Lo smart working attira sempre più consensi fra i lavoratori italiani. Ritengono che migliori la creatività, la produttività e la soddisfazione sul posto di lavoro e l’84% crede che aiuti a mantenere un buon equilibrio fra lavoro e vita privata. Eppure quasi due terzi dei dipendenti lavorano ancora esclusivamente in modalità tradizionale. E in particolare le donne, il segmento di lavoratori più attento al tema del worklife balance, aderiscono con molto meno entusiasmo dei loro colleghi uomini al lavoro “agile". È quanto emerge dall'ultima edizione del Randstad Workmonitor – l’indagine trimestrale sul mondo del lavoro di Randstad, operatore mondiale nei servizi per le risorse umane, condotta in 33 Paesi del mondo su un campione di 400 lavoratori di età compresa fra 18 e 65 anni per ogni nazione –, che rivela una crescente richiesta tra gli italiani di flessibilità e autonomia professionale, ma anche una resistenza culturale in una buona fetta di lavoratori e imprese, che rimane legata alla modalità di lavoro tradizionale.

I risultati del Randstad Workmonitor

Nel dettaglio, secondo il Randstad Workmonitor, gli italiani sono fra i lavoratori che apprezzano maggiormente lo smart working. All’87% dei dipendenti piace perché permette di mantenere un buon equilibrio fra vita professionale e privata (+5% rispetto alla media globale e +7% rispetto alla media europea), una percentuale che in Europa è superata soltanto dal Portogallo (90%). L’84%, invece, ne apprezza il conseguente aumento di autonomia, produttività, creatività e soddisfazione sul posto di lavoro (3% in più della media globale e 5% in più della media europea); in Europa soltanto Francia (88%), Svizzera (88%) e Portogallo (90%) registrano consensi maggiori. Due italiani su tre (66%, +1% sulla media globale) vorrebbero lavorare occasionalmente in modalità agile, più di tutti gli altri europei, ad eccezione di spagnoli e portoghesi (73%). D’altra parte, la ricerca evidenzia una buona fetta di lavoratori che assumono un atteggiamento più conservativo. Il 60% degli italiani, infatti, preferisce lavorare in ufficio (+1% sulla media globale) – una propensione condivisa da molti lavoratori europei, come francesi (61%), greci (65%), lussemburghesi (64%), inglesi e spagnoli (62%) – e quasi uno su due (47%, +3% sulla media globale e +6% su quella europea) crede che lo smart working aggiunga stress alla vita privata perché impedisce di staccare dal lavoro, una convinzione che in Europa è espressa in misura maggiore soltanto dagli spagnoli (48%). Sono in particolare le donne ad assumere un atteggiamento più prudente nei confronti del lavoro agile. Nonostante siano meno libere di organizzare e gestire il proprio lavoro (-10% rispetto agli uomini) e più dipendenti dalle indicazioni di un superiore (+8%), sono però anche le meno inclini ad individuare nello smart working uno strumento di maggiore indipendenza (-6%) e un fattore di equilibrio fra lavoro e tempo libero (-11%). Inoltre, rispetto ai colleghi maschi, tendono a preferire l’ufficio come luogo di lavoro (+10%) e vedono meno favorevolmente il lavoro da casa anche in forma occasionale (-9%).

I dati contenuti nella ricerca confermano che anche le imprese stanno iniziando a ripensare l’organizzazione del lavoro in direzione più smart. Il 48% dei lavoratori, infatti, sta già lavorando in modalità agile, con la possibilità di svolgere le proprie mansioni in qualsiasi luogo e orario. Un dato che supera di 7 punti la media globale e di 9 punti la media europea, collocando l’Italia ai primi posti in Europa, superata solo da Germania (52%), Danimarca (51%) e Olanda (49%). Oltre quattro lavoratori su dieci (43%, -1% sulla media globale, +3% rispetto alla media europea), invece, dichiarano di trovarsi in una situazione di transizione fra l’impiego tradizionale e forme di lavoro agile, un processo che in Europa vede soltanto inglesi (50%) e olandesi (46%) a uno stadio più avanzato. A conferma dell’impegno delle imprese su questo fronte, il 62% dei dipendenti afferma che la realtà in cui lavorano offre tutti gli strumenti tecnologici necessari per poter lavorare al di fuori dell’ufficio (+6% vs la media globale), il 65% dichiara di avere la libertà di organizzare e definire le priorità del proprio lavoro (-1% rispetto alla media globale) e quattro lavoratori su dieci (41%, contro il 36% della media mondiale) utilizzano con regolarità strumenti per organizzare riunioni online e virtuali in video conferenza.

