50 anni dallo sbarco sulla Luna: perché non fu solo una conquista simbolica

Nell’anno in cui la Cina ha rilanciato l’esplorazione della Luna facendo atterrare una sonda sulla sua “faccia” nascosta, ricorre il cinquantesimo anniversario della prima passeggiata dell’uomo sul nostro satellite. Ecco come la missione Apollo 11 ha cambiato gli oggetti della nostra quotidianità

«È un piccolo passo per l’uomo, ma un grande passo per l’umani­tà». Questa frase celebre, segna simbolicamente e materialmen­te il momento dello straordinario viaggio dell’uomo sulla Luna. Fu Neil Armstrong a pronunciarla, mentre dalla scaletta del Mo­dulo Lunare posava piede sul suolo selenico. Sull’Apollo 11, il 20 luglio 1969, con Armstrong c’erano anche Buzz Aldrin e Michael Collins. Il primo raggiunse il compagno dopo 20 minuti, il secon­do non ebbe invece l’onore di mettere piede sul nostro satellite: rimase in orbita pilotando il modulo di comando che riportò i tre a casa. La missione terminò il 24 luglio, con l’ammaraggio nell’O­ceano Pacifico. Gli astronauti erano partiti il 16 luglio: l’Apollo 11 era la quinta missione corredata di equipaggio del programma Apollo, creato dalla Nasa. Al loro ritorno divennero degli eroi na­zionali, portati in trionfo e ricoperti di onorificenze. Da quel fati­dico momento furono sempre accompagnati da un’aura di epi­cità. Per rendere l’idea, Neil Armstrong (scomparso nel 2012) nel 2005 fece causa al barbiere di fiducia che aveva venduto ciocche di suoi capelli a un collezionista per 3 mila dollari. Definito “eroe riluttante”, a disagio per l’enorme popolarità ottenuta, s’imbarcò nella missione nonostante avesse dubbi in merito al suo succes­so. Lo rese noto solo nel 2005, nella sua biografia: riteneva vi fos­se solo il 50% di probabilità di riuscita. Nel descrivere le emozioni dopo l’allunaggio scrive: «Ero sollevato, estasiato ed estremamen­te sorpreso che avessimo avuto successo».

Buzz Aldrin, il secondo uomo a mettere piede sulla Luna, tre anni dopo l’allunaggio si congederà e affronterà periodi difficili, narra­ti nell’autobiografia Return to Earth, che lo vedranno combatte­re con depressione e alcolismo. Al suo nome si ispira l’astronau­ta giocattolo della saga Toy Story firmata Disney; inoltre Aldrin ha partecipato nei panni di se stesso a un episodio della serie The Big Bang Theory, e il suo personaggio appare ne I Simpson e in Futurama. Come per gli altri membri dell’equipaggio dell’A­pollo 11, un piccolo cratere vicino al luogo dell’allunaggio por­ta il suo nome.

20-21 luglio 1969: per la Luna diretta globale (o quasi)

La prima passeggiata lunare fu trasmessa in diretta tv e seguita in tutto il mondo da circa 900 milioni di persone: fu un enorme risul­tato per gli Stati Uniti, considerando che nel ‘61 il presidente Ken­nedy aveva sancito dinanzi al Congresso l’obiettivo, per il Paese, di far atterrare un uomo sulla Luna e farlo tornare sano e salvo sul­la Terra prima della fine del decennio. Il testa a testa, ovviamente, era con l’Unione Sovietica.

Oggi c’è anche chi ipotizza che lo sbarco sia stato simulato in uno studio cinematografico: la teoria del complotto lunare (in inglese Moon Hoax, frottola della Luna) sostiene che le missioni del programma Apollo non avrebbero realmente trasportato gli astro­nauti sulla Luna, e le prove degli allunaggi sarebbero state falsi­ficate dalla Nasa, con la collaborazione del governo degli Stati Uniti, in competizione con l’Urss per la “conquista dello spazio” nel panorama generale della Guerra Fredda. In realtà, quel che av­venne mezzo secolo fa fu un episodio che ebbe risonanza in ogni parte del mondo: tra il 20 e il 21 luglio 1969 la Rai realizzò dagli stu­di di via Teulada una diretta di circa 30 ore condotta da Tito Sta­gno, Andrea Barbato, Piero Forcella e, in collegamento da Houston, Ruggero Orlando. Stagno racconta che prima di affrontare la maratona della diretta soggiornò per quasi un mese negli Usa per visitare aziende e basi coinvolte.

