Diversamente ricchi

C’era una volta l’artista genio e sregolatezza, “maledetto” (talvolta più per convenzione, e in ossequio a un redditizio copione) e ricco. Molto ricco. Ovviamente stiamo parlando delle pop/rockstar, artisti e musicisti che soprattutto, se non unicamente grazie alle vendite dei propri dischi, hanno costruito intorno a sè negli anni una sorta di impero. Ossia tanto denaro e altrettanto potere contrattuale. La crisi del mercato delle sette note degli ultimi anni è però sotto gli occhi di tutti; le vendite dei supporti fisici sono crollate in modo irreversibile e la curva negativa continua (quest’anno una boccata d’ossigeno l’ha data, per drammatico paradosso, la scomparsa di Micheal Jackson…) mentre il tanto agognato mercato digitale arranca, a dir poco. Com’è cambiata quindi la vita dei musicisti oggi? Il fatto che non si vendano praticamente più dischi ha avuto un contraccolpo sulle tasche, non solo dei peperoni del rock, ma di tutti i musicisti? Gli artisti detengono ancora un potere contrattuale tale da strappare alle case discografiche minimi garantiti da sogno (oppure da incubo, ovviamente, a seconda dei punti di vista)?

POVERACCI? ASPETTIAMO A DIRLO…

La crisi del Cd (il ritorno del vinile è un fenomeno più che altro di costume, poco vicino a un business significativo) e il crollo delle vendite hanno indubbiamente fatto soffrire musicisti, autori, band e tutti i protagonisti della scena musicale. Tutti, e a ogni livello di fama e importanza, ne hanno risentito. Naturalmente più si “scende in basso” di livello più l’artista è diventato vulnerabile; chi in questi anni infatti ha costruito la propria carriera unicamente sulle royalties dei dischi si trova a soffrire di un mercato ridotto praticamente a neanche un terzo. Fino a pochi anni fa le entrate di un artista musicale erano massicciamente derivate dalle vendite degli album e in un tempo che sembra preistorico anche dai singoli e dai 45 giri, che costituivano circa l’80% del fatturato. Quindi siamo di fronte a una nuova categoria di poveracci e precari? Aspettiamo a dirlo. Chi magari si aspetta di vedere Madonna, Céline Dion, Elton John, Robbie Willams, Bono o Vasco Rossi in braghe di tela rimarrà deluso. Almeno per ora.«In linea di massima possiamo dire che, perlomeno in Italia, gli artisti musicali, sebbene penalizzati dalla fortissima crisi di vendite, oggi si stanno impegnando per acquisire maggiore potere contrattuale», afferma Roberto Galanti, lunga e prestigiosa carriera da discografico (tra i tanti artisti che ha seguito Eros Ramazzotti, la sua scoperta più importante, Antonello Venditti, Mia Martini, Fiorella Mannoia, Matia Bazar, Le Orme e Fausto Leali), «infatti con la rinegoziazione gli artisti, almeno quelli di un certo livello, hanno cambiato le clausole dei contratti. E a differenza di quanto succedeva nel passato tendono ad acquisire per esempio la proprietà del master originale della registrazione delle opere, in questo senso un precursore è da considerarsi di certo Adriano Celentano. Una fetta sempre più importante delle entrate per un artista musicale sono poi i concerti, si è ribaltato il rapporto tra uscita del nuovo album e live show: oggi il disco esce quasi unicamente come pretesto promozionale per la nuova tournée». Ma non solo, gli artisti oggi mettono gli occhi su quel preziosissimo patrimonio costituito dalle edizioni, e stanno sempre più stringendo un patto con quello che un tempo era considerato il diavolo: la pubblicità. Come sembrano lontani i tempi in cui l’agguerritissimo esercito di cantautori italiani puntava il dito contro il capitalismo per poi incidere dischi per le multinazionali… O grandi autori come Tom Waits che citò in giudizio General Motors per avere utilizzato una sua controfigura per uno spot Opel (ma del resto, il geniale cantautore ha sempre asserito di preferire «un fallimento alle mie condizioni che un successo alle condizioni altrui»). Oggi l’utilizzo di canzoni per gli spot è diventata una pratica frequente, sempre più artisti mettono da parte snobismi e pruderie per accettare volentieri quella che sta diventando una voce importante del proprio giro d’affari. Ma il rapporto sacro-profano con il mondo della pubblicità non si ferma qui, c’è una parolina inglese, non nota a tutti, che caratterizza un altro dei tanti cambiamenti di pelle del musicista di oggi. Stiamo parlando dell’endorsement, già molto diffuso in Usa, in virtù del quale una popstar accetta volentieri di associare la propria immagine a un prodotto, diventandone di fatto un testimonial. Oggi, insomma, l’artista in alcuni casi si sta ritagliando un futuro imprenditoriale e da noi c’è chi lo ha già fatto, come Renato Zero (vedi box). «Anche se», aggiunge sempre Galanti, «l’artista musicale non ha mai grandi doti di imprenditore, ha ancora bisogno di rassicurazioni e punti fermi, di sentirsi “al caldo”. Ha sempre più la tendenza a farsi accompagnare da uno staff personale. E comunque il ruolo della casa discografica pur cambiato rimane importante. Oggi il minimo garantito sulle vendite non esiste praticamente più, ma il musicista riesce a “strappare” altre clausole per limitare il proprio rischio».Una sorta di “bohème confortevole” per dirla con Francesco Guccini, quindi quella che caratterizza la carriera di un artista oggi, che chiede autonomia ma alla fine ha bisogno anche di essere “guidato”. Emblematico a questo proposito il caso di Robbie Williams, grandissimo talento pop con forte vocazione all’indipendenza che però strappò qualche anno fa alla Emi il contratto record del valore di 80 milioni di sterline (circa 127 milioni di euro) per quattro album. Solo Michael Jackson ottenne di più da una major . E ora che il sodalizio artistico con il suo storico produttore Guy Chambers si è rinsaldato (una certezza in più per l’ex Take That) la sua carriera può riprendere a volare dopo la parziale delusione (commerciale) dell’album Rudebox. Almeno fino alla prossima dichiarazione di divorzio dalla casa discografica…D’accordo con Galanti anche Rudy Zerbi, presidente Sony Music Italy, che sulla condizione degli artisti conferma: «La crisi discografica ha reso più poveri gli artisti che fanno del disco la propria unica attività. Chi tra di loro ha avuto la capacità, la fortuna e l’intelligenza di sapere capitalizzare il proprio talento in termini di esibizioni dal vivo, dal punto di vista della comunicazione con la pubblicità e con le varie attività a essa legate riesce a guadagnare ancora tanto. Gli artisti che in sostanza sono “appealing per il mercato” così come è configurato oggi, si può dire che non sono affatto più poveri, anzi. Ma lo stesso discorso fatto per i cantanti può essere mutuato per una parte delle case discografiche, le società come la mia che hanno ha saputo estendere la propria attività non solo alla discografia passando da music company a talent company possono ancora essere un anello fondamentale del mercato. Il fatturato della nostra azienda in proiezione nei prossimi tre anni lo vedo al 30% improntato sulla “business innovation” pura. Ed è tanto. Senza la business innovation saremo destinati a scomparire nel giro di cinque anni… ». E i giovani? La crisi ha chiuso loro le porte? «A mio avviso», sottolinea Zerbi, «i giovani non hanno più difficoltà a emergere rispetto a un tempo. Certo, valgono fattori diversi. Devono avere oltre al talento puramente musicale, carisma, presenza. I potenziali sponsor sono mediamente più interessati a investire su fenomeni emergenti, piuttosto che su artisti già affermati ma magari di minor presa su un target strategico come per esempio il pubblico teen. Faccio un esempio: Alessandra Amoroso».

