Vivere in sella

Più che uno sport, un vero e proprio stile di vita. E se è piuttosto frequente trovare persone disposte a lasciare tutto per “darsi all’ippica”, in realtà oggi l’equitazionne non è più un fenomeno d’elite, ma alla portata di (quasi) tutti

Niente astrazione bucolica, ma passione, tanto impegno e altrettanto realismo. E non è non virus di follia diffusa quello che sta spingendo decine di migliaia di italiani ad appassionarsi a finimenti, selle, briglie e morsi. È semplicemente l’esplosione acclarata di una passione, quella per il cavallo in tutte le sue discipline (monta inglese, americana, dressage e chi più ne ha più ne metta), che da qualche anno è uscita dalla nicchia, da un certo contesto elitario e tutto sommato un po’ snob, per procedere verso una democratizzazione sempre più spinta e diffusa. La vera e propria riscoperta di un sodalizio con l’animale che davvero – anche più del cane – è stato per millenni il più fedele amico dell’uomo, svogliatamente al servizio (è un animale molto prigro, «meno fa meglio sta», dicono gli esperti) tanto del grande condottiero quanto del contadino “a cassetta” del proprio carretto. Il cavallo è stato insomma, l’animale “democratico” per eccellenza, e se pur a un certo punto – con la diffusione dell’automobile, l’urbanizzazione sempre più concentrata, la fuga dalla vita agreste – è diventato un lusso per pochi, ora questa democratizzazione della passione per il cavallo sta tornando.

UN BUSINESS MILIARDARIO. Non esiste un censimento dettagliato sugli italiani in sella, ma ci sono numeri significativi che permettono di tracciare il perimetro di questa passione che si traduce, sempre più, anche in una leva economica interessante. Secondo la società di consulenza Roland Berger il sistema equitazione muove ogni anno in Italia un giro d’affari tra l’1,8 e i 2 miliardi di euro tra prodotti e servizi, esclusi naturalmente gli asset immobiliari, e cioè compravendita o valorizzazione immobiliare di tenute, maneggi, ecc. Ci sono i concorsi e i grandi trofei del circuito ippico internazionale (il più celebre e storico, in Italia, è il Piazza di Siena, che si tiene dal 1922 a Roma, Villa Borghese) e c’è un crescente business che ruota tutto intorno a quelli che sono gli accessori e l’abbigliamento. Tanto per il cavallo, quanto per il cavaliere. Business che parte da linee da “grande distribuzione” tipo Decathlon e arriva ai marchi top della pelletteria come Louis Vuitton, passando per brand emergenti che hanno scelto proprio il mondo dell’equitazione per caratterizzare proprie linee di prodotto. Come ha fatto per esempio Fixdesign, maison dell’abbigliamento teen, che con il brand dedicato Fixdesign Horse Riding è entrato con decisione in questo mercato consapevole di come «negli ultimi anni, tra le giovani generazioni si sia diffuso un ampio interesse che ha portato questa disciplina sempre più alla ribalta», spiega Gianmarco Maggiulli, Ceo dell’azienda. «Quello che abbiamo fatto è stato realizzare capi e accessori che unissero alla funzionalità necessaria per la performance sportiva, design, qualità e stile. Il tutto a un prezzo competitivo».

