Pinacoteca di Brera © Getty Images

C’è un “quadrilatero” in centro a Milano che attira ogni anno milio­ni di turisti. E non è quello del­la Moda. Il Museo del Novecento e quello del Duomo, poi la Scala, le Gallerie d’Italia e il Poldi Pez­zoli disegnano sulla mappa un’area pe­donale così vasta e ricca d’arte da fare impallidire la famosa “isola dei musei” di Berlino. Il fulcro di tutto è Brera, con la Pinacoteca e l’Accademia, l’Orto bo­tanico e l’Osservatorio astronomico. E il suo primato è di quelli difficili da bat­tere: l’istituzione milanese, caso raro in Italia, attira ogni anno centinaia di stu­denti stranieri, tutti in coda per entrare in una delle più prestigiose scuole d’ar­te.
Per dirla coi numeri, in queste aule studiano (e creano) 4 mila ragazzi, un terzo dei quali sono stranieri. Vengono soprattutto dalla Cina – sono centinaia le nuove matricole a ogni anno accade­mico, per un totale di quasi 500 iscrit­ti – e dall’Iran. E il trend non accenna a diminuire. Cosa attira così tanti (futuri) artisti da tutto il mondo? Semplice: Bre­ra è un sistema complesso e articolato, ma che funziona. E bene. «Siamo sta­ti i primi in Italia», ci spiega il direttore Franco Marrocco, «ad ave­re tentato, con successo, di cambiare il modo in cui da sempre si insegnano le bel­le arti e le materie umanisti­che. «Siamo una scuola del fare nel senso più nobile del termine e usiamo questo approccio per tutte le materie: così, mentre nessuno si stupi­sce all’idea di un laboratorio di pittura, in pochi capiscono l’innovazione di un laboratorio umanistico come il nostro». Già, che significa? «Il laboratorio teo­rico è la nostra chiave vincente rispet­to all’offerta di altre facoltà: è qui den­tro che avviene la genesi del pensiero, la formazione delle idee, la concezio­ne del progetto e infine la produzione. Vale per un dipinto o una scultura, così come per qualsiasi altra materia, an­che più teorica». Così Brera è diventa­ta il modello da copiare: e se americani o cinesi vogliono provarci, possono (de­vono?) chiedere a Marrocco come si fa. «Sono andato a San Pietroburgo per un confronto internazionale con i diret­tori delle università dell’arte più impor­tanti al mondo, dalla Cina all’America, portando la tesi che le discipline, tutte, vanno vissute e spiegate come un gran­de laboratorio». Ma c’è di più. Il mo­dello Brera potrebbe essere il nuovo paradigma anche per i sistemi azienda­li. Marrocco lo sa bene, lui che spesso è entrato negli uffici per parlare a quei manager che forse non sono mai stati davanti a un cavalletto ma tutti i giorni parlano di formazione (professionale), prospettive (di carriera) e traiettorie (di marketing), usando le stesse parole con le quali Leonardo da Vinci descriveva i suoi studi sulla prospettiva (del paesag­gio), Canova la “formatura” (delle statue in gesso) e i Futuristi le traiettorie (delle linee in movimento).