E poi, il 21 luglio, tutto ciò che era appartenuto fino ad allora alla sfera della fantascienza e del futuribile divenne realtà. Giornali­sti e osservatori internazionali profetizzarono che l’allunag­gio statunitense (seguito anche da Mosca, ma ignorato dalla Cina) avrebbe sancito l’inizio di una collaborazione fra Usa e Urss e, for­se, la fine della Guerra Fredda. Si trattò di un’illusione presto disat­tesa. Oriana Fallaci, inviata del Corriere della Sera, scrisse: «L’uo­mo è sulla luna. Non più prigioniero del proprio pianeta, dalle 4.57 del 21 luglio 1969 si è proiettato verso approdi ignoti». Il ma­teriale raccolto dalla celebre giornalista toscana diverrà poi un li­bro, intitolato Se il sole muore.

Luna: a 50 anni dallo sbarco, a cosa è servito andare nello spazio

Ma a cosa è servito andare nello spazio? Se vi siete mai posti que­sta domanda, è bene che sappiate che l’eredità lasciata da quel formidabile viaggio è immensa: sono almeno 30 mila gli ogget­ti prodotti utilizzando tecnologie messe a punto negli anni del­la corsa alla Luna, e sul sito della Nasa l’elenco viene aggiorna­to periodicamente. Ad esempio le lenti antigraffio, derivate dalla necessità di sviluppare per gli astronauti visori dei caschi che re­sistessero a importanti sollecitazioni: il settore dell’ottica ha adot­tato l’invenzione realizzando occhiali da vista con lenti dieci volte più resistenti. Oppure le suole per scarpe da atletica: l’abbiglia­mento spaziale delle missioni Apollo includeva speciali stivali do­tati di molle, e la tecnologia in questione è stata poi usata per as­sorbire l’energia prodotta dal piede nell’impatto sul terreno e restituirla per offrire un sollevamento maggiore. Anche la possi­bilità di chiamare a distanza o di orientarci con il Gps la dobbiamo alle invenzioni Nasa, così come i materassi memory su cui molti di noi riposano. La “schiuma di poliuretano a struttu­ra cellulare aperta” fu utilizzata infatti sui sedili degli aeromobili per attutire l’impatto dell’atterraggio.

Le tute spaziali, formulate per garantire agli astronauti un’adegua­ta protezione termica durante le loro “passeggiate”, hanno poi fatto da apripista a numerosissimi brevetti: oggi questa tecnolo­gia viene utilizzata per gli indumenti da sci (basti pensare al go­retex), per migliorare le prestazioni sportive, per il trattamento di traumi, per la produzione di coperte termiche utilizzate nei re­parti di neonatologia.

Avete una GoPro, una di quelle piccole telecamere che si posso­no montare sui caschi? Anche lei è una nipotina delle missioni spaziali, che hanno dato una mano anche, udite udite, all’archeo­logia. Una tecnologia sviluppata dalla Nasa per misurare le distan­ze astronomiche grazie alla luce laser è, infatti, uno dei brevetti at­tualmente più utilizzati nella ricerca di oggetti di epoche passate: si tratta di sensori laser che permettono agli archeologi di localiz­zare più facilmente fossili e ossa nascosti sotto terra.

Anche l’uso, ormai consolidato, di attrezzi da lavoro senza filo na­sce dal lontano spazio: come potevano gli astronauti lavorare in tranquillità con trivelle sulla superficie lunare, escludendo ovvia­mente la possibilità di ricorrere all’energia elettrica? Così la Nasa e la Black&Decker negli anni ‘60 concepirono trivelle ultraleggere e trapani con batterie ricaricabili.

Il velcro, che ora sostituisce comunemente chiusure lampo e bottoni, fu pensato per semplificare la vita, e la vestizione, degli astronauti. Si calcola che per ogni dollaro dei circa 25 miliardi spe­si negli anni ’60 per il programma dalla Nasa le ricadute tecnolo­giche ne abbiano prodotti tre. Oltre a derivazioni dirette, la cor­sa alla Luna ha dato, inoltre, un notevole impulso allo sviluppo di tecnologie innovative come quella alla base dei circuiti elettroni­ci miniaturizzati: i microchip – che hanno poi permesso l’avven­to dei pc – derivano dai computer di bordo utilizzati nei moduli delle missioni Apollo. Perfino i cibi liofilizzati che troviamo ne­gli scaffali dei supermercati sono una conseguenza della tecnolo­gia sviluppata dalla Nasa per preparare i pasti per gli astronauti. Il programma Apollo è stato utile anche per gli sviluppi della medi­cina, dando impulso alla realizzazione di arti artificiali in materiali compatibili con i tessuti biologici, o di pacemaker per il cuore. In­somma, è proprio il caso di dire che quello sbarco sulla Luna, ha in realtà cambiato la nostra vita sulla Terra.

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