IN VACANZA E IN FIERA. Il cavallo va sempre più di moda. O, meglio, è rapidamente mutato l’immaginario che circonda l’equitazione. Diventata più fruibile, più vicina, ma non per questo ha perso il suo fascino. Come dimostra il fatto che sono oltre 9 mila, da Nord a Sud, i centri ippici e le scuole di equitazione censite dalla Federazione Italiana Sport Equestri, e si tratta di un numero che cresce anno dopo anno, senza sentire il morso della crisi. Sono 120 mila (+25% l’anno, negli ultimi tre anni), per esempio, gli italiani che durante le vacanze praticano l’ippoturismo, ovvero la vacanza a cavallo, presso agriturismi dotati di maneggio o lungo i 7 mila chilometri di ippovie tracciate in Italia. Numeri che trovano una controprova nel boom di visitatori di Fieracavalli, l’expo ippico più importante e storico d’Italia che si tiene (dal 1898) a Verona proprio a inizio novembre: 156 mila i visitatori lo scorso anno, 650 espositori da 24 Paesi del mondo, e soprattutto una “modifica del Dna espositivo” che è un interessante segno dei tempi. Negli ultimi anni, l’evento è, infatti, uscito dai confini stretti del trade per diventare un salone aperto al grande pubblico di curiosi e potenziali cavallerizzi, prevedendo per esempio una apposita sezione della fiera che rientra nella categoria “Famiglia e divertimento” e un “Salone del bambino” (sono stati oltre 20 mila i visitatori under 12 di Fieracavalli lo scorso anno) con giochi e percorsi dedicati ai più piccoli. Compreso ovviamente il “battesimo della sella”, ovvero la prima esperienza in groppa a un cavallo o a un pony (dipende dall’età), innescando quel meccanismo di “dipendenza” che aggancia sempre più piccoli appassionati.«Sono proprio i bambini quelli che hanno l’approccio più sano al cavallo», spiega Alessandro Valerin, che ogni pomeriggio fa da istruttore a decine di ragazzini e ragazzine nel suo maneggio: «Chi si avvicina al cavallo da adulto parte sempre un po’ prevenuto, teso, sale in sella già con la paura di cadere, e l’animale sente subito questa tensione e si innervosisce a sua volta. I bambini invece sono più naturali ed entrano molto meglio in empatia con l’animale». E dal quel momento il morbo non se lo tolgono più, costi quel che costi.

APPROFONDIMENTI

Il mio regno per un cavallo

OLIVIERO TOSCANI/FOTOGRAFO«Generosi e sensibili»

Addio città, mi trasferisco in campagna

MAMMA, MI COMPRI UN CAVALLO? Perché se fare un corso di equitazione con un cavallo di maneggio è ormai diventata, dal punto di vista economico, una passione accessibile, bisogna fare due conti un po’ più ponderati quando – e matematicamente il desiderio viene e tutti coloro che cominciano ad assorbire questa “droga” – si viene tentati dal passo successivo: comprarsi il proprio cavallo. A porre un limite non è tanto il prezzo d’acquisto in sé, dal momento che ci si può aggiudicare un animale adatto per muovere i primi passi con cifre a partire dai 4 mila euro (costa meno di una motocicletta, insomma). Ma il suo mantenimento, per cui – per lo meno chi non ha una tenuta con stalla privata – deve prevedere di lasciarlo a pensione e mettere quindi a budget un costo mensile tutto compreso (biada, cambio della lettiera, lavaggio e pulizia, custodia, allenamento nei giorni in cui il proprietario non può essere presente) tra i 350 e i 900 euro e oltre, a seconda delle strutture. Il che, moltiplicato per i 20-30 anni di vita media di un cavallo, si traduce in un impegno non indifferente. Ci sono poi i costi per l’abbigliamento specializzato, dallo stivale al cap (il cappellino per chi fa monta inglese) e gli accessori per il cavaliere e per il cavallo. Un investimento che va dai 2 mila euro all’infinito. In compenso sono basse le spese mediche, se l’animale è in salute ce la si cava con 2-300 euro all’anno, e bisogna prevedere l’intervento del maniscalco una volta ogni due mesi. Ma soprattutto una voce fondamentale e preziosissima che tutti gli appassionati consigliano ai neofiti di mettere a budget: il tempo. Il cavallo ne richiede tanto, e per tanti anni. Questa passione non è, insomma, come quella per la barca, ci fai il weekend e stop, per qualche mese te ne puoi pure dimenticare. Il cavallo è un impegno quotidiano, o quasi. Perché non si “va” a cavallo. Il cavallo bisogna viverlo.

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