali e urbanizzate, così come non fa distinzione di sesso, e colpisce parimenti uomini e donne. Nemmeno coincide, come si sarebbe portati a credere, con le grandi crisi economiche: c’era prima del crac del 2008, durante e dopo. Tuttavia, una costante lega la maggioranza delle morti studiate dal Case e Deaton, cioè la certificazione di condizioni di salute mentale precarie e dolorose. Si tratta di sintomi del disagio sociale collegato, più che con la diminuzione del reddito, con il declino progressivo del mercato del lavoro.

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La contrazione dei posti di lavoro dovuta anche al processo di esternalizzazione e automazione di mansioni normalmente ricoperte da chi non ha la laurea contribuisce al senso di inutilità e alla perdita della speranza nel futuro. Lavoratori con qualifiche medie e basse che passano da un committente all’altro non si sentono parte di un’azienda, non instaurano relazioni stabili nell’ambiente di lavoro, né percepiscono un percorso di crescita professionale, perdono progressivamente potere di contrattazione e il riferimento a una comunità di pari. Solitudine lavorativa, senso di impotenza e di inadeguatezza rispetto a una società che stigmatizza il fallimento seguono a ruota. Lo studio dimostra che un basso livello di istruzione influisce anche sulla scelta o meno di contrarre matrimonio e formare unioni stabili, generando l’aumento della natalità al di fuori del nucleo famigliare. Inoltre, le coppie che scelgono di convivere mostrano una fragilità diffusa che contribuisce a svuotare di significato la vita dei singoli nei momenti di crisi.

Capitalismo sì, capitalisti no

Secondo lo studio di Case e Deacon, il fattore che negli Stati Uniti sembrerebbe aver dato la spinta decisiva a una tendenza già drammatica è stata una politica sanitaria che ha lasciato campo libero alla lobby del farmaco, consentendo l’introduzione massiccia degli oppiacei nel mercato degli antidolorifici – in particolare dell’ossicodone – in un contesto già propenso all’abuso di alcol e droghe. L’industria farmaceutica ha puntato consapevolmente questo mercato lucrosissimo, mandando i propri rappresentanti nelle aree disagiate più propense all’acquisto. La privatizzazione della sanità negli Stati Uniti, inoltre, ha reso l’intero sistema molto più costoso rispetto ai Paesi ricchi, ma non altrettanto efficiente. I premi sono alti e ricadono pesantemente sulle aziende, che scelgono di esternalizzare determinate funzioni tra quelle meno qualificate per non dover coprire i lavoratori. Il tutto nel silenzio consenziente della politica. Sono aspetti che la riflessione sull’economia di un Paese deve tenere in considerazione, sono le conclusioni di Case e Deaton. Soprattutto per restituire una dimensione etica al capitalismo, che di per sé non ha perso la capacità di generare sviluppo, ma – se lasciato libero da regole – genera monopoli e oligopoli che ottengono enormi guadagni fornendo le soluzioni agli stessi problemi che hanno contribuito a creare. È il capitalismo che protegge se stesso ai danni dei cittadini. Genera ineguaglianze e spaccature, porta all’annientamento della classe media, all’aumento delle precarietà, al generale impoverimento della popolazione e a quel senso di fatalismo nefasto che produce la disperazione.

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Questione di fiducia

A questo riguardo è significativo il contributo di Edelman, il colosso americano nella consulenza in comunicazione pubblica, che nell’annuale rapporto Trust Barometer 2020  segnala come solo il 17% della popolazione mondiale dichiari di avere fiducia nelle istituzioni di governo. Si tratta di individui con un titolo universitario o superiore e che rientra in quel 25% della popolazione con reddito maggiore rispetto al Paese di riferimento. Il restante 83% è convinto che la propria situazione non migliorerà. In particolare in Italia la pensa così il 71% degli intervistati, che nel 67% è anche preoccupata di perdere la dignità e il rispetto sociale. Lo studio, che ha coinvolto 28 Paesi del mondo, evidenzia come nel 56% dei casi è il capitalismo o l’interpretazione dello stesso, ritenuto responsabile delle ingiustizie e del senso di insicurezza dell’epoca contemporanea. Nel nostro Paese, in particolare, l’83% della popolazione vive nel timore di perdere il posto di lavoro per delocalizzazioni, per la frammentarietà e la discontinuità contrattuale, la recessione globale. Senza toccare le cifre registrate negli Stati Uniti, anche i suicidi per disperazione in Italia stanno aumentando. Un’indagine Comitas, l’associazione che riunisce le micro e piccole imprese, denuncia la crescita del 20% negli anni tra il 2015 e il 2016 per cause variamente riconducibili al peggioramento dell’economia. In particolare, le nostre deaths of despair  si concentrano proprio nell’area più produttiva e industrializzata della Penisola, il Nord-Est, con il triste primato del Veneto con il 18% dei suicidi. Negli anni però, sta cambiando la tipologia dei soggetti interessati dal fenomeno: rispetto agli imprenditori che si tolgono la vita per il fallimento delle proprie aziende, sono sempre più i lavoratori disoccupati o precari a ricorrere a gesti estremi, sconfortati dall’andamento economico e dalle risposte insufficienti delle istituzioni.
 Il paradosso sta nel fatto che la fiducia, nelle istituzioni, nella rete sociale, nel futuro, è il pilastro su cui poggia proprio l’economia di mercato, che invece sembrerebbe avanzare a discapito e malgrado la componente umana.

Italia: buio in sala

Nel nostro Paese il lockdown prolungato ha agito da catalizzatore delle forze fin qui analizzate. Lo stato di emergenza e l’isolamento forzato nei primi mesi dell’epidemia e l’aggravamento della crisi che è apparso evidente ai primi segni di riapertura, ha aggiunto altre zone d’ombra a uno scenario economico e sociale non certo roseo. L’Associazione nazionale psichiatri ha recentemente lanciato l’allarme per il picco di decessi autoinflitti da marzo a settembre 2020. Più del distanziamento fisico, è l’isolamento sociale il fattore determinante, che va a peggiorare un disagio già diffuso. Ha pesato molto la chiusura di presidi sanitari e ambulatori presenti sul territorio, con la conseguente sospensione di interventi considerati non emergenziali, come molte terapie mediche e consultori di aiuto psicologico e psichiatrico. Pazienti lasciati soli, senza ascolto né rimedi per le loro condizioni. Sono 71 i casi accertati di suicidio in Italia dal mese di marzo, di cui 46 direttamente collegati alla pandemia. Dati a due cifre che impallidiscono di fronte alle migliaia di morti per disperazione registrati negli Stati Uniti, ma che sono quasi raddoppiati rispetto allo stesso periodo dello scorso anno, e che continueranno ad aumentare con il perdurare dell’incertezza. Il 10 settembre scorso, in occasione della Giornata Mondiale per la Prevenzione del suicidio, il Telefono Amico ha dichiarato di aver ricevuto negli ultimi sei mesi oltre 2 mila chiamate da parte di persone con idee suicide o preoccupate per un congiunto. Solitudine, impotenza, l’angoscia di un futuro senza la dignità di un lavoro, l’inadeguatezza sociale, l’incapacità di provvedere alle proprie famiglie. Sono i mattoni con cui si costruisce un muro senza porte su cui si infrange il senso di tante vite. In fondo, per definizione, il senso è una direzione, non uno stato in luogo.

Articolo pubblicato su Business People, novembre 2020