Simpsons: le ragioni di un successo lungo 30 anni

Più che bizzarri, molto di più che semplicemente irriverenti, i Simpson sono “simpsoniani”. Quel miscuglio di normalità ed eccentricità che – da tre decenni – li rende così unici e così umani. Le ragioni di un fenomeno che affonda le radici del suo successo nell’assomigliarci…

Ricordo perfettamente l’effetto che mi fecero The Simpsons, quando li vidi la prima volta. Erano i primi anni 90, la tv stava in salotto e per tv intendo il televisore che all’epoca aveva solo i classici tre canali Rai e quelli di Mediaset, oltre la valvola di sfogo di noi ragazzini dell’epoca: Videomusic prima, Mtv dopo. Cresciuti a suon di cartoon giapponesi (da Lady Oscar a Holly e Benji) e abituati a seguire i nostri eroi animati solo nella confortevole fascia oraria del mitico Bim-Bum-Bam (con Paolo Bonolis quale logorroico mattatore già all’epoca), The Simpsons mi parvero fin da subito una rivoluzione. Innanzitutto di palinsesto: andavano in onda la sera tardi, dopo le 22, e per i primi cinque anni non su Italia 1, il canale dedicato al pubblico più giovane, ma su Canale 5. Perché? Semplice: perché i Simpson non sono un cartone come gli altri, ma una sit-com animata unica nel suo genere. Davanti a questi strani personaggi gialli, alla voce assurda di Homer, alla capigliatura di Marge, alle battute, spesso volgari, di Bart e alle saccenti note di Lisa o aggrottavi le sopracciglia e cambiavi canale (come quasi tutte le mie amiche dell’epoca) o restavi incollato a seguire la puntata (io, e quasi tutti i miei amici). Altra novità: complice l’orario di programmazione, The Simpsons furono anche il primo cartone animato “da adulti”, che ti concedevi di vedere in quel difficile momento della vita in cui sei troppo grande per giocare al parchetto e troppo piccolo per avere il primo motorino. Era quel genere di programmi che potevi vedere anche con i fratelli o le sorelle maggiori (i genitori no: loro non capivano che cosa ci trovassimo in quei mostriciattoli gialli): l’irriverenza di South Park sarebbe arrivata dopo, anzi non sarebbe arrivata per nulla senza The Simpsons.

Comunque sia, la sit-com compie 30 anni tondi: negli Usa il primo episodio andò in onda il 17 dicembre del 1989 sulla rete Fox, un paio d’anni dopo arrivò anche da noi. Finora sono stati prodotti più di 650 episodi, raccolti in 30 stagioni: si configura come la più longeva serie tv americana mai trasmessa. Il Time del 31 dicembre del 1999, l’ultimo numero del Secolo Breve, l’ha definita la «miglior serie televisiva del secolo» e prova ne è anche la “stellina” lungo il Walk of Fame di Hollywood. Che oggi continui stancamente e con storie improbabili, che sia stata surclassata da decine di concorrenti importa poco o nulla. The Simpsons ha e avrà sempre i suoi estimatori, pronti a sorridere alle avventure della famiglia di Springfield. Gran parte del merito del successo spetta a quel geniale fumettista di Matt Groening che – così narra la leggenda – inventò i Simpson in pochi minuti, scarabocchiando su un pezzo di carta quella che, a suo giudizio, poteva rappresentare la più normale delle famiglie americane.

C’è Homer, il padre – pancia all’aria, bottiglia di birra spesso in mano, poca voglia di lavorare, arrabbiato col mondo – c’è la moglie Marge, origini francesi, apparentemente morbida e accomodante, e ci sono il figlio Bart, skate ai piedi e scarsa attitudine allo studio, l’intelligentissima Lisa, prima della classe, e la piccola Maggie, neonata che non proferisce verbo ma di cui avvertiamo in ogni puntata il suono del ciuccio. L’allegra famigliola, nella sua casetta americana con tanto di giardinetto e box esterno, vive in una normalissima cittadina dell’entroterra americano: Springfield. Non esiste, in realtà, quella Springfield (negli Usa di Springfield ce ne sono così tante che bisogna sempre specificare anche lo Stato di appartenenza): Groening una volta ha dichiarato di essersi ispirato a Portland, a seconda della trama dell’episodio, vicino alla Springfield dei Simpson ci sono montagne, mare, laghi, fiumi, pianure, campi. La città è un non-luogo e l’ambientazione perfetta delle mille avventure della famiglia e della pletora di personaggi che popolano ogni episodio: i colleghi di Homer, le amiche della moglie, il preside della scuola, i compagni di Bart, il farmacista, il nonno, per non parlare delle “comparse speciali”, personaggi reali che fanno dei camei o apparizioni. Impossibile definire la trama della sit-com: non abbiamo visto crescere né cambiare i protagonisti della serie in questi 30 anni. Homer è rimasto fedele al suo celeberrimo «D’oh» (esclamazione inserita, visto il successo, persino nell’Oxford English Dictionary) così come Bart al suo altrettanto noto «Ciucciati il calzino» ed è questo il bello. La ragione nel successo dei Simpson è forse nella stereotipicità dei suoi personaggi: Homer un po’ fuori dal mondo, Marge sofferente, Bart irriverente, Lisa saputella, Maggie eterna poppante. Sono, dicevamo, la classica famiglia del ceto medio di una qualsiasi città degli Stati Uniti: Homer il padre-padrone, Marge la casalinga disperata, Lisa “la sinistrosa”, Bart l’adolescente teppistello.

Grotteschi? Nonostante le forme bizzarre dei capelli e dei visi, in realtà i Simpson piacciono perché sembrano reali. Riflettono le classiche dinamiche generazionali, ma non disdegnano neanche argomenti importanti come l’uso delle armi, i temi ambientali, il bullismo a scuola, l’amicizia, l’alcolismo, il razzismo. La loro rilevanza sta nell’essere riusciti a superare le barriere: nonostante il Dna squisitamente americano e, dunque, nonostante le traduzioni rese necessarie nei diversi Paesi, i Simpson conquistano i ragazzini di ogni latitudine, che vedono in un cartone animato dinamiche relazionali a loro ben note, e accontentano gli spettatori più maturi, capaci di cogliere la spesso sottile ironia dei temi trattati, specie quelli legati all’attualità della politica americana. E se è vero che in una conversazione con sua moglie, proprio Homer dice «Marge, i cartoni non hanno nessun significato profondo. Sono solo stupidi disegni che vogliono fare ridere», i Simpson hanno sdoganato il cartoon dalle camerette dei bambini per farlo entrare nel salotto dei più grandi a dibattere di qualsiasi argomento.

Irriverenti al punto giusto, ci hanno insegnato a mettere in discussione le solite dinamiche quotidiane. In più di una puntata si sono presi gioco persino della stessa emittente televisiva americana, la Fox, su cui andavano in onda. Secondo il produttore esecutivo, George Mayer, lo scopo dei Simpson è «fare in modo che le persone mettano in discussione il proprio mondo, e più nello specifico le figure autoritarie del proprio mondo». Trent’anni dopo, una lezione ancora valida, non è vero?

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