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Sussidiarietà per salvare l’economia. Intervista a Giorgio Vittadini

Bando all’assistenzialismo, largo alla valorizzazione dell’iniziativa imprenditoriale dei giovani e dell’immigrazione. Con norme certe che mettano al centro la persona. È la ricetta del fondatore e presidente della Fondazione per la Sussidiarietà

Tra le voci allarmate per l’allargarsi dell’ingiustizia sociale e le conseguenze drammatiche che questa produce, c’è chi non ha perso la speranza e indica nella sussidiarietà e nella solidarietà gli strumenti economici per uscire dalla crisi e ritrovare un clima di fiducia nel futuro. Ne abbiamo parlato con Giorgio Vittadini, professore ordinario di Statistica metodologica all’Università Milano Bicocca, nonché fondatore e presidente della Fondazione per la Sussidiarietà.

Professor Vittadini, siamo al capolinea dell’economia liberista?Con le crisi economiche e la recente pandemia si ricomincia a mettere in discussione un certo concetto di liberismo assolutizzato. L’idea che sia l’unica via per lo sviluppo, rispetto al ritorno a un’economia preindustriale, ha sempre meno seguito. Il concetto non è certo nuovo, ma finalmente se ne comincia a discutere seriamente.

Secondo lei, a livello di iniziative politiche questo dibattito si sta traducendo in misure attive e coerenti? Il tema della sostenibilità è parte della discussione politica, lo stesso Recovery Fund si inserisce in questo contesto ideologico. Poi che dal punto di vista operativo non si siano avuti grandi risultati è un altro discorso, ma è importante che se ne parli anche a livello europeo. Uno dei punti del nuovo sviluppo dell’Unione Europea è proprio la lotta alle ineguaglianze, argomento che fino a qualche tempo fa non veniva toccato dal dibattito internazionale.

Anche Papa Francesco si è pronunciato in favore della sussidiarietà come unico sviluppo realmente sostenibile per l’umanità, ma se l’Italia ha il cattolicesimo nel Dna, così non è per altri Paesi europei a matrice decisamente laica, con impostazioni più individualiste. Queste due direttrici non vanno in direzioni opposte? L’Europa del debito è diametralmente opposta, l’Europa della sostenibilità si allea con l’idea che sia la persona al centro dello sviluppo, bisogna usare questa opportunità e smettere di fare chiacchiere. Invece seguiamo la strada dell’assistenzialismo, in cui non c’è sussidiarietà né aiuto ai poveri, ma semplicemente uno stimolo a non fare niente, a non creare sviluppo e di conseguenza aumentare proprio quella povertà che andrebbe combattuta.

Sussidiarietà, solidarietà e assistenzialismo vengono spesso sovrapposti e utilizzati nel dibattito politico per stigmatizzare posizioni avverse. Possiamo chiarire una volta per tutte cosa significa sussidiarietà in un contesto di mercato? Sussidiarietà è sostanzialmente la valorizzazione di ciò che nasce dal basso, l’iniziativa individuale. Assistenzialismo sono le politiche di governo da pecorai che distribuiscono soldi per le prebende elettorali. Lo puoi chiamare reddito di cittadinanza, ma i risultati sono gli stessi. Sussidiarietà è una tradizione per cui ciò che viene dall’iniziativa imprenditoriale o sociale viene sostenuto e valorizzato. Il concetto di solidarietà va di pari passo con quello di sussidiarietà, perché quest’ultima non è altro che l’intervento della gente per la gente. L’assistenzialismo è il nemico numero uno della sussidiarietà e, quindi, anche della solidarietà. I liberisti devono smettere di raccontarsi le favole del Settecento, dei mercati che regolano sé stessi. Sono concetti senza fondamento, che andrebbero eliminati anche dalle università. Hanno distorto l’idea di mercato e creato gli squilibri che vediamo.

