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Dieci anni fa erano un’arma top secret dell’esercito americano, poi hanno invaso il mondo consumer dei giocattoli e ora quello del B2b. Con i droni, infatti, è nato un nuovo business. Anzi, tre: fanno affari i produttori, una manciata i big internazionali e un paio in Italia; diventano più competitive le aziende che li usano per fare il lavoro di sempre tagliando tempi e costi; crescono le società, grandi e piccole, che offrono alle imprese questi servizi.
Insomma, si sta aprendo un mercato enorme e la spinta decisiva è arrivata da poco, con l’ultimo aggiornamento della normativa Enac (Ente nazionale per l’aviazione civile) che ha stabilito regole chiare sui veivoli radiocomandati, sciogliendo molti di quei dubbi che fino a ieri tenevano imprenditori e investitori alla finestra. Oggi, perciò, è possibile fare business sul serio: secondo una stima dell’Unione europea, il giro d’affari legato ai droni vale già 6 miliardi di euro e potrebbe generare 150 mila nuovi posti di lavoro entro il 2050. Ottimisti? Al contrario: potrebbe essere una stima per difetto, come quella fatta cinque anni fa dall’Ente federale dell’aviazione americana, che immaginò 15 mila apparecchi in volo sugli Usa entro il 2020. Oggi ne volano quasi altrettanti solo sui cieli del Belpaese. A proposito dell’Italia, la fotografia scattata da Doxa per il primo Osservatorio sui droni civili in Italia   è chiara: i robot volanti muovono 350 milioni di fatturato, con 500 aziende attive e, a sorpresa, le regioni del Centro tra le locomotive del fenomeno. Ma siamo solo agli inizi: le previsioni di crescita per il 2016 oscillano tra il 20 e il 30%. È difficile, infatti, pensare a un business che non possa trarre vantaggio dai droni. Già oggi gli impieghi sono numerosi: gli Aeromobili a pilotaggio remoto (Apr) vengono utilizzati nell’agricoltura di precisione, per controllare ogni singola pianta in tempo reale e intervenire solo dove serve, abbattendo i costi e riducendo l’impatto ambientale. In America consegnano pacchi spediti da Amazon, mentre in Germania quelli di Dhl. Usano i droni quasi tutte le università per fare ricerca sul campo e con ottimi risultati: i geologi ispezionano i vulcani da vicino e senza rischi, gli archeologi hanno scoperto una nuova città etrusca alle porte di Roma. Nel privato, se ne servono gli architetti per creare modelli in 3D di edifici e impianti industriali, ma anche la pubblicità, il cinema, gli istituti di vigilanza e le grandi aziende per tenere sotto controllo i cantieri edili o gli impianti produttivi, come fanno Eni ed Enel.

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SONO GIÀ 500 LE IMPRESE
ATTIVE E LE PREVISIONI DI CRESCITA
OSCILLANO TRA IL 20 E 30%:
MA PER SFONDARE SUL MERCATO
BISOGNA SCOMETTERE TUTTO
SULLA SPECIALIZZAZIONE ESTREMA
DEI SERVIZI

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Stiamo parlando di una vera industria con un mercato potenzialmente enorme.
Come si fa a saltare sul treno in corsa? Serve un modello di business vincente, dicono gli esperti. Inutile, per esempio, buttarsi nell’arena dei modelli giocattolo, dove cinesi e americani hanno il monopolio. Ma la drone economy “all’italiana” ha altre assi da giocare. Lo dimostrano tre casi di eccellenza: Italdron con un milione di fatturato; AiviewGroup, che sta entrando anche nel mercato degli anti-droni, e la SkyRobotic del gruppo Italeaf, una delle start up più capitalizzate del settore. Tre casi di successo – ma ce ne sono molti altri – che puntano su servizi specializzati, con modelli volanti all’avanguardia per grandi clienti. Insomma, gli affari in Italia si fanno col B2b. E in ballo ci sono commesse di notevole valore: uno degli ultimi bandi della Regione Lombardia, per dirne una, vale 350 milioni di euro; Rfi deve assegnare commesse per ispezionare più di 3 mila siti, mentre le gare di Autostrade per l’Italia riguardano 2 mila viadotti. E anche gli operatori telefonici, Vodafone per esempio, stanno studiando l’utilizzo di droni per controllare decine di migliaia di antenne. Non è un lavoro per tutti, bisogna avere le spalle forti e tutte le carte in regola. E qui si tocca uno dei punti deboli dell’Italian way al business volante.

