Un operaio al lavoro sui pannelli di fibra di vetro destinati alla costruzione degli yacht di lusso Ferretti, nello stabilimento di Sarnico (Bg). Il gruppo - insieme agli altri big del settore - ha lasciato Confindustria per unirsi ad Altagamma (Foto © Getty Images)

Anno 2016, fuga da Confindustria. Non si ferma l’esodo delle aziende dalla “loro” associazione. La prima ad andarsene sbattendo la porta è stata Fiat qualche anno fa, seguita da UnipolSai e Salini Impregilo, Amplifon e Cartiere Pigna, Morellato e Finmeccanica. Quest’anno hanno levato le tende in blocco tutti i più importanti cantieri navali: Azimut Benetti, Baglietto, Gruppo Ferretti, Vismara Marine e Viareggio Superyacht, solo per citare alcune tra i 15 grandi nomi del settore che già nel 2015, assieme ad altre 60 aziende primarie del settore, erano usciti dall’associazione di rappresentanza Ucina e oggi hanno deciso di mollare gli ormeggi da Viale dell’Astronomia. Prima dell’estate, ha fatto scalpore lo strappo di Gianluca Sghedoni, vicepresidente di Confindustria a Modena e numero uno di Kerakoll, 320 milioni di fatturato, che se ne è andato invitando allo scisma «tutte le aziende sane e dinamiche e non legate al potere politico». Sono i segnali chiari di un forte disagio e pare che altri imprenditori, proprio in questi giorni, stiano pensando di salire sul treno dei fuoriusciti. Per andare dove? Ma soprattutto: perché tutti vogliono andarsene e perché proprio ora?
L’accusa degli imprenditori è sostanzialmente questa: Confindustria avrebbe esaurito il suo mandato perché a fronte di una quota associativa che si è fatta di anno in anno sempre più pesante, non offrirebbe più i servizi di cui l’impresa italiana ha bisogno: supporto all’esportazione, ai nuovi mercati e alla contrattazione per esempio. Molti, dunque, non si sentono più rappresentati e il paragone più citato è quello con le stanze di un ministero o di un ente politico e burocratizzato, guidato in nome dei privilegi di chi lo presiede. Insomma, se devo pagare una quota per non ricevere nulla, dicono gli imprenditori usciti, che ci sto a fare? Ma non è così semplice. E soprattutto: non è una questione nuova, anzi.

"

COSTI ALTI, LEGAMI POLITICI

E PERDITA DI INFLUENZA:

SONO I MOTIVI PRINCIPALI

 CHE SPINGONO A CERCARE

VIE AUTONOME DI RAPPRESENTANZA

"

RUOLO ESAURITO?
«La tendenza alla disgregazione dell’associazionismo confederale degli imprenditori non è una novità. Il fenomeno sta avvenendo già da tempo in alcune realtà europee», spiega il professor Emiliano Brancaccio, docente di Economia politica ed Economia internazionale all’Università del Sannio di Benevento. «Penso per esempio alla Germania: da alcuni anni le aziende tedesche si stanno sganciando dalla loro Confindustria, la Bdi. I motivi dichiarati possono essere i più vari, ma lo scopo di fondo solitamente consiste nel ridurre la dipendenza dalla politica confederale e dalla contrattazione nazionale in modo da intervenire più liberamente sul costo del lavoro. In una certa misura questa tendenza ha contribuito al contenimento dei salari tedeschi che nell’ultimo quindicennio sono cresciuti molto lentamente, di 16 punti percentuali meno rispetto alla media dell’Eurozona».
La tendenza vale anche per l’Italia. «Sganciate dal sistema confederale di relazioni industriali, le singole aziende mirano soprattutto ad ampliare i margini di libertà rispetto alla contrattazione nazionale. La speranza è di intervenire in modo più incisivo sul costo del lavoro al fine di accrescere la competitività sul mercato, anche internazionale. Una strategia che può avere senso a livello di singole aziende», continua Brancaccio, «ma in un’ottica macroeconomica crea vari problemi. Lo smantellamento dei contratti nazionali, infatti, è uno dei motivi per cui, nonostante gli interventi della Bce, in Europa la tendenza generale alla deflazione non si arresta. Non è un caso che Olivier Blanchard, ex capo economista del Fmi, oggi suggerisca una ripresa salariale per uscire dalla crisi». Una voce autorevole, ma a quanto pare isolata. «La tendenza allo sgretolamento della contrattazione nazionale», conclude il professore, «e la connessa gara al ribasso sui salari rischiano di andare avanti ancora a lungo, con effetti non positivi sul quadro macroeconomico europeo». Insomma, il fenomeno rappresenterebbe una prova del fatto che le aziende ritengono di non avere più bisogno dell’intermediazione delle parti sociali e preferiscono prendere decisioni economiche, contrattuali e normative senza l’ingerenza di Confindustria, di cui non riconoscono più il ruolo di intermediatore sociale.

