Enrico Mentana © Paolo Tre/A3/Contrasto

UNA VITA NELLE NEWS. Classe 1955, Enrico Mentana è giornalista e anchorman Tv. Gli esordi sono stati in Rai, nel 1980, per passare una dozzina di anni dopo in Mediaset, dove ha fondato e diretto il Tg5 . “Dimissionato” nel 2004, diventa direttore editoriale del Biscione e dà vita al talk di seconda serata, Matrix . Programma che è costretto a lasciare nel 2009, dopo essere entrato in rotta di collisione con i dirigenti del broadcaster. Dal 4 luglio 2010 è al timone del Tg La7

Considerate La7 come una semplice azienda, il suo tg come un prodotto o un servizio da meglio posizionare sul mercato e il suo direttore, Enrico Mentana, come il manager chiamato a compiere questa missione avendo a disposizione un budget lillipuziano. Metteteci una redazione con diversi contratti di solidarietà in essere, e un editore (Telecom Italia) che ha la necessità di recuperare sul disavanzo dei conti perennemente e profondamente in rosso della rete e che per perseguire l’obiettivo aveva già inviato un amministratore delegato, Giovanni Stella, soprannominato Er Canaro per le indubbie capacità di tagliare il tagliabile e oltre. Considerate inoltre che il neo-direttore scelga di perseverare – contro ogni buonsenso – col rimanere nella stessa fascia oraria di due corazzate come il Tg1 e il Tg5 delle 20 e di puntare su un tema – la politica – che costituisce nella sua espressione partitica l’editore di riferimento dei suoi diretti competitor, e che per farlo abbia accettato un compenso più che modesto (visti i precedenti standard milionari in Mediaset) di “soli” 320 mila euro lordi annui. Maggiorabili però dai premi di produzione. Senza voler scomodare le trite metafore bibliche del solito Davide contro Golia, è come se il Chinotto avesse voluto lanciare la sfida a Coca-Cola e Pepsi messe insieme. Il risultato, dal 4 luglio 2010 a questa parte, è sotto gli occhi di tutti: il piccolo Tg La7 by Mentana (ormai non più tanto piccolo) scala le classifiche di ascolti e gradimento quadruplicando l’audience – il suo valore di riferimento si assesta attualmente intorno al 10% di share – illuminando l’intera rete che, ammettiamolo, fatica a stare dietro al turbo innestato dall’informazione serale (in prime time lo share è passato dal 2,8% del 2009 al 4,15% di fine 2011). Intanto i competitor, anche per demerito loro, arrancano: il Tg1 segnato dall’ormai ex direttore Augusto Minzolini registra una forte emorragia di spettatori, lasciandosi tallonare – quando non superare – dal Tg5 , mentre gli altri (eccetto il Tg3 di Bianca Berlinguer) perdono pubblico.

Enrico Mentana © Paolo Tre/A3/Contrasto

Così Mentana diventa per La7 l’ago della bilancia, tant’è che basta un suo cenno di dimissioni dopo una pseudo-denuncia del cdr per supposto comportamento antisindacale del suddetto, per far perdere in poche ore al titolo TiMedia il 4% in Borsa, e per farlo risalire 24 ore dopo che le revoca a furor di redazione. Che dire? Ormai con una crescita media annua della raccolta pubblicitaria, che per il 2011 viene stimata intorno al 30%, Mentana rappresenta per il business di La7 più che l’uomo della Provvidenza, quello che è riuscito a fare la differenza, anche perché, con una conduzione mutuata dagli anchorman Usa, su questo prodotto lui ha deciso di giocarsi la faccia. Cinque sere su sette.

Una curiosità innanzitutto, nelle ultime settimane il premier Monti ha fatto il giro di quasi tutti i Tg e i talk, com’è che non è venuto da lei?
Perché non sono interessato a certe iniziative seriali. Così come più di un anno fa ho rinunciato ad avere Berlusconi, oggi non m’interessa avere Monti per un’intervista ripetitiva.