E RENATO ZERO FA TUTTO DA SOLO

Renato Zero è sempre stato un intelligente e coraggioso amministratore della propria carriera. Lo scorso anno ha rinunciato ad affidarsi a una major o a una casa indipendente per la produzione, il marketing e, soprattutto, la distribuzione del proprio disco. Attraverso la sua società la Tattica Zero si è riappropriato dei diritti licenziati, avvalendosi della collaborazione come service esterno di Record Service (Gruppo Log Service) e F&P Group per la musica live.

I RICCONI DELLA MUSICA IN UK

Se pensate che la crisi abbia toccato i musicisti inglesi date un’occhiata a queste cifre relative ai guadagni del 2009 oltremanica1 CLIVE CALDER £1.300 M2 LORD LLOYD-WEBBER £750 M3 SIR PAUL MCCARTNEY £440 M4 SIR CAMERON MACKINTOSH £350 M5 SIMON FULLER £300 M6 SIR MICK JAGGER £190 M7 STING £180 M8 SIR ELTON JOHN £175 M8 KEITH RICHARDS £175 M10 OLIVIA AND DHANI HARRISON £140 M10 SIR TIM RICE £140 M

LA TOP TEN DI FORBES

1 MADONNA 110 milioni di dollari2 CÉLINE DION 100 milioni di dollari3 BEYONCÉ KNOWLES 87 milioni di dollari4 BRUCE SPRINGSTEEN 70 milioni di dollari5 KENNY CHESNEY 65 milioni di dollari6 COLDPLAY 60 milioni di dollari7 RASCAL FLATTS 60 milioni di dollari8 AC/DC 60 milioni di dollari9 THE EAGLES 55 milioni di dollari10 TOBY KEITH 52 milioni di dollari

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