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La Biennale di Venezia guarda al futuro

Cinquantanovesima edizione all’insegna dell’innovazione e dell’inclusività per uno degli appuntamenti più attesi dagli art-lover di tutto il mondo

La prima novità è che la Biennale d’arte di Venezia cade in un anno pari. Causa pandemia, l’evento artistico più importante della penisola ha dovuto posticipare l’ultima edizione, lasciando orfani per tre anni gli art-lover di mezzo mondo che amano aggirarsi tra i Giardini e l’Arsenale. L’altra novità è che per la prima volta a curare la manifestazione – e siamo all’edizione numero 59 – è una donna italiana: Cecilia Alemani ha scelto l’evocativo titolo Il latte dei sogni per una mostra legata al tema del corpo, delle sue metamorfosi, del legame sempre più simbiotico con la tecnologia.

Partiamo dai numeri, significativi: 1433 opere e oggetti esposti, 213 artisti provenienti da 58 nazioni diverse (26 gli italiani), 180 di loro al debutto in Biennale, 80 nuove produzioni. Una mostra-monstre, tanto più se si pensa che è stata concepita da remoto, nel difficile anno passato. Eppure – anzi, forse proprio per questo – a Venezia da questo mese arriveranno rappresentanti da Paesi nuovi come il Camerun, la Namibia, il Nepal, l’Oman, l’Uganda: il mondo dell’arte contemporanea è sempre più global. Avranno i loro padiglioni ai Giardini, accanto alle consolidate presenze di Francia, Germania, Austria, Spagna, Stati Uniti, Russia e ovviamente Italia, che presenta un progetto del curatore Eugenio Viola affidato a un solo artista, Gian Maria Tosatti. Gli occhi di tutti sono però puntati sulla mostra centrale curata da Alemani che dal 23 aprile al 27 novembre occupa il Padiglione Centrale dei Giardini e Spagli spazi dell’Arsenale: l’esposizione prende il titolo da un libro per bambini dell’artista surrealista Leonora Carrington, un libercolo ricco di illustrazioni che suggeriscono immaginifici modi di guardare al reale. Tre i temi portanti del progetto: la rappresentazione dei corpi e la loro metamorfosi, la relazione tra individui e le tecnologie, i legami tra i corpi e la Terra.

Altra importante novità: sarà una Biennale “transtorica”, per citare la curatrice. Il percorso, grazie all’allestimento del duo FormaFantasma, è infatti punteggiato di “capsule del tempo” dentro le quali compaiono opere di artisti e artiste del Novecento in dialogo con quelli e quelle di oggi. Ampio spazio è riservato alle donne, agli artisti non binari e a quelli che hanno sposato le “controstorie” o le storie di minoranze, ieri come oggi. Tra le grandi italiane del Novecento ci sono (finalmente!) i lavori di creative del calibro di Leonor Fini, Dadamaino, Grazia Varisco, Laura Grisi, Nanda Vigo. Alemani ha fatto un appassionato lavoro di ricerca per presentare gli esiti più felici di artisti come, tra gli altri, la spagnola Remedios Varo, l’ungherese Agnes Denes, la portoghese Paula Rego, il siriano Simone Fattal, l’argentino Gabriel Chaile, l’inglese Lynn Hershman Leeson, l’americana Barbara Kruger (che presenta un’attesissima installazione artistico-poetica creata per l’occasione). Una Biennale all’insegna dell’inclusività, dell’innovazione, del futuro e della speranza. Da non perdere.

Credits Images:

Predators 'R Us di Andra Ursuţa (2020) © Andra Ursuta