Npl: l’Italia è al quarto posto in Europa per prestiti non pagati

Siamo abituati a pensare alle banche come agli aguzzini e ai clienti come alle vittime. Ma non sempre è così. Se è vero che le condizioni imposte dagli istituti di credito sono spesso poco vantaggiose, è anche vero che non sempre i consumatori si comportano in maniera ineccepibile. Secondo Moody’s, una società privata che esegue ricerche finanziarie, che ha analizzato 28 tra i maggiori istituti europei, a fine 2017, in Italia gli npl, ossia i crediti delle banche per i quali la riscossione è incerta, erano pari all’11,1% dei prestiti totali. Si tratta della quarta percentuale più alta fra i 29 Paesi europei presi in considerazione. Significa, in pratica, che 11 prestiti su 100 elargiti diventano non performing loans: chi li ha contratti non riesce cioè a pagare né gli interessi né a restituire il capitale. Peggio di noi hanno fatto solo la Grecia, con una percentuale record del 44,9%, Cipro (38,9%) e Portogallo (15,2%).

Npl più alti per le banche italiane

La situazione generale, però, è in netto miglioramento. A fine 2014, infatti, il volume complessivo degli npl in tutte le banche europee censite ammontava a 1.120 miliardi di euro, mentre oggi è sceso a 813 miliardi di euro. Tra le banche che hanno ottenuto miglioramenti più elevati ci sono Royal Bank of Scotland, passata da un tasso dell’8,9% a uno del 2,9% e Lloyds in calo all’1,7% dal 6,4% precedente. Per le banche italiane, invece, non ci sono buone notizie. I rapporti npl sui crediti totali più elevati sono, infatti, quelli di Intesa San Paolo e Unicret: l’11,9% e il 10,2%, rispettivamente. “Malgrado i progressi compiuti finora i livelli di npl restano relativamente alti e ciò riflette la crisi finanziaria ed economica che ha colpito l’Italia più tardi rispetto agli altri Paesi” si legge nel rapporto.