Dalle smart city alle città adattive

Il mondo sta diventando una immensa città: siamo 8 miliardi sul Pianeta e la metà di noi vive già oggi in aree urbane (55,7%), un dato che salirà al 68% entro il 2050. E se le città occupano appena il 3% della superficie terrestre, da sole bruciano una quantità di energia pari al 70% delle risorse disponibili, sono responsabili del 75% delle emissioni di carbonio e consumano l’80% delle risorse alimentari. Che succede? Occorre fermarsi un attimo a ripensare al loro ruolo: è un esercizio doveroso, ancor più in un contesto in fortissima evoluzione come quello che stiamo vivendo, contaminato da nuove tecnologie e nuove abitudini, alle quali la recente pandemia ha dato una potente accelerazione, mettendo però in luce tutta la vulnerabilità e la fragilità degli odierni sistemi urbani. Ma da questo si deve partire: sono proprio le città, infatti, il luogo migliore in cui far combaciare lotta al cambiamento climatico e ripresa economica e del lavoro.

La sfida che abbiamo di fronte, dunque, è cruciale: dobbiamo riorganizzare i centri urbani e ritagliare loro un ruolo centrale per l’Italia. Come si fa? C’è chi pensa che vada sfatato il mito della smart city come risposta a tutti i mali. «La tecnologia da sola non basta», spiega Rodolfo Pinto, amministratore delegato di Pnsix, studio di service design e innovation management che ha appena pubblicato una ricerca sull’argomento, «e le città intelligenti non esistono: esistono piuttosto città in cui la tecnologia è un fattore abilitante per liberare le energie e le intelligenze dei cittadini e migliorare la qualità della vita delle persone. Del resto, l’anima delle città non risiede nei suoi elementi fisici o nelle infrastrutture, neppure in quelle più tecnologiche o digitali, ma nelle interazioni tra i cittadini e le mura, tra i cittadini e il corpo urbano».

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L’idea è di una città che non solo utilizza la tecnologia in modo flessibile, ma è anche capace di adattarsi alle differenti nature dei cittadini, che non sono tutti smart. Da qui il nome di città adattiva, in grado di adeguarsi e coniugare la cultura dell’innovazione con i bisogni reali e concreti dei cittadini, cresciuti e cambiati dopo l’esperienza della pandemia. «Una città e adattiva», spiega Giacomo Angeloni, presidente di Bergamo Smart City and Community, «se nessuno resta indietro e se diviene un luogo di attrazione di investimenti». Esempi pratici? Difficile trovarne in Italia, secondo lo studio di Pnsix, anche se indubbiamente tra le aree urbane all’avanguardia su questo versante ci sono Milano, Bologna, Padova e Bergamo: qui più che altrove si stanno sperimentando nuove tecnologie con l’obiettivo duplice di combattere il cambiamento climatico e spingere la ripresa economica e del lavoro. Per trovare altre esperienze adattive bisogna andare all’estero (vedi box ): a Seattle o Berlino, dove il car pooling privato è integrato con i mezzi pubblici; oppure a Rotterdam, con il suo parco che si “adatta” alle condizioni climatiche e cambia forma.

Carlo Ratti, che insegna al Mit e dirige il Senseable City Lab, arriva a ipotizzare una città che fornisce incentivi economici e porta l’esempio di Singapore, dove i guidatori pagano pedaggi automatici in base al volume del traffico generato, un modello in uso da anni ma che le nuove tecnologie potrebbero migliorare sfruttando sensori digitali e incentivi, magari attraverso sistemi blockchain. Le innovazioni, dice il professor Ratti, devono anche servire il bene collettivo: e se è vero che i pedaggi urbani per le macchine incoraggiano alcuni a modificare le loro abitudini, per altre persone, come magazzinieri, insegnanti e guidatori Uber, che non sempre possono scegliere di lavorare in modo flessibile o permettersi di pagare pedaggi regressivi, il sistema è iniquo. E allora si potrebbe garantire supporto finanziario a quelli che non sono in grado di lavorare da remoto: nel caso dei pedaggi urbani, le persone potrebbero ricevere sconti in base alla disabilità, la professione o lo status socioeconomico e gli introiti, sostiene sempre Carlo Ratti, potrebbero contribuire a ridurre i prezzi del trasporto pubblico e sovvenzionare auto non alimentate con combustibili fossili.

Pinto-Angeloni-Piano

Questa la direzione da seguire, ma gli ostacoli sono molti: la pandemia, per esempio, ci ha dimostrato coi fatti, sostiene lo studio di Pnsix, che l’innovazione calata dall’alto e senza un vero riscontro sul territorio porta al fallimento. Pnsix propone allora una visione alternativa di smart city e un metodo di gestione e sviluppo per liberare energie e potenziale: mettere al centro l’essere umano. «Se la tecnologia fino a ora è sempre stata imposta dall’alto, le città del futuro nasceranno invece dal basso», spiega Pinto, «e sapranno raccordare le esigenze dei cittadini con quelle dei decisori politici e di tutti gli stakeholder». Un’utopia? Forse, ma senza le utopie a indicarci la strada non sapremmo da dove cominciare. L’idea che l’innovazione digitale fine a se stessa non serva a nulla è condivisa da molti. Per Luciano Floridi, filosofo di Oxford e pensatore tra i più pragmatici, la nuova sfida non è tecnologica, ma di governance: non basta l’innovazione digitale ma il governo del digitale, e la governance del digitale, dice il filosofo, necessita di un nuovo progetto umano. E anche Renzo Piano, in un suo recente intervento su Repubblica  a proposito di come saranno gli spazi delle città di domani e come ripopolarle nuovamente, ha scritto che la risposta non può essere tecnica, ma deve essere per forza politica, sociale e scientifica, in una parola: deve essere umanistica.

«Credo che un’innovazione di stampo umanista non fine a se stessa», chiosa Pinto, «possa liberare energie e abilitare i talenti delle persone e il luogo in cui questo cambio di passo può avvenire sono senza dubbio le città. Però servono una visione e una strategia per trasportare le città nel futuro. Insomma, è vero che la città è a tutti gli effetti un insieme di mura, strade, edifici e infrastrutture che ne costituiscono il corpo solido, ma la sua anima non risiede in questi elementi fisici, bensì nelle interazioni tra i cittadini e le mura, tra i cittadini e il corpo urbano».

PER SAPERNE DI PIÙ

Una città è adattiva quando reagisce alle sollecitazioni climatiche, per forma e struttura. Le città del futuro dovranno, infatti, adattarsi ai cambiamenti climatici e si possono ipotizzare città del vento, del sole e d’acqua, resilienti non solo attraverso nuove tecnologie, ma soprattutto per morfologie urbane sostenibili, dunque una nuova forma di intelligenza urbana. Per approfondire è possibile leggere:

Articolo pubblicato su Business People, gennaio-febbraio 2021