Occupazione in Italia: speriamo che sia (anche) femmina

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Che esista una questione femminile nel mondo del lavoro diventa sempre più evidente. L’ha espresso chiaro e forte il Presidente Sergio Mattarella lo scorso settembre al Quirinale, in occasione della consegna del premio Marisa Bellisario: «inconcepibile» e «paradossale» ha definito il fatto che la percentuale di donne lavoratrici nel nostro Paese non arrivi nemmeno al 49%. E ancora non erano stati pubblicati i dati dell’ultimo trimestre, già negativi presi singolarmente, ma una Caporetto in relazione al calo dell’occupazione maschile. L’anno della pandemia ha drenato risorse per oltre 444 mila posti di lavoro, dato Istat di febbraio, ma di questi i 2/3 (312 mila) erano occupati da donne, che arrivano a rappresentare circa il 98% delle casualties  se si considerano i lavori persi nel solo mese di dicembre 2020: 99 mila a fronte di un calo complessivo di 101 mila unità.

Nell’altra grande crisi economica di questo secolo, quella del crollo azionario del 2008, non era andata proprio così: il comparto rosa del mondo del lavoro era stato solo lambito dalla perdita di posti. Quella volta, infatti, non fu colpito il settore dei servizi, che vede il maggior apporto femminile. Con il Covid-19 non si è salvato quasi niente, dalle scuole ai grandi eventi, dagli esercizi commerciali al turismo: i settori in cui si concentrano gli “sbocchi” per le lavoratrici sono stati chiusi, o nel migliore dei casi, ridotti al minimo. Idem dicasi per le tutele accessorie: il blocco dei licenziamenti non ha nemmeno sfiorato il popolo dei contratti a termine e dei precari, composto in maggioranza da donne. Secondo l’Asvis, il contratto a tempo determinato riguarda il 30% del lavoro femminile contro il 9% di quello maschile, senza contare che per intere categorie – come le collaboratrici domestiche – il blocco non è mai stato nemmeno previsto. Il risultato più immediato è il salto indietro dell’occupazione femminile ai livelli del 2010, che ha cancellato 11 anni di politiche e conquiste.

Un altro dato significativo riguarda l’aumento della povertà, che anche in questo caso vede il numero delle donne crescere sensibilmente: la Caritas denuncia l’impennata del ricorso ai centri d’ascolto da parte di madri con figli, separate o divorziate, il cui già più magro salario era l’unica fonte di reddito familiare. Alcune hanno perso il lavoro ma altre sono in congedo parentale con lo stipendio decurtato del 50% così come previsto dalla legge, e non ce la fanno ad arrivare a fine mese o a provvedere alle necessità di un figlio disabile o in didattica a distanza, che richiede attrezzature adeguate.

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La perdita del posto di lavoro e i contratti meno tutelati della controparte maschile sono, però, solo la punta dell’iceberg. Non ci sarà una soluzione all’occupazione femminile senza un ripensamento a monte del ruolo delle donne nel mondo del lavoro. Non si capisce perché, ad esempio, l’accesso alle discipline scientifiche e ai ruoli manageriali esecutivi debba essere riservato agli uomini: il report Istat relativo al 2019 segnala come la percentuale delle donne laureate sia maggiore (22,4%) rispetto a quella degli uomini (16,8%), ma solo il 16,5% di esse sceglie facoltà scientifiche, contro il 37% dei colleghi maschi (dati Save the Children). Una rinuncia che inizia già dalle scuole superiori, con il 22% delle ragazze che consegue un diploma di tipo tecnico contro il 47% dei ragazzi.

 L’enfasi di queste settimane sull’opportunità che l’Europa ci mette a disposizione, attraverso il Next Generation Eu, non dovrebbe distogliere l’attenzione dal fatto che ben il 57% dei fondi andranno a finanziare settori ad alta specializzazione tecnologica, nella fattispecie transizione ecologica e digitalizzazione (rispettivamente il 37% e il 20% degli stanziamenti). Vale a dire che l’occupazione femminile oggi si trova già esclusa dallo sviluppo e dalle nuove opportunità di lavoro del prossimo futuro, a meno di non invertire la tendenza. In questo senso esistono appelli e iniziative da parte di grandi aziende (come Enel) per incentivare l’ingresso delle donne nelle cosiddette professioni Stem (acronimo per Science, Technology, Engineering and Mathematics ).

Ma non va nemmeno dimenticato un aspetto importantissimo, che ha messo in luce recentemente la scrittrice Silvia Zanella nel suo libro Il futuro del lavoro è femmina  (Bompiani, 2020), e cioè che è vero che le professioni del futuro saranno preminentemente tecnologiche, ma che sarebbe un errore pensare di gestire la tecnologia così come si è sempre fatto. Con lo sviluppo dell’intelligenza artificiale, i processi di automazione andranno a sostituire in misura sempre maggiore le capacità più specificamente tecniche, la macchina sarà sempre più efficiente ed economica rispetto a un lavoratore. Servirà un approccio empatico, trasversale e relazionale, capace di accogliere e di integrare, l’unico in grado di governare i meccanismi di funzionamento del futuro, e in questo le donne non temono rivali.

Articolo pubblicato su Business People, aprile 2021