Monti ha preso a modello Berlusconi?
Più semplicemente vuole parlare a ogni tipo di pubblico, il che non è un fenomeno solo italiano: si fa sempre così quando si vuole spiegare il senso del proprio operato al Paese. Una volta, quando non c’era il pluralismo, per dare messaggi importanti si parlava a reti unificate. Ora tutto si è molto laicizzato e si cerca di raggiungere i vari segmenti di pubblico andando sulle varie reti. È un’evoluzione delle conferenze stampa. In realtà poi, se un personaggio pubblico o, in questo caso, un presidente del Consiglio va a parlare in questo tipo di trasmissioni o nei Tg, è come se facesse uscite pubbliche.

Come lo trova come comunicatore?
Essendo un tecnico, come ben noto, gode di una franchigia rispetto alle linee guida che si richiedono a un politico. Comunque sia, ha un’eloquenza assolutamente comprensibile.

Tornando a Berlusconi, sono passati più di tre mesi dalle sue dimissioni. Com’è stato questo periodo per l’informazione politica dopo 20 anni di suo protagonismo?
Ma Berlusconi non è mai andato via... c’è ancora, seppur in maniera completamente diversa dal punto di vista dello scontro politico, che è stato quasi messo in mora: ormai si parla in termini molto felpati delle differenze tra i partiti. Si tratta di un cambiamento epocale, perché prima qualsiasi decisione o battuta veniva letta alla luce dello scontro generale.

Fin da subito l’indubbio successo di ascolti e di gradimento del Tg La7 , che lei ha preso in consegna nel luglio del 2010, è stato interpretato in chiave anti-berlusconiana. E in molti hanno continuato a sostenere che avrebbe perso terreno appena non ci fosse più stato Berlusconi a Palazzo Chigi. Tant’è che c’è già chi fa notare una flessione media dell’1,5% di share nell’ultimo periodo. Come si ritrova in questo quadro in cui viene inserita la sua “creatura”?
Ovviamente ognuno guarda le cose alla luce di quello che pensa, non dei dati obiettivi. E i dati indicano che prima della mia “creatura” c’era un telegiornale molto piccolo, che con me è diventato molto più grande, ed è un Tg che a gennaio 2012 ha totalizzato risultati lievemente migliori – per fortuna – rispetto a gennaio 2011, quando c’era ancora Berlusconi. È un fenomeno conosciuto da qualsiasi operatore disinteressato dell’informazione: se dirigi un quotidiano sportivo e ci sono i Mondiali di calcio, venderai certamente molte più copie di quando finirà l’evento. È ovvio che abbiamo passato una fase apicale di interesse per le sorti del Paese, e che adesso siamo in un momento di riflusso per quanto riguarda il day by day. Le manovre, le pensioni, le tasse… C’è un’attenzione molto diversa. Basti pensare al ruolo che avevano un Travaglio o un De Magistris, piuttosto che un Di Pietro o un Ghedini fino a tre mesi fa. Ora le cose sono cambiate.

Si registra, quindi, una sorta di calo di tensione fisiologico.
Non proprio. È semplicemente un diverso rapporto, meno ansioso, dell’opinione pubblica rispetto ai fatti di interesse generale. Ripeto, gennaio 2012/gennaio 2011: stessi ascolti. È ovvio che non ci sono più le punte, ma è altrettanto ovvio che non ci sono più le finali dei Mondiali di calcio… L’importante è che gli spettatori continuino a essere ancora interessati ai fatti, perché il vero problema sarebbe se si verificasse una fuga dalla realtà. Ma non è questo il caso.

Eppure si dice che la stessa sorte sia toccata anche a Servizio pubblico di Michele Santoro: una volta sciolto il “governo delle libertà”, il programma avrebbe perso ascolti e interesse.
Sono decisamente contrario a questo tipo di lettura. Innanzitutto, di cosa stiamo parlando? Di un lasso di tempo di due mesi. È insensato! Ripeto: nelle ultime giornate di campionato, quando c’è la lotta per lo scudetto, i giornali sportivi, specie quelli delle città direttamente coinvolte, aumentano vigorosamente le copie vendute. Poi, però, quando finisce il campionato, succede che tutti, specie i giornali delle città delle squadre che hanno perso, ne vendono meno. Finché non inizia il successivo, si resta in una situazione di normalità. Ma appena c’è una competizione, si ricomincia di nuovo a polarizzare. Quel che mi fa impressione è che, però, a fronte del fatto che si sia fatta una cavalcata enorme tutti quanti, ora si diano giudizi su un periodo di due mesi, peraltro a ridosso del Natale, che è sempre un po’ depressionario…

