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L’arte del tiro con l’arco

Allena la mente e la concentrazione, oltre che il corpo. E all’Italia regala da sempre grandi soddisfazioni nelle competizioni internazionali. Eppure, questa disciplina ancora non gode della visibilità che meriterebbe

Allenare la mente per centrare l’obiettivo, è il segreto dei grandi tiratori. Il gesto è sospeso, calibrato in una sequenza infinita di attimi. Il gesto stesso diventa l’obiettivo, e la freccia il suo prolungamento. È la dimensione consapevole del tiro, molto ben descritta nel testo di Eugene Herrigel (Lo zen e l’arte del tiro con l’arco) che oggi è considerato la bibbia di ogni tiratore. Perché si punta non al bersaglio, quanto alla centratura interiore. Valutare le circostanze, predisporre una strategia, calibrare una risposta e agire sapendo di ottenere il risultato desiderato. Tirare con l’arco allena la concentrazione, insegna a stare nel presente, a tutto vantaggio della capacità di estraniarsi da ciò che è superfluo e non funzionale al momento. Tutto parte da quell’unico gesto, nella consapevolezza di ogni minimo muscolo attivato. Perché un centro colpito per caso non fa numero, non è una conquista. D’altra parte lo diceva anche Confucio: il tiratore che manca il bersaglio deve cercare la causa dentro di sé…

La storia del Tiro con l’arco

L’arco è stato forse il primo strumento globale ante litteram. In Europa e Africa, nei graffiti di 30 mila anni fa si vedono chiaramente riproduzioni di scene di caccia in cui, accanto alle lance, figurano degli archi primordiali. Con Ramsses II e III e Tutankhamon (XV secolo a.C.) l’arco è attributo regale: i faraoni lo impugnano sia quando sono ritratti come cacciatori che come guerrieri. Caldei, Assiri e Babilonesi utilizzavano una versione più piccola e triangolare, che consentiva maggior libertà all’arciere. Avevano sviluppato una tecnica per potersi girare al galoppo sui cavalli e tirare all’indietro, micidiale per gli inseguitori. In Cina era già presente come arma da guerra nel XVII secolo a.C., in Grecia era utilizzato per le competizioni sportive e per la caccia. La sua evoluzione nei secoli ha seguito quella delle protezioni personali: con l’invenzione delle corazze si rendeva necessario aumentare potenza e precisione di tiro; videro la luce i primi archi costruiti con materiali diversi in base alle loro caratteristiche. I “barbari tiratori” Unni, Vandali, Visigoti, Ostrogoti etc. hanno messo a dura prova le legioni romane; in Asia i Mongoli e i Turchi hanno conquistato interi imperi freccia dopo freccia. Ma in Occidente la popolarità dell’arco si deve agli inglesi. Re Enrico VIII Tudor nel XVI secolo fondò la prima società arcieristica sportiva, iniziativa presto seguita dagli altri Paesi europei, in particolare all’indomani dell’invenzione delle armi da fuoco che resero arco e frecce obsoleti. Alla fine del Settecento anche le donne ebbero parte alla disciplina, che però dovette aspettare il 1900 per partecipare alle Olimpiadi. E qui entra in scena l’Italia…

Tiro con l’arco: i successi dell’Italia

Per il nostro Paese il tiro con l’arco è fonte di grandi soddisfazioni. Nel 1920 a Milano nacque la prima federazione arcieristica sportiva, l’Unione arcieri italiani, e quando dieci anni più tardi vide la luce la Federazione internazionale di tiro con l’arco (l’attuale World Archery) l’Italia fu uno dei Paesi coinvolti nella sua genesi. Dobbiamo aspettare il 1961, però, affinché le doti arcieristiche dei nostri atleti emergano a livello mondiale. Con la nascita della Federazione italiana tiro con l’arco (attuale Fitarco) e i primi tornei organizzati, l’Italia si distingue non solo per abilità nel tiro, ma per competenze nell’organizzazione di eventi. Il primo oro internazionale è del 1966, sul podio c’è Luigi Fiocchi che viene incoronato campione Europeo, e pochi anni dopo siamo alle Olimpiadi: bronzo nel 1976, poi nell’80, e ancora nel 1996. E poi l’argento, nel 2000, e l’oro, finalmente nel 2004, e ancora argento a Pechino nel 2008, oro nei Giochi Giovanili di Singapore nel 2010, e l’oro a squadre grazie a Mauro Nespoli, Marco Galiazzo e Michele Frangilli, il primo, a Londra 2012, contro l’agguerrita squadra statunitense. E tra un’Olimpiade e l’altra non si contano nemmeno i podi ai Mondiali e alle Coppe del Mondo, agli Europei, e naturalmente alle Paralimpiadi: per nove edizioni consecutive le Frecce Azzurre tornano a casa con almeno una medaglia.

Inoltre, nessuna disciplina sportiva è tanto inclusiva come il tiro con l’arco. È l’unica in cui atleti con disabilità possono gareggiare con i colleghi normodotati, senza vantaggi speciali, nelle competizioni internazionali oltre che nei circuiti a loro dedicati. Valgono le stesse regole per tutti, contano i punti, la bravura e nient’altro. È rimasto un unicum il caso della campionessa azzurra Paola Fantato che nel 1996 ha partecipato sia alle Olimpiadi che alle Paralimpiadi di Atlanta, mentre il para-atleta Alberto Simonelli nel 2012 ai Mondiali Indoor di Las Vegas ha gareggiato direttamente con la Nazionale normodotati; parimenti la para- archery Eleonora Sarti nella sua prima convocazione con la Nazionale normodotati, in occasione dei Mondiali Indoor di Ankara ha conquistato il bronzo a squadre nel 2016.

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