Il lato negativo del Big tech: crescono i “braccianti” digitali

Spesso, ne sentiamo parlare al positivo. E, invece, la rivoluzione digitale non è tutta rosa e fiori per il mondo del lavoro. Infatti, se da un lato è vero che crea nuove professioni e nuove opportunità, dall’altro non solo fa calare l’occupazione ed elimina ruoli che per decenni sono stati centrali, ma crea anche un bacino di occupati sotto pagati e senza tutele. Il fenomeno è talmente rilevante che in America si parla già di “braccianti digitali”. Una delle posizioni che più preoccupa è quella degli “etichettatori”, che si occupano di mettere le targhette su dati e immagini, consentendo ai robot di capire l’informazione che si trovano di fronte: una mansione necessaria, senza la quale le macchine non possono fare nulla, ma che non è riconosciuta e non è per nulla stimolante. Secondo le indagini, negli Usa, il compenso degli etichettatori oscilla fra i 7 e i 15 dollari l’ora. Oltretutto, è un lavoro che può essere delocalizzato in India o in Thailandia per 2,50 dollari l’ora, attraverso una delle tante piattaforme digitali che si occupano di distribuire lavoro nel mondo. Il paragone con i milioni e milioni di braccianti dell’agricoltura preindustriale rende bene e preoccupa: al momento, infatti, non si vedono via d’uscita.

Ma le brutture della rivoluzione digitale non finiscono qui. Sempre in tema di intelligenza artificiale, non possiamo dimenticare che i protagonisti, più che per investimenti in ricerca e scoperte innovative, si stanno distinguendo per acquisto di talenti e start up innovative. Basti pensare a Siri, l’assistente vocale di Apple, che è stata comprata nel 2010 sul mercato, e ad Alexa, strappata da Amazon nel 2013. Complessivamente, dal 2010, Big Tech ha comprato 50 start up nel settore dell’AI: 18 Apple, 14 Google, 9 Microsoft, 8 Facebook e 7 Amazon.