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Anche la Costituzione contempla il principio di sussidiarietà, nell’ambito dell’ottimizzazione delle competenze e delle risorse. Non rischia di diventare schiava proprio di quell’efficientismo che risulta nemico delle fasce più deboli? Il principio di sussidiarietà è entrato nella Costituzione grazie a un’iniziativa dal basso negli anni 1998-2000, ed è il contrario dell’efficienza intesa come qualcosa che fa fuori le persone. Deve essere efficiente nel senso che fare le cose bene fa bene a tutti, ma al centro dell’azione ci sono corpi intermedi che hanno come scopo primario il bene delle persone. Banche popolari, Casse di risparmio, enti di formazione, scuole, università e realtà non profit hanno avuto uno sviluppo importante nella storia, da almeno 150 anni. Grazie a loro l’Italia non è diventata come gli Stati Uniti, dove il benessere non è garantito per tutti.

Eppure in Italia il gap sociale sta aumentando in maniera esponenziale. Come si spiega? Senza la sussidiarietà la spaccatura sarebbe ancora più profonda. Il problema è lo statalismo, che pensa di risolvere tutto dando soldi a determinate categorie, invece non serve a niente. Quando i soldi del reddito di cittadinanza saranno finiti cosa succederà? Con lo stesso sistema abbiamo affossato il Mezzogiorno, continuando per 30 anni a dare soldi a pioggia senza creare sviluppo. Dall’altra parte – e ugualmente dannoso – è il mercato senza regole, mentre la sussidiarietà si posiziona proprio nel mezzo tra i due estremi. Le ineguaglianze che osserviamo oggi sono partite dagli anni Ottanta, con gli sprechi di denaro pubblico per assumere statali che non servivano, abbiamo ignorato le realtà di base, pensando di poter fare il welfare distribuendo soldi.

L’economia di mercato e la sussidiarietà non sono nemiche, dunque?Dice Giulio Sapelli, che il mercato è nato quando il principe ha messo la spada al centro della piazza, cioè quando ha posto delle regole precise. L’idea che il libero mercato non debba avere regole è una riduzione settecentesca di stampo calvinista. Ma il mercato senza regole è la barbarie. In economia si è capito che l’utilità individuale se non ha limiti non può conciliarsi con il mercato e porta all’oligopolio, mentre i desideri socializzanti sono quelli che permettono di arrivare al benessere collettivo. Il mercato è fatto di desideri socializzanti, di gente che si mette insieme, corpi intermedi che esprimono dei sentimenti comuni. L’idea del mercato senza regole domina ancora ma è finita, smentita. Dove questa impera, che sia nella versione del capitalismo di Stato, come in Cina, che privato come in certe parti dell’America latina, genera disuguaglianze drammatiche.

È arrivato il momento di puntare sulla comunità come espressione dei valori utili all’economia anziché sull’individualismo? L’iniziativa voluta dal Papa, Economy of Francesco, va proprio in questa direzione, riunisce esperti che ribadiscono questi concetti. Gli ultimi premi Nobel hanno messo a tema il valore delle comunità locale. È una posizione abbracciata trasversalmente da laici e cattolici, anzi a volte sono proprio i cattolici a polarizzarsi intorno all’assistenzialismo o al liberismo come le uniche alternative possibili. I papi sono avanti rispetto al mondo cattolico. Questa riflessione è nata con Giovanni Paolo II, è proseguita con Ratzinger e oggi è Francesco a portarla avanti.

Dal mondo cattolico si levano critiche aspre nei confronti di questa apertura considerata eccessiva, soprattutto in tema immigrazione.L’immigrazione è una risorsa, se la si usa. Ci permetterà di rimanere competitivi. Ma una politica per l’immigrazione deve comprendere oltre all’accoglienza, l’istruzione, la formazione, l’integrazione. Il rimpatrio non è l’unico problema, così come non è una soluzione l’isterico plauso all’immigrazione senza regole. La Germania ha accolto un milione di siriani che sono diventati quadri nelle loro imprese, perché era gente istruita. Questo per dire che hanno gestito in modo politico il fenomeno. Senza migranti non potremmo avere badanti, operai agricoli, servizi essenziali. L’Italia ha un tasso demografico in calo, e non si possono obbligare le donne a fare figli.

Le italiane non fanno figli perché se non c’è lavoro non possono mantenerli. Siamo in un circolo vizioso? È la conseguenza del liberismo assoluto, perché se la gravidanza è vista come un costo da eliminare o le condizioni di lavoro non sono compatibili con la maternità questa diventa un problema invece che un asset. È l’incapacità di guardare in faccia le persone tipico di un’economia che pensa che ridurre i costi sia l’unico modo per essere competitivi, mentre ormai è la qualità a fare la differenza. E le donne realizzate, sposate e madri sono le lavoratrici migliori, quelle che danno il massimo. In Italia invece si risponde con il mobbing.