Tant’è che i periodi di garanzia per gli inserzionisti sotto le feste di fine anno vengono sospesi…
Esatto! Soprattutto ne discutiamo come se fosse morta la politica. L’interessato, Berlusconi, che ha dato nome al fenomeno (berlusconismo) e al controfenomeno (antiberlusconismo) è sempre vivo… Io non sono assolutamente un antiberlusconiano, nel senso che io faccio il giornalista, non il tifoso. Ritengo che Berlusconi, nel bene e nel male, sia stato una cornucopia di notizie, tendenze, fenomeni, articoli, e quindi abbia caratterizzato un’era molto feconda per l’informazione italiana. Poi, buona o cattiva, questo è un altro tipo di discorso che lascio ai critici. Tutto ciò, evidentemente, ha creato delle vere e proprie aree saprofitiche, parassitarie… È ovvio che tutti i libri sulle gaffe o sui processi di Berlusconi adesso dovranno lasciare il posto ad altro tipo di pubblicistica. Ma non è che improvvisamente s’è rotta la penna ai giornalisti…

Comunque sia, lei è ancora considerato l’uomo della Provvidenza per La7...
Eh, ci mancherebbe… (ride)

Del suo exploit, quanto è stato studiato a tavolino e quanto è stato dovuto alla fortuna?
Sapevo benissimo quello che dovevo fare, al caso si deve invece il fatto di essere riuscito ad arrivarci al momento giusto. Casualità, ma anche cocciutaggine perché, se avessi lasciato le cose al loro corso, probabilmente non sarei mai andato a La7. Di mio ci ho messo anche un po’ di esperienza professionale, avendo fondato vent’anni fa uno dei più grandi Tg italiani. Ho assunto la guida di quello che veniva considerato un “bonsai”, mentre, come si è visto, era una pianta che andava solo annaffiata diversamente, senza con questo voler muovere alcuna critica al mio predecessore (Antonello Piroso, ndr ). Sono arrivato proprio nel momento in cui era possibile fare un salto di qualità, approfittando delle opportunità di mercato: i grandi tg erano paludati e filogovernativi, c’era lo spazio per tentare il balzo.

Però, quel balzo di cui parla presupponeva la consapevolezza dell’esistenza di uno spazio che fino ad allora era stato al massimo valutato in termini alternativi e non certamente competitivi rispetto a due ammiraglie come il Tg1 e il Tg5 delle 20.
La chiave sta nell’aver fatto quel prodotto che evidentemente una parte di telespettatori non trovava più, e per questo si era disaffezionata al rito del Tg delle venti. Visto da fuori, il quadro era evidente. Il problema è che la tv è pensata dagli addetti ai lavori, che dopo un po’ diventano insensibili a certi stimoli: sono come quelle persone che abitano nei pressi della stazione e non sentono più il rumore dei treni. La mia fortuna è stata di essere uno di quelli che ci abitavano vicino, ma che è stato sfrattato, e quindi è stato costretto per un po’ a viverci lontano e a disabituarsi ai fischi dei treni e al rumore delle rotaie… Trovandoci in una fase di passaggio, molto simile a quella di vent’anni fa, bisogna viverla dal di dentro, ma osservandola come se si stesse al di fuori. In ge-nere, chi fa Tv ha le antenne puntate per irradiare e quasi mai per ricevere e captare umori, noi cercheremo invece di fare anche quello. Per il resto nessuno sa cosa accadrà nel medio termine, e raccontare quest’età dell’incertezza è la cosa che più mi affascina.

LE PASSIONI DI ENRICO MENTANA

LIBRO

Patrimonio di Philip Roth

PROGRAMMA TV

Nessuno

PIATTO

Frutti di mare

FILM

Blade Runner

LUOGO

Milano

SPORT

Calcio

MUSICA

Rolling Stones

HOBBY

I figli

AUTO

Non ho la patente

Quanto la rassicura il supposto arrivo di Urbano Cairo nella compagine societaria di La7? Lei aveva auspicato che l’eventuale socio industriale non fosse individuato nel settore dei mass media, al fine di non creare commistioni che vincolassero la vostra attività.
Cairo è il nostro concessionario pubblicitario, quindi è già un calciatore della nostra squadra. E così facendo sarebbe un partner più stabile in un settore che è già suo nella nostra compagine, ovvero quello della raccolta pubblicitaria. Mi pare di capire che alla fine Telecom Italia abbia deciso di essere il nostro editore. Il che mi va bene perché fino a oggi mi ha permesso di fare quel che volevo, senza che ci fossero prodotti editoriali più forti, che ovviamente avrebbero riverberato di sé il nostro operato. È il problema che si sarebbe creato con Rcs e col gruppo l’Espresso.

