Carl Benedikt Frey: dobbiamo avere paura dei robot?

© Brian Doherty, Oxford, 2019

La tecnologia? È una trappola. Parola di Carl Benedikt Frey, storico, economista e co-direttore dell’Oxford Martin Programme su tecnologia e lavoro. Per anni la comunità economica ha discusso sulla sua previsione, elaborata nel 2013 insieme al collega Michael Osborne, sulla quantità di lavoro umano destinato a sparire a causa dell’automazione: il 47% secondo i due studiosi, almeno negli Usa. Il dibattito ha portato un certo scetticismo nei confronti delle macchine e alla nascita di un sentimento luddista 2.0, che Frey analizza nella sua nuova opera: The Technology Trap: Capital, Labor and Power in the Age of Automation .

Professor Frey, ha senso discutere su come arginare l’automazione?
Alcuni governi hanno fatto richieste in tal senso, ma le macchine aumentano produttività e stipendi. È una parabola già vista: politici che tentano di arginare la modernizzazione per evitare tensioni sociali. È lo stesso dibattito che si sviluppò negli anni 30 e negli anni 60. Come ai tempi della Rivoluzione industriale, stiamo assistendo a un processo inarrestabile che nel lungo periodo porterà grandi benefici all’umanità e al mondo del lavoro. Pensate solo alle professioni più pericolose, che sono state ridotte dal 60% al 10% rispetto a un secolo fa, o i compiti più ripetitivi, ormai tutti automatizzati. La verità è che dobbiamo essere grati per la sconfitta dei luddisti, nonostante lottassero per una causa socialmente giusta: godere del progresso derivante dal loro lavoro.

Lo stesso accade oggi?
Certo. Nel breve termine la computer revolution sta portando vantaggi solo a pochi, e cioè a coloro che hanno un alto livello di educazione, mentre le fasce più basse della popolazione vedono ridurre il loro potere d’acquisto. Non è un caso che i repubblicani abbiano stravinto nel Midwest portando Donald Trump alla Casa Bianca: è lì che negli Usa si concentrano i distretti industriali con i livelli più alti di automazione.

Questo fenomeno ha portato alla nascita di un movimento di rivolta populista, in crescita in tutto l’Occidente...
Le aree dove è stato introdotto il maggior numero di robot, Europa e Stati Uniti, sono quelle più soggette alla crescita del populismo. La globalizzazione e l’automazione, infatti, portano alla perdita di posti di lavoro nella manifattura. Questo fenomeno a sua volta manda in sofferenza il settore dei servizi locali: taxi, negozi di quartiere e artigiani falliscono, se mancano i clienti. Quando queste professionalità scompaiono, le comunità soffrono, cala il benessere collettivo e aumenta il crimine. I dati evidenziano che nelle fasce di popolazione senza un titolo di studio elevato in Usa e nel Regno Unito sono aumentati i suicidi: parliamo delle persone lasciate indietro da questa Quarta rivoluzione industriale. Questi sono i numeri. Spesso, però, si ignora una parte del ragionamento: se le tecnologie create nell’area della baia di San Francisco hanno danneggiato gli operai di Detroit e impoverito l’economia locale di quell’area, allo stesso tempo hanno creato nuovi posti di lavoro nei servizi sulla costa occidentale degli Stati Uniti.

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Carl Benedikt Frey © Brian Doherty, Oxford, 2019

Chi rappresenta queste fasce di popolazione? 
Penso che una grossa parte del malcontento sia legata al fatto che la sinistra tradizionale oggi è ormai associata ai cittadini con un’alta istruzione, ma soprattutto a temi che appaiono lontani come il cambiamento climatico. La classe operaia si è spostata così verso i partiti conservatori, che ora si occupano anche di stipendi, ferie, tutele. Insomma, i temi tradizionali del lavoro.

Al rifiuto dell’automazione si accompagna sempre più spesso il rifiuto dello straniero. Come mai? 
Quando vedi il tuo stile di vita peggiorare e la tua comunità che cambia, è naturale combattere la novità. C’è la percezione di una grande competizione per le risorse. Le persone meno istruite – la cui occupabilità è precipitata negli ultimi trent’anni – cercano un capro espiatorio. Per alcuni sono gli immigrati, per altri le macchine. È la stessa fascia di popolazione che ha prima protestato contro la globalizzazione e ora ha abbracciato il techlash  (il termine coniato dall’Economist  per indicare il senso di sfiducia nei confronti dello strapotere delle big company tecnologiche, ndr ).

Come aiutare i lavoratori a “sopravvivere” all’avanzata dei robot?
Non c’è una risposta univoca. Il reddito di base, per esempio, non risolverebbe tutto perché richiederebbe un aumento delle tasse, che andrebbe a colpire proprio quelli a cui sarebbe destinato tale sussidio. Per di più, le persone cercano un significato nel lavoro: tutte le ricerche del mondo dicono che i lavoratori sono più felici dei disoccupati. Dobbiamo cercare altre policy, a partire dall’istruzione, quella di base prima di tutto. Non conosciamo i lavori del futuro, ma sappiamo che i bambini con un deficit in matematica e nella lettura faranno fatica nel prosieguo degli studi. Dobbiamo intervenire in maniera precoce.

E come si può ridare vita ai distretti industriali tradizionali?
Bisogna investire nelle infrastrutture: connettere le persone e le comunità lavorative è fondamentale per combattere la disoccupazione e il degrado. La città svedese di Malmoe era entrata in crisi negli anni 80 per il rallentamento dell’industria delle costruzioni navali. Grazie al ponte con la Danimarca, i suoi abitanti hanno iniziato a fare i pendolari verso Copenaghen. L’economia è ripartita e oggi è una città in grande sviluppo. Un impatto del genere potrebbe averlo in America la creazione dell’hyperloop per connettere Cleveland e Chicago in 28 minuti.