Vini “migranti”: la rivoluzione nel bicchiere

La vite è una pianta che dai suoi luoghi d’origine, ossia dalla Georgia e dal Caucaso, ha viaggiato in tutto il mondo, mettendo radici quasi ovunque l’uomo abbia deciso di portarla. A differenza delle migrazioni umane, la sua è stata pacifica. E se occupazioni, guerre e rivoluzioni il più delle volte portano via alle persone quanto hanno di più caro, quasi mai causano la perdita delle loro tradizioni enogastronomiche. Per sottolinearlo, da qualche anno Peter Weltman, sommelier e giornalista di San Francisco, si occupa di trovare e distribuire vini che abbiano una connotazione politica e rivoluzionaria, che abituino a vedere il mondo con occhi diversi, senza confini.

Prima che si scatenasse l’emergenza coronavirus, le sue etichette sono volate in Italia, protagoniste della manifestazione Vini migranti, che ha riunito anche altri nettari nostrali con racconti simili alle spalle. In particolare, merita un assaggio il Mission della Baja California, prodotto da un vigneto di 120 anni che sorge al posto di una missione spagnola del ‘700 e che si trova nel punto di passaggio delle migrazioni giornaliere tra Usa e Messico. Oppure il super Lebanon rosso Dar Richi 2018 dalla Bekaa Valley, prodotto nella Couvent Rouge Winery e dedicato alla moglie Hana dall’enologo siriano Abdullah Richi, rifugiato in Libano.

Vini-Sacrisassi-Gorgona-Abendrot-Ribolla

Altro vino che suscita emozioni è lo Status No, frutto della quasi inconcepibile collaborazione tra palestinesi e israeliani e prodotto da uve Dabouki, una varietà a bacca bianca autoctona della Terra Santa. Per ottenerlo le uve partono dai vigneti a Betlemme (Palestina) e dopo l’attraversamento del confine arrivano nel monastero di Latrun, in Israele, per la spumantizzazione, a cura dell’enologo Adam Kassis. Quello che si ottiene è un vino fresco vitale, irresistibile citrino e speziato con una bollicina che stuzzica e appaga.

Ma il concetto di migrante non vale solo situazioni così estreme. Abbiamo vini e viti viaggianti anche nel nostro Paese… Come altro definire le etichette di Josko Gravner, che per anni ha fatto spola tra la Georgia e la Slovenia per sviluppare la sua arte enoica? La sua Ribolla 2011 è un vino illuminante, semplice nel farsi amare e piacere, ma stratificato e complesso. Restando in Friuli possiamo raccontare della piccola realtà artigianale de Le Due Terre, nata nel 1984 a Prepotto, al confine con la Slovenia, per mano di Silvana Forte e Flavio Basilicata. Il loro Pinot Nero è da sempre ricercato, pepato e stuzzicante, con note di frutti rossi di bosco definite e fragranti. Pensiamo poi alle aziende dell’Isola di Capraia. Per esempio, i vini de La Piana nascono da uve che fino a poco tempo fa venivano vinificate sulla vicina Isola d’Elba. Non troppo lontano, il famoso nettare dell’isola di Gorgona, è nato con il supporto tecnico di Frescobaldi ma in loco, nel carcere penale toscano, e ha avuto bisogno del lavoro di un detenuto siciliano ex-vignaiolo per poter mettere radici solide. Non possiamo infine dimenticare, l’Alto Adige, con Thomas Niedermayer e i suoi Piwi, vitigni ibridi interspecifici resistenti naturalmente ai parassiti. Tra questi spiccano il bianco da uve Bronner e il rosa-rosso da uve Souvignier Gris.