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Moda italiana, l’alto di gamma continua a essere un punto di forza

A certificarlo è un nuovo report di Area Studi Mediobanca dedicato alle maggiori aziende di moda italiane e al settore calzaturiero

architecture-alternativo Credits: moda studio mediobanca

L’Area Studi di Mediobanca ha presentato il nuovo report sulla moda italiana, frutto dell’analisi dei dati finanziari e della sostenibilità delle 80 maggiori multinazionali della moda con ricavi superiori a un miliardo di euro ciascuna (37 con sede in Europa, 29 in Nord America, 12 in Asia e due in Africa) e delle 175 maggiori Aziende Moda Italia con fatturato individuale superiore a 100 milioni.

L’analisi contiene inoltre un Focus sul settore calzaturiero che analizza le 162 aziende produttive nazionali con ricavi maggiori di 15 milioni e approfondisce l’andamento del comparto a livello mondiale. Dai dati emerge che 62 delle 175 maggiori aziende hanno una proprietà straniera che controlla il 41,6% del fatturato aggregato (23% francese) e che gli investitori stranieri prediligono maggiormente l’alta gamma: il 76,2% del fatturato delle aziende a controllo straniero è infatti relativo alla fascia del lusso.

Puntare sull’alta gamma, la qualità e la cultura del made in Italy, quindi si sta rivelando una formula efficace: il lusso nel 2022 non solo ha generato il 67% del totale nei comparti abbigliamento, pelletteria e tessile, ma le aziende specializzate in questa produzione hanno registrato livelli di redditività più alti, il +16,4% di ebit margin pari al triplo dei valori delle produzioni mass market.

I produttori del lusso (nella Top 10 rientrano Bulgari, Fendi, Renato Corti, Gucci, Louis Vitton Italia e Moncler) sono stati anche in grado di riprendersi più velocemente dal periodo della pandemia da Covid-19: tre anni dopo il 2019, sono stati superati i livelli di fatturato del 20,3%, contro l’11,3% delle aziende nell’altra fascia. Lo studio sottolinea come le imprese italiane siano in prevalenza medie, ma si sono comunque dimostrate più dinamiche nell’innovazione e nella capacità di reagire alla crisi.

Nadia Portioli, analista dell’Area Studi di Mediobanca, ha commentato così il report: “È una tendenza che ravvisiamo in tutta la manifattura italiana. Le medie imprese sono molto forti nella loro produzione di nicchia, molto specifica. Perlopiù mantengono la loro produzione in Italia, con un controllo diretto che consente loro di rispondere con flessibilità alle esigenze del mercato”, riporta il Sole 24 Ore. L’alta gamma, inoltre, interessa l’89% della produzione entro i confini nazionali.

Il 65% del fatturato complessivo proviene dall’estero, con in testa occhialeria e pelletteria. Cambia invece la geografica degli stabilimenti produttivi all’estero. Il report riferisce che è incorso un “friendshoring“, ovvero l’apertura di nuovo impianti in Paesi che sono geopoliticamente amichevoli. Stop quindi al reshoring in Cina (Paese d’elezione nel 2012) e predilezione per l’Est Europa (dal 27,1% al 35,9% tra il 2012 e il 2022) o la Tunisia. Anche in Asia, dove il costo del lavoro resta anche 400 volte inferiore a quello italiano, si punta invece su Paesi politicamente stabili come India e Vietnam.

Per quanto riguarda il settore calzaturiero, la crescita stimata per il 2023 è pari al 2%, trainata dal mercato interno. Nel 2024 ci aspetta una contrazione dei ricavi, mentre a livello mondiale il giro d’affari dovrebbe toccare i 330 miliardi di euro e arrivare a 375 miliardi nel 2026.