«L’industria italiana dei droni vale 350 milioni di euro e a una prima analisi tutto lascia pensare che Italia c’è ed è in prima linea sul fronte di innovazione e competizione internazionale», dice Paolo Marras, presidente di Aermatica e di Assorpas, l’associazione di categoria affiliata a Confindustria. «Osservando invece questo mercato più da vicino, si leggono dati contrastanti che esprimono un buon potenziale ma che, se non messo all’opera e correttamente sfruttato, rischia di restare fermo ai blocchi di partenza o ancora peggio paralizzato. Ecco il ragionamento: la normativa Enac introdotta nel 2014 per regolare l’impiego degli aeromobili radiocomandati, prima in Europa, è stata un’iniziativa lungimirante che impone all’operatore procedure formative e documentali per essere abilitato a svolgere il suo lavoro. A oggi gli operatori riconosciuti sono circa mille, di cui 90 autorizzati a operare anche in aree critiche urbane, con un fatturato complessivo stimato sui 40 milioni di euro. Ma a questo punto è lecito porsi il quesito: dove sono i restanti 310 milioni di euro stimati a fine 2015?». «Una risposta», continua Marras, «potrebbe trovarsi nel mercato delle grandi catene di elettronica di consumo: ogni anno si vendono droni consumer per un valore di 20 milioni di euro, un fenomeno che ha portato sul mercato 6 mila piloti non abilitati che operano ignorando la normativa Enac e sottraendo al settore professionale numeri significativi, circa 16 mila euro di mancato fatturato per ciascun pilota col brevetto, più o meno 100 milioni illegali ogni anno».

 

Che fare dunque? «Il punto debole del sistema», sostiene il presidente dell’Associazione Italiana per i light Rpas (Remotely Piloted Aircraft Systems), «è dovuto alla totale assenza di controllo e applicazione della normativa, che è stata introdotta senza definire adeguate norme sanzionatorie e con scarsissima informazione e formazione nei confronti delle forze dell’ordine. Di fatto, dei 6 mila possessori di droni non registrati, malgrado le numerose segnalazioni, nessuno è stato coinvolto in azioni civili o penali. In sintesi: le regole penalizzano chi le segue».
Di sicuro però, la drone economy con le carte in regola sta già generando nuovi posti di lavoro. Primo fra tutti la professione del pilota: lo si diventa in una delle 85 scuole riconosciute in Italia e si guadagnano 200 euro ogni uscita più 150 per l’affitto del velivolo. «Un operatore Sapr che offre servizi come video, fotogrammetria o monitoraggio», stima Paolo Marras, «genera un giro di affari individuale che va dai 15 ai 80 mila euro/anno a seconda della dimensione aziendale, delle strumentazioni e della gamma di servizi offerti». Le applicazioni più promettenti oggi riguardano l’agricoltura di precisione, ma in molti si aspettano il boom della security e della videosorveglianza in volo. E la specializzazione paga: le società che affittano i loro droni hanno successo quando trovano una nicchia da presidiare. È il caso di Ats, che ha collaborato al Grande progetto Pompei digitalizzando il sito archeologico in volo. Oppure di Geosat, specializzata nei rilievi sull’autostrada Salerno-Reggio Calabria. E ancora Nimbus (parchi fotovoltaici), Cinefly (pubblicità, con gli spot Expo 2015, Franciacorta o Edison), o Global Service specializzata nei servizi topografici per conto di Salini Impregilo, Astaldi e altri big. Insomma, il nuovo business con le ali sta già prendendo il volo.