Eppure, dalla ricerca emerge anche un’immagine diversa dell’accettazione e penetrazione dello smart working in Italia. Il 65% degli italiani lavora ancora soltanto in modalità tradizionale (-3% rispetto alla media mondiale e 2 punti in più della media europea), mentre il 70% dei lavoratori interessati al lavoro agile svolge mansioni che non prevedono questa possibilità (il 6% in più della media dei Paesi analizzati), un altro 70%, inoltre, continua a privilegiare le riunioni in ufficio rispetto agli strumenti virtuali per discutere con i colleghi. Una buona parte del campione, infine, lamenta ancora un’insufficiente grado di autonomia nell’organizzazione del proprio lavoro: oltre un italiano su due dichiara che sono i manager a stabilire le priorità sul posto di lavoro (il 53%, contro il 48% della media globale) e ben il 59% afferma che sono i manager a decidere quali compiti deve svolgere.

Uno sguardo agli indici trimestrali

Mobilità – Nel primo trimestre 2018, rispetto al precedente, la mobilità dei lavoratori è rimasta stabile a livello globale, a quota 109 punti. Il mercato italiano, invece, ha registrato una riduzione di cinque punti, confermandosi più rigido della media, con un indice di mobilità che è passato da 101 a 96.

Cambio di lavoro – Il 79% dei lavoratori italiani non ha cambiato né mansione né datore di lavoro negli ultimi sei mesi, l’11% dei dipendenti ha cambiato soltanto azienda, un altro 7% ha cambiato ruolo all’interno della stessa società, il 3% ha cambiato sia l’impresa che la posizione ricoperta.

Ricerca di lavoro – Soltanto il 4% degli italiani sta attivamente cercando un altro lavoro, l’8% sta selezionando nuove opportunità, il 20% si sta guardando attorno, il 32% non si sta impegnando attivamente nella ricerca ma se capitasse un’occasione sarebbe aperto ad ogni possibilità, mentre ben il 38% dichiara di non cercare lavoro.

Soddisfazione del lavoro – Pur occupando stabilmente la seconda metà della classifica, nel complesso gli italiani sono appagati i della loro situazione occupazionale: il 64% è soddisfatto, il 24% non esprime un giudizio né positivo né negativo, mentre solo l’11% è insoddisfatto del proprio lavoro.

Timore di perdere il lavoro – Nell’ultimo trimestre, si è ridotta la percentuale gli italiani che hanno timore di perdere il posto di lavoro (7%, due punti in meno rispetto al trimestre precedente, anche se raddoppia fra i 18-34enni). Stabile anche il numero di dipendenti che ritiene di poter trovare un’occupazione analoga nel giro di sei mesi, convinzione più diffusa nella fascia 18-44 anni sia fra gli uomini (58%) che fra le donne (46%). La generale percezione di maggiore stabilità favorisce un piccolo incremento dell’aspirazione ad una promozione professionale (81%, +4% rispetto a un trimestre fa, e con valori superiori fra i più giovani), mentre resta stabile l’ambizione di iniziare una nuova attività (62%). Aumenta di ben 6 punti, inoltre, la fiducia di trovare un lavoro diverso (dal 46% del trimestre precedente al 52% dell’ultima rilevazione) e anche in questo caso le più ottimiste sono le donne (dal 44% del 2016 all’attuale 50%, contro il 42% degli uomini).