donald trump corporate tax reform

Donald Trump © Getty Images

Giù le tasse per «un nuovo miracolo per la classe media». Così Donald Trump annuncia il suo storico allegerimento della pressione fiscale, che il presidente americano presenta come «un'occasione unica in una generazione». Forse i toni sono già troppo trionfalistici per una riforma che dovrà passare le forche caudine del Congresso, finora fatali a molti progetti di The Donald, ma stavolta, «non c'è motivo per cui democratici e repubblicani non possano unirsi».

Tasse giù, Trump rilancia il sogno americano

Il principale vincitore sarà la classe media, secondo le intenzioni del presidente così discusso tra Muslim Ban e polemiche per le influenze della Russia sulle elezioni tramite Facebook. «Sarò il più alto taglio delle imposte per la piccola e media impresa in oltre 80 anni», con un'aliquota unica sulle aziende al 20% (oggi è al 35%), un abbassamento di quella più alta sulle persone fisiche dal 39,6% al 35% e niente più tasse sugli immobili. Con norme più semplici torneranno i posti di lavoro e la ricchezza
«Con il nostro piano taglieremo drasticamente le tasse sulle aziende in modo tale che le società americane e gli americani possano battere i nostri competitor esteri e cominciare a vincere ancora», ha sottolineato Trump, anche se in campagna elettorale aveva promesso il 15%: «l 20% è il mio numero».

La gara ad abbassare le tasse

L'America entra così pesantemente nel vortice di abbassamento delle tasse innescato da qualche tempo in tutto il mondo. L'Italia ha tagliato l'Ires dal 27,5% al 24%, il Regno Unito ha ridotto l'importa ordinaria sui redditi d’impresa dal 20% al 19% (sarà il 17% nell’aprile del 2020). Come ha sottolineato l'Ocse nel suo Tax Policy Reforms in Oecd , in tutto il mondo c'è una gara a chi riduce di più le aliquote.

Nel 2000, la tassazione media per le imprese nei Paesi Ocse era al 32%, nel 2008 era al 26% e oggi è al 25%. Tra chi ha ridotto di più la corporate tax nel periodo 2000-2015 ci sono Germania (21,9%), Canada (16,1%), Grecia (14%) e Turchia (13%). Solo Ungheria e Cile hanno puntato al rialzo. Certo, a pagare sono i consumatori con un aumento dell'Iva globale dal 17,6% del 2008 al 19,2% del 2015.

Nel solo 2015 sono intervenuti sull peso fiscale delle società anche Giappone, Spagna, Israele, Norvegia ed Estonia. Ora Macron ha promesso di portarla in Francia al 25% entro cinque anni, e la Germania sta valutando mosse simili. In testa alla classifica c'è l'Irlanda che col suo famoso 12,% ha attirato tante multinazionali e le critiche della Ue.