luxury frenata furla

Furla è uno dei brand che ha saputo meglio posizionarsi in Cina per assecondare la crescita della nuova upper middle class che ha fame di oggetti di luxury

Il luxury non corre più. Guai a parlare di crisi, ma è evidente la frenata nelle previsioni di crescita a 3,6% tra il 2016 e il 2020. Dopo aver raggiunto i 318 miliardi di euro di valore a livello globale, il settore cambierà volto: nei prossimi anni saranno i segmenti premium ed entry to luxury quelli più vitali, con un'impennata attesa del 6% e con un mercato potenzialmente a valore retail di 100 miliardi di euro. Sono queste le previsioni contenute nel rapporto The luxury and financial factbook 2017  di EY. Lo studio si sofferma soprattutto su un dato emblematico riguardante i nuovi store: se un tempo ogni due negozi aperti si registrata una chiusura, oggi il rapporto è di uno a uno. 

Luxury, non è tutto oro quel che luccica

A cosa si deve questa frenata del luxury? Prima di tutto all’ecommerce, anche se non basta dare la colpa al web per pulirsi la coscienza. Ci sono anche altre motivazioni dietro: da una parte l’aumento degli affitti e dall'altra il raddoppio dei prezzi degli oggetti di lusso nel giro di 10 anni. Perché va bene investire in cose belle, ma i consumatori sono sempre più attenti al "giusto prezzo" dopo gli anni di crisi. Cala così il numero totale degli acquisti di un determinato brand: se un tempo si comprava un look quasi completo (borsa, foulard, portafoglio ecc.) oggi ci si concede un solo articolo. 

Millennial e cinesi

A influire sui destini del luxury è anche il comportamento dei Millennial. Il 75% di loro non è più attento al look formale in ogni occasione, motivo per cui sono molto diminuite le transazioni. La speranza diventa così la futura "upper middle class" cinese che nel 2030 sarà rappresentata da un miliardo di persone che vivranno nelle grandi città. Sono loro che già oggi rappresentano il 30% dell' entry to luxury (tra 400-600 euro e 600-1000 euro). Alcuni brand hanno già intuito questa trasformazione e sembrano in vantaggio nella corsa a questa fascia di pubblico, secondo EY. Si tratta di Michael Kors, Furla, Tory Burch, Golden Goose, Pinko, Calvin Klein, Paul &Shark e i negozi di calzature come Jimmy Choo. 

E l'Italia?

Nel mercato del luxury l’eccellenza del made in Italy resta protagonista non solo delle vendite, ma anche delle operazioni finanziarie. La Penisola è stato il secondo Paese per numero di operazioni M&A nel lusso e nella cosmetica .  In particolare, nel luxury la dimensione media dei deal è diminuita (266 milioni di euro nel 2016 contro 616 milioni di euro nel 2015), grazie alla maggiore vivacità delle pmi.  L’Italia ha messo a segno il 27% delle operazioni, dopo gli Stati Uniti (30%) ma prima della Francia (16%). L’interesse dei private equity nel settore è cresciuto e questa categoria di investitori ha rappresentato il 47% delle transazioni del 2016. Nel settore della cosmetica, invece, il numero di deal è fortemente cresciuto (65 nel 2016 contro 40 nel 2015) con una dimensione media in crescita (748 milioni di euro nel 2016 contro 633 milioni di euro nel 2015).