Enrico Mentana © Paolo Tre/A3/Contrasto

Ciò può voler dire che per Bernabè e soci La7 stia diventando, contrariamente a quanto dichiarato finora, un asset strategico?
In questa fase d’incertezza chi ha degli asset nei media se li tiene stretti, anche perché per un gigante come Telecom Italia, con azionariato diffuso, ma anche con un nocciolo forte di azionisti di peso, i conti di TiMedia sono numerini.

Numerini perennemente in rosso, anche se Stella ha fatto salti mortali per migliorarli.
Sì, ma parliamoci chiaro, i numeri nella Tv sono raffrontabili, per certi versi, a quelli delle società di calcio con bilanci quasi sempre in perdita, e ciò non costituisce l’elemento più importante per squadre come Inter, Milan, Juventus…il Barcellona è la squadra più indebitata del mondo, ma nessuno ne parla per i suoi debiti. Così accade che spesso la Tv costi probabilmente più di quanto non produca, e la stessa cosa succede ai giornali. Tuttavia, esistono ritorni “reputazionali” non facilmente quantificabili, non a caso ci sono fior di presidenti che investono milioni in questo sport anche per averne un riscontro in termini di maggiore popolarità per le attività che costituiscono il loro core business.

Vista la sua attuale esperienza, confermerebbe l’ipotesi secondo cui Tronchetti Provera avrebbe tenuto in passato al guinzaglio La7 al fine di non disturbare il manovratore Berlusconi e le sue reti?
Con La7 dell’era Tronchetti Provera non ho avuto contatti, e non sono abituato a dare giudizi su cose di cui non sono stato direttamente a conoscenza.

Quello di farsi ingaggiare con un modesto compenso fisso più una quota variabile in base ai risultati, e che ha assunto il nome di “Sistema Mentana”, costituisce ormai una costante a La7 che qualcuno pensa di estendere anche in altre aree, vedi la fiction Rai. Come dire, sta facendo scuola...
Ne sono contento in generale, perché poter stabilire il proprio valore attraverso i risultati è il modo migliore per non costruire situazioni notabiliari e, soprattutto, per essere sempre tonici. Se nella fiction, per esempio, si ponessero dei barrage sulla riuscita del prodotto, evidentemente tutti – dal produttore ai protagonisti – sarebbero stimolati a farlo per il meglio.

L’idea è stata sua o di Stella?
Di entrambi, solo che lui avrebbe voluto un tetto massimo del 5,70% e io no. Certo nessuno allora immaginava che l’avrei pressoché raddoppiato…

Recentemente ha scritto su Vanity Fair che i politici, da Maroni ad Alfano, passando da Bersani, col governo Monti stanno correndo il rischio dell’irrilevanza: «Rischiano di fare come quei rampolli imprenditoriali che hanno dovuto dare in mano l’azienda ai manager perché non sapevano più come mandarla avanti e poi ogni tanto mettono bocca per ricordare a se stessi e agli altri la propria esistenza e parlano di strategie che nessuno mai seguirà». Poi conclude che comunque, prima o poi, la gente se ne renderà conto. Lei è proprio convinto di ciò o la sua è più una speranza?
Penso di sì, certo è una parola grossa, ma ci credo. Anche perché, non avendo interessi in campo, l’attuale governo può cercare le soluzioni migliori ai problemi. Sono sicuro delle buonissime intenzioni di Monti, ma è difficile giudicare un medico mentre sta ancora curando il malato, solo alla fine potremo dire se è stato efficace o meno.

Eppure, c’è chi si dice allarmato di questa prevalenza dell’economia e della finanza sulla politica.
Dovrebbe esserlo da tempo, visto che non è una novità.

Ha dichiarato che in genere i giornalisti fortunati diventano anche scomodi. Lei quanto è fortunato?
Tantissimo.

E scomodo?
In proporzione…

I TG DELLE 20 A CONFRONTO