Eppure, le risorse investite nel settore della solidarietà vengono percepite come investimenti a perdere, senza un ritorno economico. Come mai? Perché la politica di questo Paese non punta sugli investimenti ma sui consumi entro i cinque anni, in funzione del consenso elettorale. Tutti i governi che si sono succeduti, di destra, di sinistra, pentastellati, hanno pensato ai loro interessi: l’investimento è qualcosa che rende sul lungo periodo, non ci si può fare campagna elettorale. Ma un Paese che non investe in strutture che creino ricchezza, benessere, sussidiarietà, è destinato alla stasi, e la mancata crescita del Pil ne è la riprova. Le risorse messe a disposizione dall’Europa sono però pensate per gli investimenti, e dovranno essere utilizzate in maniera coerente. A formare la gente, a creare lavoro ci si mette di più, ma alla fine i risultati arrivano e sono duraturi. Quando abbiamo partecipato alla legge De Vito (44/86, per agevolare l’imprenditoria giovanile nelle aree del Mezzogiorno, ndr) avevamo già chiaro che è l’impresa che crea reddito. La strada è questa, con il sostegno pubblico naturalmente. Anche la Silicon Valley nasce privata ed è cresciuta con l’aiuto dello Stato. Il supporto statale è a favore della sussidiarietà, l’unico nemico è l’assistenzialismo, che poi è stato l’approccio di tutti i leader della Seconda Repubblica.

L’Italia è matura per un’economia basata sull’intermediazione efficiente? E da questa crisi può emergere qualcosa di diverso? Bisogna puntare sull’educazione della classe dirigente in senso globale, formare gente che ragioni in altro modo. Se non si cambia il cervello e il cuore delle persone non si cambia la politica. Ogni crisi produce una selezione, e la parte che riuscirà a emergere sarà più capace di confrontarsi a livello internazionale, più dinamica, più competitiva. Il problema è chi si ostinerà sulle proprie posizioni, come l’asino bigio di Carducci che continua a brucare l’erba incurante di quello che gli accade intorno (Davanti a San Guido, Rime Nuove, ndr). Sono destinati a scomparire. Un’economia della sussidiarietà prevede che anche dal basso ci sia la volontà di fare bene, rivolgendosi agli hub e ai mediatori giusti. Anche nelle aree più critiche del Sud ci sono esempi di piccole aziende sane che funzionano e creano sviluppo. Soprattutto nel mondo giovanile questo sta venendo fuori sempre di più. I giovani oggi sono come gli emigrati di 150 anni fa, non hanno niente di garantito e si mettono in azione per costruire la propria strada. Il fenomeno che chiamiamo fuga dei cervelli rientra in questo processo. I giovani sono i mattoni per lo sviluppo in un Paese che sta invecchiando velocemente. E torniamo a bomba all’immigrazione: nella fascia mediterranea la metà della popolazione è sotto i 30 anni, anche sotto questo aspetto va considerata una risorsa.

In questo momento di crisi e sfiducia diffusa a livello sociale, dove la sussidiarietà può fare la differenza? Senz’altro nel comparto sanitario e dell’assistenza, perché durante la pandemia si è visto chiaramente che non bastano le grandi strutture, serve una rete capillare attiva sul territorio. Tutto ciò che ruota intorno ai servizi alla persona direi, ma anche quelli di pubblica utilità, come nel caso delle autostrade e dei trasporti. Invece che oscillare tra statalismo e demandare totalmente al privato, ci sarebbe bisogno di costruire realtà intermedie non profit, come succede in altri Paesi, che gestiscono i servizi: acqua, gas ed energia, senza dimenticare i settori dell’istruzione e delle piccole imprese. Favorire la nascita di corpi intermedi significa potenziare l’associazionismo, che mette a disposizione di tutti gli strumenti utili per prosperare in un mercato che sia anche etico e inclusivo.

Intervista pubblicata sul numero di Business People, novembre 2020

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Classe 1956, Giorgio Vittadini è fondatore e presidente della Fondazione per la Sussidiarietà oltre che professore ordinario di Statistica metodologica all’Università Milano Bicocca