Tassa di successione, in Italia è molto più bassa della media Ue

©Pixabay

Molti di coloro che l’hanno dovuta versare si sono lamentati. Eppure, l’Italia è uno dei Paesi europei in cui la tassa di successione è meno cara in assoluto. Nel 2018, infatti, questa voce ha fruttato all’erario italiano 820 milioni di euro, pari allo 0,05% del Pil. La Francia, invece, ha incassato ben 14,3 miliardi di euro, ossia lo 0,61% del Pil: quasi tredici volte il gettito italiano in rapporto al Pil. A dirlo un’analisi di Edoardo Frattola e Giampiero Galli dell’Osservatorio sui conti pubblici italiani, da cui è emerso anche che, sempre nello stesso anno, alla Germania sono andati 6,8 miliardi di euro, al Regno Unito 5,9 miliardi e alla Spagna 2,7 miliardi: in rapporto alle dimensioni dell’economia, dunque, questi Stati hanno racimolato quasi cinque volte più dell’Italia. Come mai? La ragione è semplice: nelle altre Nazioni, le aliquote sono più alte e le franchigie più basse. Nella nostra Penisola, invece, l’imposta viene applicata per tutte le eredità e donazioni tra i vivi con una percentuale che varia in relazione al grado di parentela che lega chi effettua e riceve il versamento e all’entità dei beni in questione. Per esempio, per i trasferimenti tra coniugi o parenti in linea retta (figli, nipoti o genitori) la tassa è pari al 4%, ma non colpisce i beni fino a 1 milione di euro di valore. Nel caso di fratelli o sorelle l’aliquota è pari al 6% e la franchigia scende a 100 mila euro. La situazione più onerosa prevede un’aliquota all’8% senza franchigie. Alcune tipologie di beni (come i titoli di Stato o le polizze vita) sono del tutto esenti.

La tassa di successione va cambiata?

Facciamo un esempio concreto. In Italia, su un’eredità del valore netto di 1 milione di euro lasciata da un genitore al proprio figlio non si paga alcuna tassa di successione: la franchigia di 1 milione, infatti, è sufficiente a evitarla completamente. Invece “in Spagna l’imposta ammonterebbe a circa 335mila euro, in Francia a 270mila, nel Regno Unito a 245mila e in Germania a 115mila” hanno spiegato a Repubblica i due ricercatori.
Non tutti, però, pensano che la soluzione sia allinearsi al resto d’Europa. Secondo molti, infatti, in questo caso si rischierebbe di disincentivare i cittadini ad accumulare ricchezza oppure di spingerli a spostare i capitali nei cosiddetti paradisi discali. D’altro canto, una riforma sembra necessaria. “Una proposta ragionevole potrebbe essere quella di mantenere franchigie sufficientemente elevate, in modo tale da evitare che la tassazione ricada prevalentemente sulle proprietà immobiliari del ceto medio, ma al tempo stesso aumentare le aliquote (e la loro progressività) sui trasferimenti più grandi” suggeriscono gli esperti.