Veniamo ora all’accusa di non servire più a nulla: gli imprenditori che lasciano Confindustria, infatti, motivano la loro scelta tirando in ballo i costi troppo elevati e i mancati servizi. Ma davvero Confindustria non fa più gli interessi delle imprese? Partiamo dai fatti. Quanto costa stare dentro quella che in molti definiscono «la quinta carica dello Stato» e sicuramente una delle lobby più potenti in Italia? In totale, le 150 mila imprese che ne fanno parte versano più o meno 500 milioni di euro l’anno, un bilancio stimato perché l’ente non è tenuto a renderlo pubblico. Scendiamo nel concreto: un’impresa con 50 dipendenti ha oneri di associazione che si aggirano sui 15 mila euro, mentre un gruppo di mille addetti può spenderne più di 50 mila.
Pigna, per esempio, secondo un’intervista rilasciata a Report , paga 200 mila euro l’anno mentre alla Bosch ne versano 50 mila euro per 1.300 dipendenti. Della Valle paga 40 mila euro, Barilla invece un milione, ma ha già un piede fuori, almeno a giudicare dalle parole di Guido, quando si lamenta che «così come è oggi l’organizzazione non funziona».
In Confindustria ci sono anche società pubbliche, come Eni che versa 7 milioni di euro, Enel che ne paga quasi due e mezzo, le Poste, con 4,8 milioni di contributi e la Rai, 900 mila euro. Il 90% delle entrate arriva però dalle piccole imprese, che più di tutte avrebbero bisogno dei suoi servizi. Ma li ottengono? È questo il punto. I secessionisti dicono che l’associazione, negli ultimi anni, abbia chiesto quote annuali rilevanti senza offrire in cambio adeguati servizi di supporto. Almeno non a tutte le aziende e sicuramente, dicono le malelingue, non a chi paga meno di altri. Confindustria ribatte: il nostro obiettivo è da sempre quello di aiutare le imprese e di cambiare il Paese, renderlo moderno e competitivo assieme agli imprenditori. Non contro. Eppure il fuggi-fuggi è sotto gli occhi di tutti.

Confindustria 

SERVIZI FONDAMENTALI
«La grande fuga ha tre motivi fondamentali. Il primo è da ricercare nella crisi delle aziende e nella volontà di tagliare tutti i costi superflui. Ebbene», dice il professor Ferdinando Azzariti, presidente del Salone d’Impresa e docente all’Università Iusve, «la novità è che Confindustria viene considerata un costo extra e senza alcun ritorno. Il secondo motivo è invece legato alle confraternite di potere. Viale dell’Astronomia è una potente lobby, un’élite formata dai soli presidenti e membri delle varie giunte territoriali e nazionali. Chi è dentro ottiene visibilità, attenzione, vantaggi, mentre chi resta fuori dalle giunte è escluso anche da questo circolo virtuoso, pur pagandone i costi. E allora in molti preferiscono uscire e risparmiare. L’ultimo motivo, infine, lega questo fenomeno a quello più generale e che coinvolge le cooperative e le varie associazioni di artigiani e commercianti: il ruolo dell’intermediario ha perso di valore e viene considerato più di intralcio che non di agevolazione».
Ma stanno davvero così le cose? Quanto c’è di vero nel dire che Confindustria è diventata più paludata di un ministero? L’ultimo j’accuse arriva dall’ex vicepresidente di Confindustria Modena, Gianluca Sghedoni, che si è sempre battuto per la semplificazione e l’ottimizzazione delle 20 sedi regionali e le 84 provinciali, dando il buon esempio con l’unificazione delle sedi di Bologna, Modena e Ferrara. Quella che nascerà, Confindustria Emilia, si potrebbe poi unificare con Assolombarda e col Veneto. L’unione farà la forza? Forse, ma nel frattempo sono proprio le giunte territoriali, forse più della sede centrale di Roma, a dimostrarsi più vicine alle aziende.
È successo di recente. Quando 67 aziende italiane della nautica, di gran lunga il nerbo portante del sistema, hanno dato vita all’associazione denominata Nautica Italiana e deciso di affiliarsi ad Altagamma, che raccoglie l’eccellenza italiana, Confindustria ha reagito duro e non ha accettato la loro domanda di adesione, decretando la conseguente uscita di tutte le aziende che ne fanno parte dalle Associazioni territoriali.
A questo punto si è alzata la voce delle giunte locali. Una su tutte, quella di Forlì-Cesena – zona di grandi cantieri Navali, Ferretti per prima – ha provato a ricucire lo strappo, ribadendo che «uno dei compiti associativi è mantenere i contatti con il tessuto imprenditoriale, anche quello delle aziende confluite in Nautica Italiana», e che dunque «bisogna avere il coraggio di superare dogmi che oggi rischiano di essere un freno alle attività dell’Associazione e che danno alle imprese la percezione di un sistema immobile, troppo rigido e non più attuale». Insomma, anche dentro ci si interroga sul futuro della confederazione, e i piccoli pare abbiano idee molto chiare in proposito.
Soluzioni? La più semplice di tutte. «Confindustria deve cambiare», suggerisce il professor Azzariti, «oppure la diaspora non finirà, con un effetto domino e a catena. Le imprese saranno sempre più sole quindi? Forse, ma questo non è necessariamente un problema: anche oggi gli imprenditori che fanno bene, spesso fanno bene da soli e senza aiuti».