Ecco perché una risata sul lavoro (e non solo) ci salverà

Gianni Ferrario, ricercatissimo su Facebook e YouTube, è un ex manager 70enne, che ha intrapreso la sua nuova attività nel 2000 e da allora ha lavorato per banche, compagnie di telecomunicazioni, grandi aziende e multinazionali

Attore e autore teatrale, form-attore, trainer o performer. Sono tanti i termini che possono essere usati per definire Gianni Ferrario, 70 anni, ex-manager di lungo corso che da tempo ha lasciato il suo lavoro per dedicarsi a quella che da sempre è per lui una grande passione: recitare in pubblico, coinvolgendo negli spettacoli che mette in scena intere platee di centinaia di persone. Tuttavia, tra i molti termini utilizzabili per descrivere la sua attività, Ferrario preferisce usarne uno piuttosto originale. Lui si sente ed è un vero e proprio giullare d’impresa, un artista che gira per le aziende proprio come i vecchi cantastorie dello scorso millennio vagabondavano da una corte all’altra, in molte regioni d’Italia e d’Europa. E come i vecchi giullari, che portavano il buonumore e l’allegria tra i nobili e i cortigiani, Ferrario insegna oggi agli uomini e alle donne d’impresa la capacità di ridere davvero di cuore. La insegna durante le numerose convention aziendali cui prende parte, dove lancia un messaggio che è contenuto anche in un suo libro pubblicato di recente (Ridere di cuore , Edizione Tecniche Nuove, settembre 2016). «Solo un cuore capace di ridere è un cuore allenato a vedere le cose più profonde della vita», dice Ferrario, che parla anche di vera e propria Terapia della risata o Coro-terapia per stimolare le emozioni.

Le risate ci aiutano a vivere meglio e più a lungo insomma...
Non sono io a dirlo ma la scienza. Il sorriso e il buonumore stimolano, infatti, la produzione di endorfine, il cosiddetto ormone del benessere capace di rinforzare il sistema immunitario. Inoltre, le ultime scoperte delle neuroscienze e della fisica quantistica rivelano quanto sia importante l’apertura del cuore per un cambiamento di energia capace di rendere la vita più armoniosa e felice.

Ma veniamo al suo teatro d’impresa. In cosa consiste di preciso?
Sono rappresentazioni in scena caratterizzate da una grande interattività con il pubblico, dove la platea viene coinvolta al massimo. Ma prima di raccontare che cos’è il mio teatro d’impresa, sarebbe meglio iniziare a dire che cosa non è.

In che senso?
Vorrei precisare che il mio non è un teatro d’evasione, come quello che viene spesso praticato dai dipendenti di molte aziende per svago e divertimento al di fuori dell’orario di lavoro. E non è neppure un teatro che ha una semplice finalità di team building, come quello che viene promosso a volte dalla direzione delle risorse umane delle imprese, per creare maggiore coesione tra i dipendenti, facendoli diventare attori e protagonisti di una rappresentazione scenica, all’interno di un percorso di formazione extra-curriculare. Tutte cose belle e divertenti, certo, ma diverse da ciò che faccio io.

E allora cosa fa Gianni Ferrario?
I temi delle mie rappresentazioni sono anche il frutto di un confronto con i responsabili delle risorse umane delle aziende e prevedono un alto grado di interazione con il pubblico, che io invito spesso a replicare in platea e sul palco la mia mimica e le mie movenze. All’inizio molti rimangono spiazzati ma poi mi seguono con grande partecipazione, soprattutto quando entrano appieno nello spirito dello spettacolo.

Gianni Ferrario-Trainer

Perché segue questo canovaccio?
L’obiettivo è coinvolgere gli spettatori per portarli a riflettere su una serie di tematiche e per trasmettere loro i valori dell’impresa, quelli che stanno alla base di una determinata cultura aziendale. Non a caso, nei miei spettacoli si parla indirettamente di aspetti importanti della vita lavorativa, il saper realizzare i progetti, risolvere i problemi e collaborare affinché tutta l’organizzazione funzioni meglio. Ma il filo conduttore è quasi sempre lo stesso: il saper ridere.

Le sue rappresentazioni possono dunque essere definite comiche?
Direi che la mia attività ha più che altro uno scopo maieutico, nel senso socratico del termine. Il mio obiettivo è cioè insegnare alle persone a saper ridere, in una forma conviviale e non di scherno o presa in giro.

Che significa?
Gli spettatori non devono imparare a ridere “di” qualcuno, ma “con” qualcuno. Scoprire il valore della risata vuol dire comprendere che il buonumore è la strada giusta anche per avere maggiori energie professionali e dunque per essere più produttivi, per aprirsi la strada a futuri successi. In altre parole, bisogna allineare sempre la mente al cuore e capire che la vita è uno specchio: se sorridi, ti sorriderà.

Per quali aziende lavora?
Per molte grandi aziende, banche, compagnie di telecomunicazioni, gruppi multinazionali come Eni o Lindt. A loro offro spettacoli di varia durata, che partono da un minimo di 20 minuti l’uno e vengono svolti anche nell’ambito di un tour o di un percorso formativo in più tappe.

Tra le tante sue rappresentazioni, ce n’è una che ricorda con maggiore piacere?
La prima che mi viene in mente è una che feci diversi anni fa in Telecom Italia, fu una grandissima e divertentissima “giullarata” che coinvolse centinaia di persone.

C’è qualche artista che l’ha ispirata?
Ce ne sono diversi. Uno è Dario Fo, che ha conosciuto e da cui ho ricevuto apprezzamenti per il mio lavoro. Proprio come lui, anche nei miei spettacoli uso spesso il grammelot, uno strumento di recitazione che mette assieme suoni, parole e onomatopee prive di significato. Fo prendeva spunto dalle espressioni in dialetto, io invece utilizzo suoni che somigliano alle parole inglesi che ormai accompagnano i dipendenti delle aziende quasi quotidianamente nel loro lavoro. Ma ho avuto il piacere anche di conoscere un altro grande artista come Patch Adams, di cui ho frequentato i workshop.

Perché un ex dirigente d’azienda ha deciso di diventare un giullare d’impresa?
Il percorso è stato lungo. Per molti anni mi sono occupato di amministrazione, di bilanci e revisione contabile in tante grandi imprese, dalla Kpmg all’azienda dei trasporti Atm, passando per nomi dell’industria italiana come Snia. La mia vita, però, ha sempre avuto due poli: uno professionale e razionale, l’altro artistico e creativo. Sono sempre stato un appassionato di teatro.

Quando ha prevalso l’anima artistica?
Dal 2000 in poi ho deciso di diventare imprenditore di me stesso, di mettermi in gioco. Ma ripeto: il percorso è stato lungo e ci sono state alcune figure determinanti. Tra queste, anche un mio amico gesuita che anni fa mi fece scoprire la spiritualità di certe culture a noi lontane, come quella indiana.