Brera, come tante altre accademie in Italia – Urbino per la grafica o Carra­ra per la scultura solo per citarne alcu­ne – sta guidando la rinascita di queste scuole e punta in alto. «La riforma non sarà completa finché non vedremo il titolo di studio e lo stato giuridico dei professori parificato a quello delle uni­versità», guarda avanti il direttore. Nel frattempo il sistema Brera dimostra di cavarsela benissimo, anche con pochi fondi («viviamo di rette») e poca auto­nomia economica. Ci riesce l’Accade­mia, ci riesce la Pinacoteca, una del­le più ricche collezioni di capolavo­ri al mondo, con una storia millena­ria. L’edificio che vediamo oggi, infatti – e che da domani probabilmente non vedremo più, perché il progetto del­la Grande Brera è partito e presto cam­bierà tutto – risale al 1171, quando i monaci dell’ordine degli Umiliati scel­sero quest’area, ai margini della città, come loro sede. Vengono poi caccia­ti nel 1573 dal Cardinal Borromeo per far spazio ai Gesuiti: i lavori di costru­zione del loro collegio terminano nel 1627, ma le scuole non fanno in tem­po ad aprire che arriva la grande pe­ste. Nel 1773 anche i Gesuiti devono lasciare e il collegio viene trasforma­to in una scuola laica: all’Osservatorio astronomico si aggiungono una grande biblioteca, l’Orto botanico (1774) e la prestigiosa Accademia di belle arti, ap­pena due anni dopo (1776).
Con l’Ac­cademia nasce anche il primo embrio­ne della Pinacoteca, anche se il vero inizio si deve a Napoleone e all’Editto del 1805 con il quale l’imperatore de­cide di raccogliere capolavori in giro per l’Italia e portarli qui a Milano. Si parte alla grande con la Predica di san Marco di Gentile e Giovanni Bellini e lo Sposalizio della Vergine di Raffael­lo e tanti altri: nel 1815 la Pinacote­ca conta già 800 opere, che però ver­ranno restituite alle loro sedi originarie con la caduta di Napoleone. Fine della storia? Al contrario: Brera dovrà attra­versare periodi ben più difficili, cadendo e risorgendo, come una fenice, ben due volte. La prima dopo la distruzio­ne durante la Seconda Guerra Mon­diale, la seconda, negli anni Settan­ta, dopo cinque anni di chiusura per mancanza di fondi. Risale proprio a quell’ultima crisi, di spazi e di denaro, il progetto di ampliamento conosciu­to come Grande Brera e che proprio in questi mesi ha preso inizio: l’Acca­demia di Belle Arti diventerà un vero e proprio campus universitario con 14 mila metri quadrati di aule ricava­te da una ex caserma, mentre la Pina­coteca si allargherà a Palazzo Citterio (9.500 metri quadrati), trasferendo qui parte delle sue collezioni. E allora non ci saranno più scuse: Brera dovrà rico­minciare a battere tutti i precedenti re­cord di affluenza, come i 12 mila visi­tatori registrati in un solo giorno, il 15 agosto del 2009, arrivati un po’ per fe­steggiare i duecento anni dall’apertura e un po’ perché l’ingresso era gratuito. Del resto la collezione non ha para­goni in Italia e all’estero: la più ricca e approfondita raccolta di pittura veneta e lombarda del Quattro e Cinquecen­to, infatti, si trova qui e non altrove, da Andrea Mantegna col suo celeberrimo Cristo morto ai capolavori di Giovanni Bellini, Tiziano, Tintoretto o Veronese, così come alcune fra le tele più cono­sciute, fotografate e riprodotte al mon­do, il già citato Sposalizio della Vergi­ne di Raffaello, il Cristo alla colonna di Bramante e la Cena in Emmaus di Ca­ravaggio. Tutti dipinti che gli altri mu­sei, dal Louvre di Parigi alla Natio­nal Gallery di Londra, invidiano a Mi­lano. Ma non solo: per farsi un’idea della pittura italiana dell’Ottocento, un turista che arrivi in Italia deve per forza mettere da parte gli Uffizi e fare tappa prima in via Brera 28 per ammi­rare alcune correnti di nicchia come i macchiaioli (Giovani Fattori), i divi­sionisti o i simbolisti (Segantini e Pre­viati) oppure lasciarsi travolgere dal­la grande Fiumana di Giuseppe Pelliz­za da Volpedo (il più noto Quarto Sta­to però, è al Museo del Novecento, accanto al Duomo) e dal celeberrimo – e copiatissimo – Il Bacio di France­sco Hayez, che tra l’altro fu anche pro­fessore di disegno proprio all’Accade­mia di Belle Arti.

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Senza dubbio un patrimonio di inesti­mabile valore, che però ha molto po­tenziale inespresso e tutto da valoriz­zare. Come? È l’obiettivo sfidante di Sandrina Bandera, soprintendente e di­rettrice, che parla della “sua” Pinaco­teca con orgoglio e in termini di una vera impresa, capace di fare (e stupi­re) anche in periodi difficili, con pochi mezzi, ma molto impegno e innova­zione. «Il bilancio della Pinacoteca è in attivo», racconta, «se si tiene conto del numero dei visitatori, in recupe­ro dopo due anni di crisi, dei restauri, con le opere di tutela e conservazione del patrimonio, e infine delle attivi­tà culturali, come mostre, conferenze e attività scientifiche, che sono il vero ossigeno del museo». Vero: qui arri­vano professori da tutto il mondo, mi­gliaia di turisti, allievi dai quattro an­goli della terra. Sono attratti dal presti­gio di Brera, un’istituzione senza egua­li nel panorama artistico mondiale, ma anche l’unico caso al mondo (ci pia­cerebbe venire smentiti) di museo di prim’ordine senza neppure una caffet­teria. Se non ci fosse un bar al Louvre, la notizia andrebbe sui giornali.